Nel saggio di Hélène Giannecchini l’amicizia si fa pratica politica e forma di futuro. A partire dalla memoria degli archivi queer, l’articolo indaga le forme di relazione che scegliamo di costruire e ciò che le rende possibili, invitando ad abitare il conflitto e la fragilità dei legami per immaginare un’etica relazionale oltre il modello familiare.
IN COPERTINA un’opera di sigmar polke
di Veronica Gisondi
“Famiglia: prima fonte di nevrosi e di malattie mentali. Cellula famigliare come cella. Anticamera della prigione (spesso a vita)”. Così recita la voce famiglia nel vocabolario del Rapport contre la normalité, pubblicato dal FHAR (Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire) come manifesto nel 1971. Riconoscere la famiglia come istituzione economica anziché dato naturale significa poter vedere i legami di sangue per quello che sono: finzioni a cui scegliamo di credere. La necessità di trovare “una storia diversa, che non avesse più nulla a che fare con il sangue” è ciò che muove la ricerca di Hélène Giannecchini in Un desiderio smisurato di amicizia (Iperborea, 2026), un saggio in cui l’amicizia si fa pratica politica, forma di vita e di futuro.
All’inizio del nostro incontro a Bologna, l’autrice mi dice che “avere una storia ti dà la forza di stare al mondo”. Quando le storie che ci hanno raccontato sin da bambine non ci bastano più, quando smettono di rappresentarci, bisogna andare a cercarne altre. Sapendo che una storia “minoritaria” come la sua poteva assumere senso e forma solo attraverso l’esistenza di chi, prima di lei, aveva condiviso gli stessi sogni e le stesse lotte, Giannecchini si rivolge agli archivi queer in cerca di ciò che la famiglia non le ha dato.
Per gentile concessione dell’autrice Hélène GiannecchiniTrovare una genealogia capace di “estendere e arricchire la prima”, o persino di “smentirla”, a volte significa tornare a un tempo che “non esiste”, spingersi là dove la parola è assente per ricostruire una memoria che intrecci “realtà e finzione”. Così l’autrice decide di seguire l’imperativo di Monique Wittig, che si staglia tra le pagine del libro: “Sforzati di ricordare. O altrimenti, immagina”.
Sulle orme di Saidiya Hartman e della critical fabulation, la prosa di Giannecchini stringe un patto con l’archivio, luogo in cui “porta vita” pur dichiarando la propria natura di finzione. “La letteratura può essere al servizio della storia a condizione che accetti il vuoto dell’archivio”, sottolinea l’autrice. “Se racconti tutto, stai in qualche modo nascondendo la violenza della storia. Ma la violenza va mostrata, e il vuoto mostra quella violenza”. Il vuoto dell’archivio è un vuoto storico e affettivo, fatto di legami spezzati o mai esistiti. È il vuoto in cui è caduta la vita di Marlene, donna lesbica e working class, la cui biografia, portata alla luce nel volume, è giunta a noi grazie agli scatti di Donna Gottschalk, che le ha restituito “la possibilità di essere pianta, e dunque di contare”. Marlene è morta per strada, da sola, a causa di un cancro che non poté curare. La sua storia mostra come la rivendicazione della differenza, che Giannecchini chiama devianza, spesso comporti un privilegio economico e sociale. In assenza di capitale, la non-conformità scivola nell’abiezione – un meccanismo attraverso cui certi corpi vengono resi sacrificabili, privati dell’accesso alle risorse fondamentali, e consegnati a quello che Ruth Wilson Gilmore definisce “abbandono organizzato”, la morte lenta delle soggettività non funzionali alla riproduzione del valore, prodotta o tollerata dalle istituzioni. “Moltissime vite non vengono piante. Nessuno soffre per la loro perdita. Vengono semplicemente dimenticate”.
Giannecchini scrive nella consapevolezza che alcune morti, alcuni corpi, contano più di altri, e che la discriminante è quasi sempre la classe sociale. Il dolore può rivelarsi “un dono” quando il testo si fa carico di sottrarre certe esistenze all’oblio, ricostruendo ciò che la storia ha reso indisponibile. Nel libro la responsabilità etica della scrittura è incarnata dalla testimonianza di Jean Dumargue, autore di un manoscritto sull’epidemia di AIDS in cui racconta la propria esperienza della malattia. In punto di morte, invece di “rendere conto della propria individualità”, Dumargue sceglie di trasformare la sua fine in un documento, offrendosi come “materiale” su cui le generazioni successive potessero lavorare. Quella di Dumargue è una scrittura che sorge dalla “frontiera incerta e approssimativa” del corpo, la cui esistenza è esposta allo sguardo altrui e al contatto con l’altro. Per Judith Butler, l’io è sempre chiamato fuori di sé – dalla passione, dal dolore, dalla rabbia – ed è in tale vulnerabilità che trova le fondamenta di una comunità politica.
Se in Vite precarie (2004) e Fare e disfare il genere (2014) il lutto è l’esperienza in cui la socialità costitutiva del sé si manifesta più chiaramente, in Dare conto di sé (2006) questo nesso diventa la condizione di possibilità del soggetto: l’io esiste solo in relazione a un “tu” senza il quale non può essere e dal quale dipende per sopravvivere. L’io morente di Dumargue si affida a un “tu” futuribile proprio perché il suo racconto dipende da un’alterità che lo “precede” e lo “eccede”. La nostra esistenza corporea ci porta a essere costantemente “disfatti gli uni dagli altri”, condotti fuori di noi, oltre l’illusione di un io autosufficiente e oltre il desiderio di risanare la frattura tra i soggetti, costitutiva dell’identità stessa. Se è “in virtù delle relazioni con gli altri che si è opachi a se stessi”, come osserva Butler, l’accettazione dell’opacità è il primo “vincolo etico”.
In Giannecchini, questa tensione si traduce in una pratica poetica e relazionale che accoglie l’opacità come principio di ogni legame. “Chi vuole capirti totalmente vuole possederti”, riflette l’autrice. “L’amicizia è l’opposto del possesso, così come l’amore”. In un sistema che si nutre della delegittimazione delle potenzialità di trasformazione collettiva, la naturalizzazione dell’individualismo e il culto della crescita personale sottraggono energie all’impegno politico e impoveriscono le pratiche dello stare insieme. L’esperienza del capitalismo neoliberale ci insegna che possiamo contare solo su noi stesse.
Davanti a questa solitudine, l’identità rischia di irrigidirsi in una “fantasia di integrità” che occulta il suo essere scissa e contestata, cioè un “luogo di lotta”. Così sostiene Jodi Dean in Comrade (2019), testo da cui Giannecchini trae la concezione politica dell’amicizia proposta nel saggio. Anziché proteggere la propria unicità, le “compagne” restano unite nell’azione: il loro è un “rapporto materiale” di interdipendenza attiva, teso a un obiettivo politico comune, capace di attraversare le differenze e disinnescare le trappole identitarie. Essere compagne significa anche opporsi a quelle strutture gerarchiche e oppressive di cui la famiglia è espressione. La teoria queer si interroga da tempo su come le forme relazionali alternative possano riprodurre le stesse dinamiche normative e autoritarie che intendono sovvertire; in The Gentrification of the Mind (2012), Sarah Schulman dimostra che si tratta di un fenomeno già in atto, riconducibile all’erosione della coscienza collettiva nata dalle lotte di liberazione omosessuale e al progressivo indebolimento della solidarietà, ovunque rimpiazzata dalle logiche patriarcali, statali e identitarie poste a tutela dell’unità familiare.
Ma ciò che è comodo non necessariamente è giusto, e le strutture entro cui organizziamo le relazioni non sono naturali né neutrali. In un sistema che ha bisogno di isolarci per funzionare, scrive Schulman in Conflict is Not Abuse (2016), il cambiamento passa anche dal conflitto; l’amicizia può diventare una pratica di resistenza purché impari ad abitarlo. “L’amicizia per me a volte fa questo. Non è solo un rifugio”, conferma Giannecchini. “La conflittualità ci aiuta a pensare. Se siamo sempre d’accordo, non pensiamo”. E aggiunge: “Dissentire con qualcuno che ami è molto, molto prezioso”.

Per l’esercito di amanti di cui narra il Simposio, la lealtà di chi ama è la forza vitale della battaglia. L’ultimo capitolo del saggio, An army of lovers cannot fail, si misura con la potenza di ciò che il linguaggio non riesce a contenere: tutti quei legami che inventiamo, che eccedono le tassonomie e le eredità scritte dal sangue, e in questo modo “ci salvano e ci espongono”. La pratica dell’amicizia non è sostenuta da alcuna garanzia giuridica o istituzionale, ma esiste solo nella misura in cui viene esercitata ogni giorno.
Eppure rompere con quello che ci è stato tramandato non può esaurirsi nel presente né nell’individuo; non è lì che si esauriscono la violenza, la solitudine, le narrazioni con cui la famiglia ci ha formate. È in questa rottura che l’amicizia – estranea alle ultime istanze quanto la scrittura – ci interroga e ci invita a sostare. L’amicizia ci pone a contatto con la fragilità che ci costituisce, quella che Maurice Blanchot riconosceva nell’atto di mantenersi presenti davanti all’assenza definitiva, l’unica, impossibile separazione capace di aprire il soggetto alla comunità: la morte dell’altro. Amicizia è orientare i nostri gesti verso ciò che ci è più prossimo e più ignoto, rivolgendoci a un tempo che, irriducibile come la vita altrui, non potrà mai appartenerci né smettere di riguardarci.


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