Un difficile esercizio, quasi impossibile – Purgatorio XVI

Pubblichiamo un nuovo commento a un canto della Divina Commedia: al sedicesimo canto del purgatorio. Questo commento fa parte del “CCC” il Commento Collettivo alla Commedia dantesca de L’Indiscreto.


IN COPERTINA una rappresentazione del purgatorio di gustave doré.

di Giovanni Ceccanti


Con il contributo di  


Data la “lunghissima litania de’ glossatori, commentatori, annotatori della Divina Commedia”, come dice monsignor Alessandro Piegadi commentando il commento di Benassuti, mi è d’obbligo scomparire da queste righe o quantomeno provare a farlo. “Pei veri estimatori di Dante ell’è sventura che la moda siasi impadronita di questo grande poeta […] Oh quanto bel tempo pegli amici di Dante e di Shakespeare è stato mai quello quando e l’uno e l’altro erano tenuti in conto di barbari!”, diceva Theodor Hell, che seguì le orme di Dante in Italia; ma nonostante si lamentasse così già verso la metà dell’Ottocento, il fiorire in ogni luogo di commentatori della Divina Commedia mi sgrava, e non poco, dal compito richiesto. Al tempo stesso non voglio dimenticare che “questo il più delle volte succede all’immortalità, la mercè d’una ammirazione tradizionale ed ignara, somigliante al delfino della favola, che senza avvedersene portava traverso i mari ora un beffardo uccello, ed ora un poeta delle note divine” (Antoine-Frédéric Ozanam). Dobbiamo cioè rileggere, e ricommentare, finché ne avremo la forza. “A che rimescolare fredde ceneri, se non deve uscirne la scintilla che si dilati in vivace fiamma ad illuminare le ansiose generazioni? Si ricompongano queste ossa in corpo vivo, talché s’ammiri il nuovo poeta, che più non imprechi alle malaugurate e dannose fazioni, ma celebri la libertà vincitrice della barbarie” (24 giugno 1865, discorso del sindaco di Ravenna ai cittadini per il ritrovamento delle ossa di Dante).

Eccoci qua, quindi, nel centro esatto della cattedrale. Cento colonne si ergono simmetriche intorno a noi. Prendiamo un respiro profondo.

Anzi no. L’aria è appestata da un fumo impenetrabile e nero e in più stiamo camminando in una montagna che “affonda le sue radici nell’oceano e giunge fino al cielo”. A quest’altezza – la terza cornice – gli iracondi (che nel settimo canto dell’Inferno si picchiavano e divoravano a vicenda immersi nello Stige) sono avvolti, nella loro versione penitente, da una cecità voluttuosa. “Perché l’ira è fuoco che accende il sangue intorno al cuore, e non vi è fuoco senza fumo, così non vi può essere ira senza offuscazione di mente” (Benvenuto Rambaldi).

La logica stringente dietro al concetto di contrappasso è certamente lontana dalla nostra mentalità, secondo cui ci definiamo spesso e volentieri proprio in virtù delle nostre passioni e dei nostri sentimenti. “Essere sé stessi” significa oggi assecondare o dare sfogo ai propri umori (bili, dovremmo dire) in tutte le loro cangianti sfumature, dal volo dell’eccitazione al fracasso depressivo: questo in fin dei conti determinerebbe ciò che siamo. Ma ai tempi in cui veniva posta la prima pietra del Duomo di Firenze si leggeva per esempio il “Timeo” di Platone, il libro che Raffaello metterà sottobraccio al suo autore ne “La scuola di Atene”, dove si parla, fra le altre cose, dell’anima razionale e divina dentro di noi. Non è un caso che Rambaldi racconti, nel suo commento al canto, l’episodio in cui “Platone dopo lunghi viaggi in Egitto e per la Italia, onde visitare i sapienti, tornato in patria trovò i propri beni devastati, e non pensò in quel momento di vendicarsi dei devastatori, giacché si sentiva preso dall’ira”. In questo giacché c’è tutta la logica di cui sopra. L’ideale di virtù reso straordinariamente da una semplice congiunzione – noi, come niente, avremmo detto anche se.

I contemporanei di Dante vedevano le passioni come vere e proprie possessioni. E il poeta fiorentino non ne era certo privo; anzi, sapeva bene cosa si prova quando una passione rende “d’ogni virtute ispento”: “Amore terribile e violento m’ebbe in sua possanza […] e per ultimo scorno legò il mio libero arbitrio”, dice nella lettera che scrive a Moroello Malaspina, cui segue la canzone “Amore, dacchè convien pur ch’io mi doglia”, tutta dedicata alla “alpigiana” (che “quantunque bel viso avesse, era gozzuta”, ci dice Boccaccio), una donna che il poeta incontrò, probabilmente, un paio d’anni prima di mettere mano al Purgatorio, quando vagava esiliato “in mezzo l’alpi, nella valle del fiume”.

Nell’alpigiana Giovanni Pascoli volle vedere addirittura una personificazione della Commedia stessa, forse per riscattare il primo e più celebre amore del poeta: “l’Alpigiana che Dante amò nel suo anno quadragesimo ottavo, era dunque l’idea del suo poema, apparsagli come lampo tanto luminoso quanto rapido, seguito dal rimbombo confuso e lungo d’una meditazione piena di sgomento.” E se Dante da Maiano, al contrario, vedeva nelle sperticate visioni d’amore dell’Alighieri soltanto un “favoleggiar loquendo”, e pensava che ci volesse un bagno freddo per estinguere quelle fiamme amorose, Boccaccio ci conferma che “in questo mirifico Poeta trovò ampiissimo luogo la lussuria, e non solo nei giovani anni, ma ancor nei maturi”.

Tuttavia, come Platone insegna che l’uomo tende per sua natura al Bene assoluto pur partendo dall’appagamento dei sensi, così Dante è perfettamente cosciente di quel legame che lo fa “patire” e, cosa più importante, non vi si riconosce. Ecco la chiave: quella passione non è lui; quella passione non è che una feritoia sulla “mirabil visione”.

Ora, in un canto dalla topografia così esatta come quello che andiamo commentando, il centro di una rappresentazione immane (trasumanata, dovremmo dire) dove tutti i numeri sono calibrati minuziosamente, ci si aspetta che si parli del cuore teorico del poema, ovvero, appunto, del libero arbitrio. E come una cosa a lungo attesa Dante ne discute senza svolazzi con la voce fuori campo persa nell’oscurità di Marco Lombardo, “uomo di molta civiltà della città di Venezia [che] sfuggì sempre ogni oscenità, e si attenne a rigorosa virtù, ma era sdegnoso e facile all’ira”. Con questi Dante, guidato come un cieco dal solito Virgilio, finisce poi a discutere di politica e dei bei tempi andati, come se di colpo fossimo al banco d’una locanda. Questo a conferma di quanto la precedente domanda – se al cielo o all’uomo si debba la colpa del male del mondo – fosse doverosa ma in parte anche pleonastica: senza il libero arbitrio infatti il complesso sistema militare di punizioni, espiazioni e premi sarebbe inutile; senza il libero arbitrio cadrebbe l’allegoria dei tre regni dell’aldilà e la montagna del Purgatorio scomparirebbe sotto ai loro piedi.

È Dante medesimo, commentando la sua opera nella lettera a Cangrande della Scala, a dirci che “l’allegorico [presente in essa] è l’uomo, che per la libertà dell’arbitrio può misfare, e meritare sottoporsi all’eterna Giustizia premiatrice e punitrice”. E in questo canto vuole assicurarsi che la questione ci sia ben chiara, in modo da poter parlare poi con fondatezza della colpevole corruzione in cui macera il piccolo mondo allora conosciuto (per fortuna l’America e gran parte dei continenti australi non apparivano ancora sulle mappe; chissà l’esule poeta dove avrebbe messo Vespucci, Colombo o Verrazzano, novelli e più smagati Ulisse).

Il discorso si fa politico nel momento in cui “Marco dimostra che l’anima da principio ha la potenza ma non l’esercizio del libero arbitrio”. Ci vuole allora una legge per indicare agli uomini la strada maestra, o meglio le leggi son, ma chi pon mano ad esse?, si chiede Marco. Nessuno. Il papa da solo non può tenere in sé i poteri spirituale e temporale e l’impero è vacante. Arrigo VII, che scese in Italia nel 1310 alimentando le speranze del guelfo bianco, trovò resistenze proprio dai fiorentini, “vanissimi fra i toschi”, come li appella Dante ormai del tutto deluso e ostile: “Non vi piacerebbe similemente entrare a parte dell’ospitale monarchia, cosicché se in cielo avvi due lune, v’abbia ancora due soli?” (Lettera ai fiorentini). La necessità di avere due autorità distinte e indipendenti (due soli) è affermata anche nel canto, che dalla discussione sulle responsabilità morali dell’uomo diventa un manifesto politico a tutti gli effetti: Soleva Roma, che’l buon mondo feo, / due soli aver.

La teoria, come avviene in altri canti, è poi abilmente calata nella realtà, fino a indicare tre grandi vecchi, gli ultimi rimasti che possano dare l’esempio. Di loro non viene detto molto più del nome e il canto termina con il biancheggiare del sole attraverso il fumo, un’albor che fa da ponte col canto diciassette.

Quello del libero arbitrio è dunque un difficile esercizio, reso quasi impossibile in un mondo di malizia gravido e coverto. La libertà della volontà, lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, come la definisce Beatrice nel quinto del Paradiso, è un prendere e lasciare continuo, un abbandono costante del particolare per l’universale, del soggettivo per l’oggettivo.

Conviene ricordare, a questo proposito, come Dante descrive il cammino virtuoso verso l’essenza nella sua lettera a Cangrande: “Qualunque cosa tu prenda, vedrai che ha la sua essenza da un’altro; e quell’altro pure o l’ha da sé, o da altri: se da sé, è il primo; se da altri si ritorna allo stesso giro in infinito, come imparasi nella Metafisica, finché si giunge al primo, che è Dio”. E chiosa Ozanam: “colla ragione, come col ministero de’ sensi, l’uomo perviene a cosa che non è sé medesimo, e trova limiti che inceppano la propria indipendenza”.

Muoversi nella Commedia e salire al Purgatorio con questa idea “ascetica in sommo grado” apre, secondo Benassuti, a una preziosa lettura ulteriore. “Chi al concetto cattolico aggiunge anche l’ascetico – scriveva nel suo amplissimo commento – eccolo tosto in possesso eziandio dell’altra chiave che gli dischiude ogni stanza [di questa opera maravigliosa]”. L’arciprete veronese desiderava andare oltre la lettura etica e politica della Commedia, vedendo in essa “una sintesi della Bibbia” o, di più, un’opera “che conduce l’uomo dallo stato infelice della colpa allo stato felice dell’innocenza e della gloria”, e in Dante una sorta di Adamo al contrario, che dalla “selva selvaggia” è riuscito a tornare alla “selva di piacere”.

Di tutto questo – non solo del canto, ma dell’onda lunga che ha generato sorprendendoci – ci resta l’immagine dell’anima semplicetta che sa nulla, che piangendo e ridendo pargoleggia, del tutto simile alla psyché greca, la farfalla che vola di fiore in fiore, esposta al fuoco serrato delle contingenze; l’immagine di una libertà da riconquistare, continuamente viziata e rinchiusa dal contesto storico, dagli ideali, dalle fazioni politiche, dalla famiglia, e giù ovviamente fino alle passioni e persino all’anatomia.

“Una sola opera ci compete – scriveva poco più a nord di Dante, ma negli stessi anni, il domenicano Meister Eckhart – l’annientamento di noi stessi”

Alla morte del poeta “fiorentino di nazione, non di costumi”, i suoi contemporanei “parlavano del sogno profetico avuto da sua madre il giorno innanzi la nascita di lui; assicuravano la realtà de’ suoi viaggi pel regno de’ morti; attribuivano a un doppio miracolo l’integrità del suo poema due volte smarrito; più giorni dopo la dipartita di quaggiù egli era apparso cinto di aureola luminosa”.

Il 27 maggio 1865 le sue ossa, che erano state rimosse dai francescani dal sepolcro originario e nascoste, furono fortunosamente ritrovate dentro una scatola con su scritto a mano: Dantis ossa. La relazione anatomico-fisiologica fu assegnata ai periti municipali Giovanni Puglioli e Claudio Bertozzi. Questi riempirono la cavità del cranio di riso “in mancanza di pallina fina da caccia, di miglio o di semi di senape”, onde misurarne la capienza – 1,420 kg – quindi ne analizzarono fosse e prominenze interne: “La protuberanza occipitale è molto spiegata, ed ai lati di questa due rialzi vi sono, ma meno prominenti. Il che secondo il sistema di Gall e Spurzheim vorrebbe dire che sono sviluppati gli organi della benevolenza, della venerazione, o tendenza a rispettare e venerare tutto ciò che è grande. […] Solo l’organo dell’idealità, che indica l’amore del bello e dello splendido, il sentimento dell’eccellenza, l’estro poetico, sarebbe mediocremente sviluppato”.

 

 


Il canto, integrale

Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del purgare la detta colpa de l’ira; e qui Marco Lombardo solve uno dubbio a Dante.

Buio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,

che l’occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Sì come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: “Guarda che da me tu non sia mozzo”.

Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur ’Agnus Dei’ eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.

“Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?”,
diss’io. Ed elli a me: “Tu vero apprendi,
e d’iracundia van solvendo il nodo”.

“Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?”.

Così per una voce detto fue;
onde ’l maestro mio disse: “Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe”.

E io: “O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi”.

“Io ti seguiterò quanto mi lece”,
rispuose; “e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece”.

Allora incominciai: “Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l’infernale ambascia.

E se Dio m’ ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte”.

“Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Per montar sù dirittamente vai”.
Così rispuose, e soggiunse: “I’ ti prego
che per me prieghi quando sù sarai”.

E io a lui: “Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.

Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione,
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone”.

Alto sospir, che duolo strinse in “uhi!”,
mise fuor prima; e poi cominciò: “Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

Però, se ’l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ‘l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
e non natura che ’n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;

però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;

or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l’antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e la soma”.

“O Marco mio”, diss’io, “bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?”.

“O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta”,
rispuose a me; “ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Vedi l’albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia”.

Così tornò, e più non volle udirmi.


A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il canto numero XVII del sarà commentato da Giovanni Colacicchi.


GIOVANNI CECCANTI (FIRENZE, 1987) LAUREATO IN SCIENZE NATURALI, HA PUBBLICATO RACCONTI SU VARIE RIVISTE TRA CUI COLLA E CRITICA IMPURA E UNO SULL’ANTOLOGIA “ODI”, ED. EFFEQU. È TRA I FONDATORI DEL COLLETTIVO “IN FUGA DALLA BOCCIOFILA”.

Ti è piaciuto questo articolo? Da oggi puoi aiutare L’Indiscreto a crescere e continuare a pubblicare approfondimenti, saggi e articoli di qualità: invia una donazione, anche simbolica, alla nostra redazione. Clicca qua sotto (con Paypal, carta di credito / debito)

0 comments on “Un difficile esercizio, quasi impossibile – Purgatorio XVI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *