Un matrimonio

«Il baldacchino bianco è montato davanti all’arco carico di fiori, sul lato corto del grande prato che si apre accanto alla piscina del ristorante – dall’altra parte è già imbandito il buffet degli aperitivi. Che la cerimonia si svolga nella stessa location del ricevimento è una magra consolazione: a Mino ci è voluta un’ora per trovare Caprarola, un paese sui Monti Cimini che non aveva mai sentito nominare prima che gliene parlasse Cesare…»


IN COPERTINA: Marc Chagall, Jewish Wedding, 1912

di Federico di Vita e  Michael Kindle

Il baldacchino bianco è montato davanti all’arco carico di fiori, sul lato corto del grande prato che si apre accanto alla piscina del ristorante – dall’altra parte è già imbandito il buffet degli aperitivi. Che la cerimonia si svolga nella stessa location del ricevimento è una magra consolazione: a Mino ci è voluta un’ora per trovare Caprarola, un paese sui Monti Cimini che non aveva mai sentito nominare prima che gliene parlasse Cesare, e altri trenta minuti abbondanti per capire esattamente dove fosse I Cigni, il motivo stesso dell’euforia del suo amico.

«Questo posto» gli aveva detto una volta «è così di classe che non dovrebbero nemmeno farmi entrare, in teoria».

In pratica avevano accettato che si celebrasse il rito misto, per cui si erano dovuti sottoporre a un’ispezione sia del vescovo che del rabbino; che in cucina si rispettassero le norme della casherut; che si tirasse il riso sull’erba; che ci si potesse gettare in piscina senza pagare la soprattassa e che, in caso di maltempo, la cerimonia venisse spostata in una sala che apparteneva all’ala riservata ai proprietari. Tutto ciò a condizione che il conto fosse saldato con largo anticipo – «Centocinquanta euro a cranio», lo aveva informato Cesare.

Di sicuro non avevano risparmiato in stucchi: il viale che aveva percorso per arrivare al prato era un lungo susseguirsi di statue e altorilievi di cigni, colombe e putti che davano l’impressione di rincorrersi verso il punto focale del camminamento, una fontana da svariati metri cubi d’acqua, illuminata da led multicolore. Anche il prato su cui si sarebbe svolta la cerimonia era circondato dal bianco accecante del gesso, chiuso da due ordini di arcate (ovviamente corinzie) che lo facevano sembrare, più che un chiostro, il set di una fiction Endemol su Pompei – quale chiostro, poi, ha una piscina al posto di un pozzo?

Gli invitati sono già quasi tutti accomodati sulle sedie foderate di organza bianca ordinate a semicerchio lungo l’asse disegnato dal tappeto rosso, all’inizio del quale è adagiato un cesto pieno di kippot blu con le iniziali d’argento degli sposi ricamate al centro. Mino non ne ha bisogno, ha comprato al ghetto, giusto per l’occasione, una kippah orlata da un filo d’oro che al negozio gli hanno assicurato essere autentico, alla quale ha attaccato con delle forcine due ciocche di capelli prese dai cinesi che poggiano sulle orecchie e scendono lungo le basette in un ricciolo che gli arriva quasi al mento: i cernecchi che non è riuscito a farsi crescere in tempo per la festa. 

Riconosce qualcuno dei ragazzi dello Stella di Fiume, il circolo di canottieri dove gioca a calciotto, e i genitori di Cesare, ovviamente in prima fila, ma si siede in fondo, vicino a zia Ester, oggi strizzata in una tuta di seta color senape. La figura alta e nervosa di padre Raveggi, scintillante nel piviale, che cammina borbottando intorno al tavolinetto adattato ad altare coperto da un telo di velluto, svetta accanto a quella esile e grigia del rabbino, un uomo dalla barbetta rada e i cernecchi corti con indosso un sobrio abito scuro, forse di una taglia più grande, sulle spalle un talled consumato.

Sulla destra finalmente spunta, da dietro quella che a tutti gli effetti sembra essere una troupe televisiva, lo sposo. Veste un completo cucito su misura: scarpe nere, camicia bianca, cravatta blu, pantaloni con la piega, giacca doppiopetto (sempre blu) a sei bottoni (d’oro) più due stelle a cinque punte (ancora d’oro) sui revers a lancia – una copia perfetta dell’uniforme degli ufficiali di Marina. Appoggia gli occhiali da sole sopra i capelli tirati indietro col gel (sparso copiosamente, con ogni probabilità anche per fornire maggiore aderenza alla kippah) e sorride al microfono che gli punta una ragazza giovanissima. «L’intervistano quelli di Teletuscia!», zia Ester informa Mino. «Dice che è la prima volta da non so quanti anni che non fanno un matrimonio di ebrei da queste parti. E poi così!» aggiunge ridendo «A mezzo!» Ma subito la risata si trasforma in sospiro, la donna si alza, estrae il cellulare dalla pochette ed è pronta a fotografare la sposa che arriva. 

Preceduta dai figli di Cesare, Nicolas e Carola, che vergognosi e impacciati spandono petali sintetici lungo il percorso, ecco Rebecca. Incede lenta verso l’altare sulle note di I Know What Love Isn’t dispensando sorrisi da dietro il velo, accompagnata dal padre – un signore molto più anziano di quanto Mino si sarebbe aspettato e dall’espressione decisamente contrariata stampata sul volto. Porta i capelli legati in uno chignon alto, non ha gli occhiali e una collana di perle le impreziosisce la scollatura non eccessiva. L’abito avorio si adatta perfettamente alle sue forme. Non è mai stata così bella. Arrivata sotto al baldacchino porge il bouquet di rose Vuvuzela alla madre, aspetta che lo sposo le scopra il viso e lo abbraccia mentre tutti applaudono.

Mino pensa di poter piangere.

Il prete e il rabbino si salutano come intervistati e intervistatori di talk show che quando si accendono le telecamere fingono di non essersi mai incontrati dietro le quinte. Padre Raveggi con grandi gesti lo invita a cominciare – il rito ebraico una sua personale concessione – e l’uomo afferra il microfono, accenna un timido benvenuto e prende a parlare nella lingua dei profeti. Dopo alcuni minuti, la sposa inizia a girare intorno a Cesare, tentando di non inciampare nel vestito. Alla settima rivoluzione si ferma, un po’ stordita, appoggiandosi leggermente alla spalla dello sposo in attesa di ritrovare l’equilibrio. 

È il momento in cui entrambi si coprono la testa col talled nuovo di zecca di Cesare. Dal subitaneo rinvigorirsi di una parte della platea Mino capisce che sta per succedere qualcosa. Spunta un anello, lo sposo lo teneva nella tasca della giacca. Il rabbino intona una preghiera, Rebecca porge l’indice della mano destra a Cesare e questi, con la voce incrinata da un mezzo sorriso, dice, nella lingua volgare: «Osserva, tu mi sei consacrata per mezzo di questo anello secondo la legge di Mosè e di Israele». L’anello entra – forse è un po’ largo – e gli invitati si alzano in piedi per applaudire. 

Poi parla Rebecca. Senza traccia di asperità nella voce, recita: «Hashèm, Dio Santo, io, la donna che sta in piedi davanti a Te, sono pronta e determinata a comportarmi con santità e purezza secondo la legge di Mosè e di Israele, i tuoi servi – a entrare sotto la chuppà con lo sposo». Un altro applauso. Un bacio. Cesare e Rebecca sono sposi sotto il giogo della Torah. 

Mino deglutisce rumorosamente. 

«Mazel tov!» esclama Don Raveggi mente si impossessa del microfono. «Rito stupendo. Abbiamo così tanto da imparare dai nostri fratelli maggiori…» commenta invitando il rabbino a lasciare il centro del baldacchino. «Adesso, se posso dire qualche parola a questi ragazzi…»

Gli sposi si siedono. Cesare toglie talled e kippah, Rebecca lascia che una delle testimoni le sistemi il velo.

«Cesare, Cesare…» comincia il prete «chi l’avrebbe detto, quando da ragazzino venivi ai campi scuola al Terminillo, timido, bassetto, che un giorno ci saremmo trovati qui, in questa splendida cornice, a celebrare queste nozze così… inusuali, se posso permettermi – ma doppiamente sacre. Chi l’avrebbe detto che ti saresti sposato! E con una donna così bella!» Aspetta qualche secondo per le risatine del pubblico. «Seriamente, chi avrebbe mai detto che due persone come voi, due mondi, due culture, se mi permettete, così distanti – chi l’avrebbe detto che vi sareste incontrati e avreste deciso di formare una famiglia. Perché, non dimenticatevelo, state formando una famiglia, qui, oggi, state ponendo le basi, il fondamento del nucleo della società, la famiglia composta da uomo e donna, maschio e femmina – che non sono, lasciatemelo dire, abiti intercambiabili: l’uomo che provvede alla donna, la moglie che si sottomette (e intendo sottomissione nel suo significato più bello, quello che troviamo nei Testi, il mio collega» – indica il rabbino – «potrà confermare) la donna che si sottomette al marito, questa è la pietra su cui si edifica la famiglia». Il tono di voce è andato crescendo, la schiena si è irrigidita, ma ora Don Raveggi si sistema il piviale dorato, china la testa sulla coppia e riprende quasi sussurrando: «Chi l’avrebbe detto, eh… Cesare e Rebecca sposi… Quale mistero…» La madre dello sposo trattiene il fiato. 

«Ma questo è il mistero di Dio! Questo è il mistero dell’Amore! Siamo qui riuniti oggi non solo per assistere alla nascita di una famiglia, ma come testimoni della grandezza di questo Mistero! E ora, finalmente, ci prepariamo a officiarlo, il Mistero, a celebrare il rito». Gli sposi si alzano in piedi. Carola, che indossa una versione prepuberale del vestito di Rebecca, viene spedita loro incontro con le fedi nuziali. Inciampa sul tappeto senza cadere, il papà la bacia sulla fronte.

 «Cesare Pavese, vuoi accogliere Rebecca Auerbach come tua sposa nel Signore, promettendo di esserle fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarla e onorarla tutti i giorni della tua vita?»

«Sì» risponde Cesare forte e chiaro. Rebecca le porge di nuovo l’indice della mano destra. «È il dito sbagliato» suggerisce padre Raveggi forzando un sorriso. «Non fare confusione che adesso tocca a noi». Le ripete la stessa formula invertendo i nomi. Lei risponde di sì. Sono ancora marito e moglie. 

Mino deve mettersi seduto, mentre parte la standing ovation.

«Lo sposo può baciare la sposa!» esplode esultante il sacerdote. Cesare è raggiante, accarezza Rebecca e prendendola dal mento avvicina le labbra alle sue. Rimangono incollati abbastanza da far scattare a tutti una foto. Poi urla «Fermi tutti!» e da sotto lo sgabello tira fuori un calice avvolto nella carta stagnola. Lo posa a terra, ripete «Fermi eh!», fa qualche passo indietro e con la rincorsa ci salta sopra con tutti e due i piedi, mandandolo in frantumi. Qualcuno grida «Mazel tov», qualcuno dice «Auguri». Il padre della sposa è un torrente di lacrime.

La troupe di Teletuscia si avvicina al baldacchino, la telecamera inquadra i vetri rotti. Hanno tutto quello che gli serve, possono andare.

*****

La maggior parte degli ospiti migra pigramente verso l’ampia veranda, in quel momento il meccanismo della volta a botte in plexiglas si aziona lasciando volare in cielo centinaia di palloncini fosforescenti. Un crocchio di invitati si assiepa davanti al cameriere che serve il prosecco cogliendo le bottiglie da un secchiello di plastica in cui il ghiaccio è sciolto per metà. Massimino Cimarelli cinge il braccio destro intorno alle spalle del rabbino, afferra un calice, glielo porge e fa un ampio gesto indicando la cima dei colli che spunta oltre la sommità del portico a ferro di cavallo. 

«Bella festa, sant’uomo. Ma non so se sa dove si è andato a cacciare: i caprolatti… I caprolatti, rabbino, mia suocera viene dal lago di Vico, in linea d’aria cinque minuti… i caprolatti, persone meschine, rabbì, le più tirchie della provincia di Roma».

Il religioso scuote la testa ripetutamente.

«Dico davvero», insiste Massimino, «guarda quello», fa indicando col mignolo il padre di Rebecca, «guarda che faccia da strozzino».

Cesare, passato dall’altra parte del bancone, riempie due calici fino all’orlo e li scola uno dietro l’altro. Quindi ne colma un terzo alzandolo in direzione della sposa.

Il rabbino fissa con intenzione il suo interlocutore.

«Il signor Auerbach, ovvero il padre della sposa, è un ebreo rispettosissimo della Legge, inoltre si è trasferito in questa zona solo dopo la pensione, è venuto qui a passare serenamente la vecchiaia. Senza contare che siamo in provincia di Viterbo, non di Roma».

«Vabbè allora scusa. Sposa per altro in gran forma, eh rabbì?!», ammicca Massimino mentre tenta di arraffare quante più tartine al Philadelphia e salmone possibile, provocando l’intervento della donna al suo fianco dall’inizio della conversazione. Crystal – la sua compagna nonché, secondo alcuni, antica ex di Cesare – ha un vestito color latte composto da quattro falde, che lungo le gambe sprofondano in tre vertiginosissimi spacchi e appena oltrepassato il giro vita si intrecciano assottigliandosi in due minuscole bretelle, che lasciano scoperti quasi interamente schiena e seni. «Amore, non troverai che la sposa stia davvero in forma, immagino, e poi» aggiunge con un sussurro «te l’avevo detto che vestita così sarei stata più chiara di lei…».

«E che ne sapevo che si presentava giallognola?»

«L’ho pagato un testone ’sto vestito, ci manca che non me lo metto solo perché è un po’ chiaro…».

«Un po’ bianco, signorina», la corregge il rabbino con voce melliflua.

«Be’, io certo non mi vesto color banana, poi con le caviglie che si ritrova – con tutto il rispetto, s’intende – anche in un giorno così io agli stivali non rinuncerei, non trovate? Mi dica anche lei rabbino… A proposito, me lo sono sempre chiesta, ma voi vi sposate o siete tipo i pre—» 

Il discorso viene interrotto dal gracchiare degli altoparlanti da cui si sente rimbombare un cupo battito di dita. Subito dopo due fischi acutissimi costringono tutti a portarsi le mani alle orecchie. «Sì, mi pare che funzioni», esordisce Cesare. «So che vi aspettavate questo discorso alla fine, anche tu Rebecca, mia sposa! Lo vedi questo?», dice levando il calice, «era per te, ma sei laggiù in fondo al giardino!», e lo tracanna. «Insomma. Non mi voglio far fregare, niente dis-cor-so dis-cor-so dis-cor-so a fine cena. Non sono per le tradizioni, preferisco avere il controllo della situazione, adesso che sono ancora sobrio… gustarmi il senso delle frasi, delle» tergiversa estraendo goffamente un foglietto verde dal taschino sul petto «…be’, bando alle ciance. Se vi ho portati qui, in questo magnifico posto – e pazienza se nel parcheggio c’è un po’ di brecciolino che vi ha impolverato i completi in fresco lana, peccato, ma si può sopportare, no? – ma non fatemi confondere; se vi ho portati qui è per Rebecca, certo, per il nostro amore, per il nostro amore e, come avrete capito dalla mia nobile tenuta, per i marò. No, no, non voglio dire che ami i marò, anche se sapete cosa provo e, soprattutto, guardandosi in fondo al cuore, chi potrebbe mai provare qualcos’altro? Non è per loro, comunque, anche se saprete che tengo molto al rispetto della legalità nelle acque internazionali… Così come all’onore della nostra cara vecchia Italia. All’onore, eh, chi ci pensa se non lo fanno i marò?» continua a leggere Cesare esitando per la voce rotta dall’emozione. «Nessuno, è la risposta. Nessuno pensa all’onore. Non è per loro, comunque, dicevo, ma grazie a loro, se oggi siamo qui. Anche tra quei due, come succede in ogni buona famiglia, ci sono distinzioni. Ed è in virtù di queste che ho capito alcune cose riguardo alla mia vita, alcune cose del mio passato, in cui mi sono rivisto come riflesso in fondo a un pozzo, e là sotto eravamo in due: Mino e io, Latorre e Girone, e poi, come un tremolio lunare, ci ha raggiunti Rebecca, volta celeste della mia vita, ed è lì che ho finalmente compreso che se si vuole qualcosa, se si ama qualcuno – una causa, una donna, un Paese – si deve andare fino in fondo. Ecco la lezione. Si può fare anche altrimenti, e rispetto tutti, ma io nello sguardo fiero di Salvatore Girone ho rivisto i miei occhi. Girone, il fuciliere in seconda ma col coraggio da prima che non si è fermato di fronte a niente, che è andato avanti fino alla fine, lui che è rimasto in India, nessuna scappatoia medica – niente passi indietro: nemmeno di fronte alla Dengue – lui che ha affrontato privazioni e carceri disumane… e niente. È così che si serve una Patria. Ed è così che si sposa una donna: andando fino alla fine. Niente trucchi, niente sedicenti malattie cardiovascolari, niente torno-per-Natale-sto-solo-quindici-giorni e poi ti pianti lì, in Puglia in Lucania o dove cazzo era e addio Kerala, addio onore, no. No. Rispetto Latorre, compagno di marina e di processi, camerata anche – fino a che gli ha retto la pompa, fino alla scappatoia, diciamo… ma io mi vedo in Girone, e vado fino in fondo, e per questo indosso la sua divisa, ed è per questo che ti ho chiesto di sposarmi, mia amata Rebecca».

Seguono lunghissimi secondi di silenzio raggelante, interrotti da un ecumenico fischio di Padre Raveggi, che scioglie i convenuti in un applauso carico d’imbarazzo. In fondo al giardino la sposa consegna il bouquet alla nipotina vestita da damigella e si congeda un istante dalle zie per rivolgere a Mino uno sguardo torvo. 

«Cos’è questa pagliacciata? Vi siete messi d’accordo, lui – lasciamo perdere – e tu con la kippah? Non me lo sarei mai aspettata da te. Non è carnevale, se non l’hai capito».

«Ma che dici? Pensavo lo sapessi…»

«Cosa? Che sei così stronzo da appiccicarti delle treccine di plastica in testa il giorno del mio matrimonio?»

«Ma no, questi» fa Mino togliendosi il copricapo cui ha assicurato le due ciocche di riccioli «no… vedi, sono finti, ma non volevo mancare di rispetto. Non avrei mai fatto in tempo a farmeli crescere e pensavo ci volessero per un’occasione così. Mi sono convertito, Rebecca, e per—»

«Ti sei con-ver-ti-to?»

«Sì, pensavo… credevo di avertelo detto. Ci pensavo da tanto e…»

«Be’ – c’è mia zia qua dietro – ora non posso. Arrivo Ester! Ne riparliamo… E poi credo che i vostri amici del calcetto stiano importunando il rabbino».

Nel frattempo i camerieri spalancano due portoni dalle maniglie antipanico, l’accesso diretto, dal portico con la volta in plexiglas, alle sale Corallo e Zaffiro, dove sono apparecchiati i tavoli per la cena. Varcando la soglia il nonno di Rebecca si avvicina al rabbino e si informa con discrezione circa il furto della Torah. È disdicevole, certo, ma gli racconta che da bambino nel villaggio polacco dove abitava successe una cosa simile, anche allora sparì uno dei rotoli e i saggi dissero che quell’oltraggio avrebbe forse potuto indicare l’avvento del Messia. Poi invece niente, un mese dopo alcuni brandelli saltarono fuori dal fango nel recinto dei maiali.

«Isaac», prova a intervenire la vecchissima moglie, «in che mondo viviamo, Isaac…».

«Rita, quante volte ti avrò detto di non interrompermi quando parlo coi rabbini!»

«Isaac», continua a belare la vecchia con lo sguardo perso nel vuoto, «tutto questo orrore davanti ai nostri poveri occhi… in quest’epoca tremenda, Isaac. Forse il tempo è davvero maturo…». 

Il rabbino alza gli occhi al cielo.

Più indietro è Don Raveggi a raggiungere Mino, e afferrandolo per il gomito destro gli sussurra: «Ma come ti sei conciato, ancora con questa fissazione?»

«Ha parlato Mr. Funzioni Miste».

«Il mio compito è fare il possibile per limitare i danni, metà di questa famiglia è stata battezzata. Salviamo il salvabile, in nome di Dio».

All’interno i centocinquanta invitati, consultato il tableau, sciamano verso i tavoli. I signori Auerbach non riescono a nascondere un’espressione di disgusto scoprendo sul tabellone il loro nome accanto a quello della parola Valium. La delusione aumenta quando gettando un’occhiata all’intera lista si rendono conto che il danno non è limitato alla caduta di stile farmacologica che li riguarda, ma si estende a tutti gli invitati. Albachiara, Senza parole, Sally, Vita spericolata, Bollicine, Rewind – ogni tavolo si chiama come una canzone e il sugello incorona la casella destinata agli sposi: blasco.

Cesare, giunto in quel momento a destinazione trascinato per un braccio da Rebecca, trova poggiato allo schienale della sedia il talled che aveva dimenticato appena finita la funzione. Immediatamente lo afferra e comincia a rotearlo sopra la testa, la sala è un tripudio di fischi e schiamazzi. Ester di Veroli estrae dalla pochette un flaconcino e convince i genitori di Rebecca a prendere qualche goccia.

«Sarah, è inutile agitarsi, prova a goderti la festa. È un po’ strana ma…» cerca le parole picchiettando con l’indice il fondo del contagocce che tiene sospeso sopra la bocca spalancata della sorella «… esuberante».

«Ma Ester, come se non bastasse tutto il resto» replica il padre «questa buffonata ci è costata quasi ventimila euro. E guarda per che razza di posto».

La sala Corallo si spalanca di fronte a loro col suo trionfo di pareti laccate, colonne rivestite di specchi e tavoli coperti da tovaglie il cui motivo smaccatamente damascato riproduce ghirlande floreali in un rilievo che si sospetta, per la grigiognola lucentezza, di plastica. Dal soffitto – interamente costituito da pannelli di metallo dorato – pendono voluminosi altoparlanti e otto vecchie strobosfere, sulla cui superficie si aprono dei faretti colorati. Sopra ciascuna delle porte, su un display che ricorda quello in cima al profilo anteriore degli autobus, corre la scritta Cesare & Rebecca SPOSI. Tutte le finestre, dalle finiture in alluminio ottonato, affacciano sul portico con al centro la piscina. Il tavolo dei festeggiati è in fondo alla sala, sul lato corto, ed è sovrastato dal colossale logo del locale: la scritta I Cigni racchiusa in un doppio arabesco accanto al quale due giganteschi uccelli chinano il collo come preda di un insperato accenno di inusitata vergogna.

Al tavolo dello Stella di Fiume (Vado al massimo) Augusto Pavese, padre di Cesare, raggiunge i ragazzi seduti insieme a Don Raveggi e li osserva accarezzandosi il vasto ventre.

«Non ci credo a questa faccenda del Giovedì Santo. È impossibile, impossibile e basta», sbuffa scoraggiata Crystal.

«Ma se ti dico che è una metafora, è una metafora, un cazzo di esempio, una recita» la rimbrotta Massimino. «Ti pare che un prete durante la messa prende e si mette a lavare il cazzo a dodici parrocchiani?»

L’argomento cattura l’attenzione di Augusto che troneggia sornione. Cimarelli prosegue.

«Era così, anche nell’antica Roma, gli schiavi lavavano l’uccello ai padroni, durante le cene, le cene di classe. Era un segno di rispetto, di sottomissione. È per questo che Gesù l’ha fatto agli apostoli, per dare l’esempio, per sottomettersi».

«Del resto non è un caso che l’uso della parola ebraica per “piedi”» Mino annuisce vigorosamente, ignaro di cosa stia per dire Vero Almont, insostituibile portiere delle partite allo Stella di Fiume, «sia attestata anche come eufemismo per “genitali”». 

«Continuo a non capire in che senso la lavanda del membro sarebbe un segno di sottomissione», insiste Crystal.

«Devo farti un disegnino, amore? In ogni caso, visto che ci siamo: don, avanti, diglielo tu».

«Non credo che stiate affrontando una questione teologica nella giusta prospettiva, figlioli».

«Lo vedi? Ho ragione io», proclama Massimino.

«Ragazzi» interviene il padre di Cesare «questa cosa non la so, né sottovaluto la possibilità che stiate, come dire, semplificando la faccenda… Ma, visto che siamo in argomento, anche io ho una curiosità da sottoporre al nostro concelebrante. Vede» fa il Pavese, che nel frattempo afferra uno dei tre calici di Crystal («Non ti spiace vero, bambolina? Tanto ne hai altri due») riempiendolo col Rosso di Montepulciano appena depositato da un cameriere sul tavolo «c’è un paese non troppo lontano da qui, Calcata, che fino agli anni Ottanta vantava la più importante reliquia di tutta la cristianità. Una reliquia riconosciuta dalla Chiesa, badate bene. Salvo ammettere che nei secoli di Santi Prepuzi – perché di questo stiamo parlando, del sacro brandello dell’altissimo gingillo – di Santi Prepuzi, dicevo, il Vaticano ne ha certificati tanti da lasciar supporre, per Cristo, un apparato in perfetto stile Ganesh».

«Eccolo qua» interviene Vero Almont brandendo l’iPhone «c’è pure su Wikipedia: “… durante il Medioevo in varie città europee c’erano otto, dodici, quattordici o addirittura diciotto Santi Prepuzi. Originariamente si riteneva che la reliquia fosse stata consegnata a Leone III il 25 dicembre 800 da Carlo Magno in occasione della sua incoronazione”».

Don Raveggi risponde con un’ostentata risata baritonale, «Augusto, guarda che gli metti in testa. È dal Concilio Vaticano Secondo che la Circoncisione di Cristo è stata cancellata dal calendario liturgico, è inutile perfino parlarne».

«Fino a un certo punto» replica il padre dello sposo «se Cristo era ebreo, e direi che su questo è d’accordo anche l’amico rabbino, sarà stato circonciso, e se come sostenuto dalla Chiesa quello di Calcata era autentico, si potrebbe sostenere che al Gesù risorto manchi almeno un pezz—».

La dotta disquisizione è interrotta dal boato esploso da tutta la tavolata all’arrivo degli sposi. Cesare viene abbracciato dal padre che lo guarda soddisfatto, Massimino alza il volume della voce sopra quello delle grida per omaggiare Rebecca di un «che sgnacchera!», Crystal sotto il tavolo gli tira un calcio negli stinchi, il tutto mentre la sposa, avvicinandosi per un momento a Mino, gli sussurra qualcosa all’orecchio. Un attimo dopo parte un brindisi, poi un altro applauso e poi, senza apparente motivo, le luci si spengono e l’atmosfera della sala vira dal capodanno cinese allo Studio 54. Le finestre vengono oscurate dal calare di vecchie e rumorose tapparelle automatiche, le sfere stroboscopiche iniziano a ruotare sparando, all’unisono con i led sul soffitto, spessi laser da discoteca fuori moda, mentre dagli altoparlanti si diffonde ad altissimo volume Ti prendo e ti porto via. Un viavai di camerieri percorre sicuro lo spazio male illuminato tra i tavoli, è il segnale che aspettavano per servire le pennette alla vodka. Quando la musica si acquieta in piedi intorno al tavolo resta il solo Augusto. Cesare abbraccia dall’altro capo della sala il rabbino, cingendolo con il talled che aveva sulle spalle, mentre la sedia di Mino è occupata dal solo fazzoletto stropicciato. 

*****

Davanti allo specchio, Rebecca strofina con vigore una macchiolina che appena si intravede sulla gonna con un fazzoletto inumidito. «Che c’è?» chiede scattando a Mino che è entrato furtivamente e si è chiuso la porta del bagno delle donne alle spalle.

«Mi hai detto tu di venire… Ma così non si espande?» aggiunge indicando il dilatarsi dell’area scura intorno al punto in cui sfrega.

«Sta’ zitto. Ci mancava solo questa. Massimino moriva se non mi faceva assaggiare una tartina. Eccola qua la tartina, tutta sul vestito…»

«Secondo me dovresti provare con… Sai, certe macchie, se ci passi sopra il ghiaccio, dicono che funziona… Ti vado a prendere del ghiaccio?»

«Lascia perdere». La sposa lancia il fazzoletto bagnato centrando il water, distende le pieghe della gonna sulla quale ora campeggia, proprio al centro, un grande disco grigiastro, e si appoggia con entrambe le mani sul bordo del lavandino. Guarda la sua immagine riflessa ed esala un «Che disastro…» 

Mino vorrebbe almeno darle una pacca sulla spalla, ma il gesto si congela a metà, nel terrore di causare altri danni all’abito. «Si stanno divertendo tutti», dice allora.

«Beati loro» risponde, distogliendo lo sguardo da se stessa.

«Ma te la sei presa davvero per il discorso di Cesare? Io ti giuro che non ne sapevo niente».

«Latorre che non sa cosa fa Girone? O era il contrario – non voglio nemmeno sapere chi è chi».

«Lo giuro! Figurati poi se mi parlava di un discorso che doveva fare al suo matrimonio. Cioè, avrebbe prima dovuto pensarci, magari scriverlo, poi pensarci ancora, poi parlarmene. No, la premeditazione non è il suo forte. Di sicuro se gli chiedi adesso cosa ha detto venti minuti fa già non se lo ricorda più».

«Quello è l’alcol».

«Rebecca, non ti rovinare la festa per una cosa da niente. È una stronzata, quando rivedrete il filmino ne riderete. È Cesare…»

«Appunto…» sbuffa, voltandosi per guardarlo in faccia.

«Alla fine che ha detto? Che sei la sua stella?»

«Senti, capisco che è amico tuo, ma per favore non lo difendere. Non c’è niente da difendere. Era una cosa di un quarto d’ora indifendibile sui marò, su te lui e i marò, e la patria. Io ci sono entrata di striscio».

«Oddio, proprio di str—».

«Poi questa storia dei marò… Ma l’hai visto come è vestito? Questa storia dei marò è fuori controllo. Io ho lasciato fare perché un po’ mi faceva ridere, ce lo prendevo in giro, ce lo prendevamo in giro, ma il troppo stroppia. E la colpa è mia, solo mia. Dovevo intervenire. Il vestito – me l’aveva detto, sai? Me l’aveva detto che voleva mettersi l’uniforme degli ufficiali di Marina. E io che ho fatto? Cosa cazzo ho fatto? Ci ho riso su, dolce cogliona. Gli ho detto “Come no, certo!”. E adesso sono sposata con un infermiere della casa di riposo in alta uniforme. Brava stronza».

Mino avanza di un passo, inspira prima di rispondere ma viene interrotto bruscamente da un indice alzato.

«Non insistere, per favore. E levati quelle cazzo di ciocche finte dalla testa, te l’ho già detto. Come faccio a parlare con uno che ha due code di plastica che gli pendono dalle orecchie?»

Toglie la kippah e stacca i boccoli sintetici, mettendoseli in tasca.

«Che significa che ti sei convertito?»

«Mi sembra strano che non te l’ho detto. Cesare… nemmeno lui te l’ha accennato?»

«Abbiamo ampiamente stabilito che c’è un grosso problema di comunicazione tra noi, mi pare».

«…»

«Mi rispondi per favore?»

«Sì, ecco, volevo diventare ebreo, sai che sono sempre stato affascinato, diciamo, dall’ebraismo».

«Mai saputo. Continua».

«E niente, sono andato da questo rabbino e ho seguito tutta la procedura».

«Quale procedura?»

«La procedura! Il processo, il passaggio, i riti della conversione. Il bagno rituale, il sacrificio eccetera».

«Eccetera cosa?»

«La circoncisione eccetera».

Istintivamente Rebecca guarda in direzione del suo pene.

«Ti sei fatto circoncidere da un rabbino? Lo sai che ci sono gli ospedali, sì? Non dirmi che ti sei fatto tagliare il prepuzio da un rabbino. Che tra l’altro è sbagliato, non tocca nemmeno a lui…»

«…»

«Mino?»

«Ecco no, non proprio».

«Non proprio? Che significa non proprio? Non ti sei fatto tagliare proprio il cazzo?»

«Nessuno ha tagliato niente. Il rabbino ha trovato un altro sistema. Ma sei sicura che Cesare non ti ha detto niente? Mi ha aiutato lui».

«Mino».

«Sì, beh, ha parlato di accogliere la Torah, in senso figurato e letterale. Di prendere letteralmente la Torah e portarla a casa mia, fino allo Shabbat».

Rebecca fa per portarsi indietro gli occhiali ma si ricorda col dito sulla punta del naso di avere le lenti a contatto. 

«Non mi stai dicendo che sei tu il ladro della Torah del Tempio maggiore di Roma, vero Mino? Non è che stai approfittando del mio matrimonio per confessarmi di aver rubato i rotoli della Torah dalla sinagoga dove ho fatto il Bar mitzvah, no?»

«Io e Cesare. L’abbiamo presa insieme in realtà».

La sposa si accascia a terra. Lentamente, come un soufflé che si sgonfia, si siede sul pavimento del bagno, sprofondando nella stoffa dell’abito.

«Scusami ma da quale cazzo di rabbino sei andato?»

«Perché?»

«Perché? Come perché? Ti sembra normale una roba del genere? Ti sembra normale un rabbino che ti chieda di rubare la Torah? E di portartela a casa, poi. Per farci che? Pregare?»

Mino si sente avvampare. Una singola goccia di sudore gli scivola lungo la tempia sinistra.

«Herskovits, si chiama Herskovits», balbetta, «il rabbino Herskovits».

«Mai sentito».

«Conosci tutti i rabbini di Roma?»

«Conosco i veri rabbini di Roma. E come l’avresti trovato?» 

Nonostante Rebecca sia ora più in basso di lui, gli pare di rimpicciolire a ogni risposta. Cede alla tentazione di grattarsi il gomito.

«Chompan. Me l’ha presentato Chompan, la ragazza di Fausto, la conosci».

«Veramente» sbotta prolungando la e in una risata forzata «tra te e Cesare ho sempre pensato che fossi tu quello un po’ più sveglio, e ancora una volta mi sono sbagliata, sono un genio vero, bravissima». Mino è mortificato.

«Fammi capire» continua alzandosi in piedi, «vuoi convertirti all’ebraismo e ti rivolgi alla compagna thailandese di un fascistello con cui giochi a pallone invece che alla ragazza ebrea del tuo migliore amico?» 

Mino fa di no con la testa. La risata acida di Rebecca riempie il piccolo bagno rimbalzando sulle piastrelle smaltate di blu.

«Sul serio, Mino, che ti dice il cervello? Questo… sconosciuto ti fa “Buttati dal ponte” e ti ci butti? Non ti è passato per la mente che fosse tutta una cazzata? Hai davvero pensato che ogni persona che voglia convertirsi deve commettere un reato? Lo sai che esiste Google, sì?»

«In effetti» risponde dopo un lungo silenzio pieno di imbarazzo «sì, in effetti… qualcosa è andato storto…» e le racconta ogni cosa. Le racconta, tutto d’un fiato, senza fare pause, della mattina che si è svegliato e non ha più trovato la Torah, della lettera di riscatto, di tutte le ipotesi, la possibile vendetta, i fascisti di Forte Tempesta. Tutto.

Rebecca lo lascia parlare. Il suo volto non tradisce alcuna emozione. Alla fine gli chiede solo «Perché?»

«Ti amo» le risponde Mino senza pensarci un secondo.

«…»

«…»

«Che significa?»

«È così».

«Che c’entra?»

«Scusa».

Mino mette mano alla maniglia della porta.

«Dove cazzo vai?»

«Non dovevo».

Rebecca lo prende per un braccio.

«Sei scemo?»

Lui abbassa lo sguardo. «Non lo so, pensavo…»

«… che mi sono appena sposata?»

«Lasciamo perdere».

Lei stringe la presa.

«Avevo paura che un po’ si capisse, non volevo incasinare tutto, ma… non te ne sei mai accorta?»

«Accorta di cosa, Mino?»

«Sì, insomma, che mi piacevi, che mi stavo innamorando… ma non avrei mai potuto mettermi in mezzo tra te e Cesare… però quella volta – ti ricordi? – quando ci siamo conosciuti, ci ha presentati, eravamo allo Stella di Fiume, ti aveva portato a fare il tifo… abbiamo perso, tu mi hai dato la mano, avevi gli occhiali con la montatura rossa, io mi vergognavo di stare coi calzoncini dell’Aston Villa e la mimetica del Napoli… e poi abbiamo preso una pizza in quella specie di baita lì accanto – è da allora». Rebecca fa un passo verso di lui mentre i suoi occhi si allontanano verso quel momento. «E lo sapevo che non era il caso, lo sapevo. E ho provato a non pensarci. Ma ogni volta che ti vedevo era la stessa storia. Sempre.

«“Adesso lui si accorge di come la guardi e ti dà un pugno in faccia” mi dicevo. “Adesso lei si accorge, glielo dice, lui smetterà di parlarti e non vi incontrerete più”. E che ne sai se questa storia della conversione non fosse un modo per smettere, per distrarsi. Se non puoi avere la donna che ami prendi la sua religione… Oppure, chissà, ti saresti guardata intorno e avresti capito che c’erano più cose in comune tra me e te di quante ce ne sarebbero mai state con lui… ma è andato tutto a puttane. E adesso tu hai questo vestito e io dei cernecchi di nylon».

Rebecca lo bacia.

Mino non reagisce, è paralizzato, non riesce ancora a capire se ha detto tutto quello che ha detto ad alta voce. Rebecca lo bacia e gli allenta il nodo della cravatta. Fa scendere una mano lungo i bottoni della camicia, tira giù la zip dei pantaloni. Mino risponde. 

La sposa si avvicina al lavandino, si volta e si piega in avanti – il fiato appanna lo specchio. Con tutte e due le mani lui solleva l’abito, scopre il culo che fino a quel momento aveva solo potuto ammirare di nascosto. «Aspetta», gli dice Rebecca che preme più volte sul dispenser del sapone a lato dei rubinetti. Porta la mano carica di schiuma sull’ano e guardandolo fisso negli occhi dice «Voglio che sia speciale», massaggiandosi rapidamente. Il culo è pronto, in tutta la sua maestà: lei glielo offre, Mino lo prende.

Una manciata di secondi, poi dai polpacci un fremito gli percorre le gambe fino alla base della colonna. Viene dentro di lei mentre qualcuno dall’altra parte della porta chiede se è occupato. 

Toc toc!

In preda a uno spasmo, lo sfintere di Rebecca si contrae così tanto da non lasciar passare nemmeno un filo d’aria. Mino prova a tirarsi indietro per rivestirsi di corsa ma non può fare niente, è incastrato, il suo pene risucchiato da una galassia sottovuoto. Riprova con maggior decisione, ma l’unico effetto che il tentativo produce è quello di sbilanciarli facendoli cadere tutti e due sul pavimento, il corpo pesante di lui producendo un rumore animalesco.

«Mino…»

«Prova ad alzarti in piedi adesso».

Rebecca si sfila le scarpe col tacco e poggia sui talloni ma niente, sono incollati.

«Non mi era mai successa una cosa del genere» mormora lui.

«Pensi che a me sì?»

«Rilassati. Ti devi rilassare».

La sposa si gira per fulminarlo con un’occhiata.

«Se ti agiti è peggio».

«Piuttosto perché non si ammoscia? Hai finito subito…»

«Non lo so, sarà che non passa più il sangue… e poi che significa? Era il momento… Ti fa male?»

«No. A te?»

«No. Non ancora. Dici che ne avremo per molto?»

«Che domande fai?»

Piano Rebecca reclina la schiena e si sdraia su Mino. Poi, evitando movimenti bruschi, i due si adagiano sul fianco, uno saldamente nell’altra. Così rimangono in silenzio qualche minuto. Il cuore di entrambi batte all’impazzata.

«Davvero mi ami?» gli chiede alla fine.

*****

«C’è qualcuno chiuso dentro!» 

Il tempo all’interno del bagno collassa, fuori il vociare monta di minuto in minuto. 

«Se è occupato che posso farci signorina?» Poi il rumore si acquieta, «andrò in quello dei maschi, che razza di modi…». 

Toc toc. 

«Tutto bene lì dentro?» ora il chiasso cresce ancora, è un’onda lunga, una marea. Note lontane segnano l’incedere delle portate …Sai ti conosco oramai Ho capito chi sei, non ti importa di niente… «Ma la sposa che fine ha fatto?» 

«Rebecca, Rebecca! Sei lì dentro?» 

Quando il ronzio si allontana, è il dialogo a ripartire in un sibilo.

«Tanto per sapere, che ci siamo persi?»

«Che ci siamo persi?» 

«Tanto per sapere, sì, insomma, quanto ci vuole…»

«Forse siamo alla porchetta con la crema di prugne. Indovina a chi piaceva?».

Mino prova a cingere la vita della sposa per trovare un nuovo punto d’equilibrio. «Sta cominciando a farmi male». Il gomito perde per un attimo l’appoggio sulle piastrelle del pavimento.

«Ahhh», si lascia scappare lei portandosi una mano alla bocca.

«Shhh!»

«Non fare altri scatti», gli dice stringendogli i polsi.

«Ma quanto manca alla fine di ’sta cazzo di cena?»

«Certo, perché aspetteremo il taglio della torta. Sono la sposa, mi cercano da un’ora!»

«No, no», fa lui che prendendo fiato accuccia fronte e naso tra le vertebre del collo. «Senti, l’unica soluzione è questa. Aspettiamo… e quando riparte quella cazzo di musica usciamo, chiamiamo un taxi…»

«Un taxi?» 

«Non lo so, facciamo autostop. Chiediamo a Don Raveggi. Qualunque cosa… e ce la filiamo».

«…»

«Ti sei sentita male. Stavi svenendo e t’ho portata a casa».

I due provano ad alzarsi, leggermente chinati uno sull’altra riescono a raggiungere la porta. «Rebecca, sei lì dentro?» «Ma che fine avrà fatto?» «Sarà una tradizione, tipo quel girotondo…» 

Come le zampe di un geco i palmi della donna poggiati sul legno della porta percepiscono vibrazioni nel raggio di qualche metro. Le mani di Mino le stringono il ventre contratto. La sposa sente vibrare nei polpastrelli l’intro inconfondibile di Siamo solo noi. «Adesso». Tira la maniglia e i due iniziano a trotterellare goffamente rasentando il muro. Una luce opalescente invade la sala. Questa è l’ultima, dopo c’è la torta. I raggi ultravioletti dei neon di Wood accendono di chiazze lattiginose il buio delle stanze. Le camicie, i colletti, i ricami delle tovaglie, qualche borsetta: il bianco disegna fluorescenze accecanti. Le sagome dei camerieri si muovono come comete negli spazi tra i tavoli. A qualcuno sembra di vedere uno strano cavalluccio marino scivolare sul fondo di un acquario. Gli svolazzi del corpo curiosamente più evanescenti della nitida coda distesa. Ogni passetto una fitta più acuta. «Rebecca!», la sonora risata di zia Ester buca il tappeto di chitarre elettriche, «ma che fine hai fatto?», esclama avvicinandosi. I due si impietriscono. «Uh, il trenino! Mi unisco anch’io!» grida ormai a pochi metri. È su di loro e poggiate le mani sui fianchi di Mino sente le dita affondare nella carne. All’improvviso si rinviene, smette di ridere. Si piega per osservare più da vicino. La sposa, è tornata la sposa!, gridano altri. Ormai è troppo tardi. La sposa! Che fine avevi fatto? Tre, cinque, otto, dieci persone gli sono subito intorno. Ester si sfila il sopra della tuta nel tentativo disperato di coprirli. Poi cerca dei fazzoletti, prova a tirar via una tovaglia con un gesto rapidissimo. La sposa! La sposa! Si sente il fracasso delle stoviglie che volano in terra. Attorno ai due il crocchio è sempre più folto. Cesare li raggiunge come un cielo trapunto di stelle. Cerca di farsi largo, ride. Le tracce della forfora screziano una nebulosa in continua torsione, ora è troppo vicino, la sua espressione si ghiaccia.

Le luci sono tutte accese, su un lungo tavolo Mino e Rebecca, coperti da una tovaglia, sono difesi da un cordone di camerieri. Il padre della sposa è disteso in terra, gli ospiti cercano di lasciargli spazio, far passare un po’ d’aria. Cesare urla fuori di sé. Padre Raveggi tenta di calmarlo, al mondo se ne vedono tante, prova a rabbonirlo. Un cugino si offre di accompagnare Nicolas e Carola a casa. Il rabbino è al telefono col 118. Vero Almont chiede del ghiaccio, Massimino tenta di attirare l’attenzione di qualcuno del locale.

«portate del ghiaccio per favore», si sbraccia come un vigile urbano.

«Beati voi che vi va di bere!», dice sottovoce Crystal – senza riuscire a nascondere dietro la mano che copre la bocca una certa soddisfazione.

«Non mi era mai capitato ma sembrerebbe proprio un episodio di penis captivus» pontifica Vero Almont con didascalico distacco «e pare che sfregando del ghiaccio alla base del membro si riesca ad agevolare la, uhm, situazio—»

«Ma che cazzo vuoi agevolare, coglione!», urla Augusto Pavese dall’altro capo della stanza, e mentre lo dice perde di vista il figlio che scartando alla sinistra del prete oltrepassa la porta del locale gridando di volersi ammazzare. 

A sirene spiegate arriva la prima ambulanza, riesce a malapena a schivare Cesare, che fuori dal ristorante, fuori dal parcheggio, fuori dalla pensilina in cemento sulla quale troneggia gigantesca l’insegna dei Cigni corre come impazzito, cercando di tuffarsi sotto le macchine che attraversano la provinciale. Augusto in affanno prova a inseguirlo gridandogli di non farlo, la prima ambulanza intanto carica il padre di Rebecca, colto da infarto. In cinque minuti ne arrivano altre due, in una gli infermieri riescono a sedare Cesare, nella seconda – ancora incollati – salgono Mino e Rebecca. 

Immobile al suo posto, Rita Auerbach fissa i colli fuori dalla finestra. Tiene stretta la coscia del marito e ripete come un mantra «Te lo dicevo Isaac, il tempo è maturo – Isaac…».


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).
Michael Kindle (1975) è un canadese di Cap-Chat, vive “cacciando” iceberg alla deriva per ricavarne l’acqua più pura che esista (si scioglierebbero comunque ed è molto quotata per la produzione di profumi). Ha vissuto tre anni a Napoli, durante i quali ha imparato alla perfezione l’italiano. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Useless, Glue e Le Québécoise.

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