Un nuovo modo di guardare. Purgatorio XXIII, il cinema e i manga

Torniamo con un commento a un canto della Divina Commedia de L’indiscreto. I cento commenti ai cento canti, insieme, danno forma al nostro progetto di “Commento Collettivo alla Commedia” curato da Edoardo Rialti.


IN COPERTINA un’opera di Gustave Doré

di Stefania Carini


Con il contributo di  


La poesia di Dante è anche immagine. E l’immagine è molto concreta, soprattutto quando le pene dell’anima macerano il corpo, anche in Purgatorio:

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava

Come altrove, le anime – in questo caso dei golosi – si mostrano tutte insieme. E poi – come altrove – dalla massa qualcuno si mostra più degli altri: perché è Dante a scorgerlo o perché è la stessa anima a farsi avanti. Qui dai golosi si stacca Forese Donati, amico poeta di Dante: 

ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?” 

Dal totale al primo piano, dalla folla all’individuo, dalle comparse al protagonista: uno scambio continuo che costruisce narrativamente e figurativamente il poema. 

Nel 1861 Gustave Doré illustra la Divina Commedia, uno dei suoi lavori più celebri. Doré è citato più volte come fonte di ispirazioni per i tanti fabbricanti di immagini che verranno dopo, soprattutto cinematografici. Forse perché ha già fatto proprio – come spiega Riccardo Falcinelli in Figure – un nuovo modo di stare al mondo che si riflette in un nuovo modo di guardare, che inizia a metà Ottocento ma si diffonderà a inizio Novecento, come racconterà Walter Benjamin. Lo sguardo moderno – quello ad esempio delle metropoli che stanno nascendo – è sempre distratto per troppo rumore, sonoro e visivo. Così Doré costruisce le sue immagini non più attorno un centro, che non “esiste” più nel caos moderno, ma bensì attorno a un fulcro, scrive Falcinelli, “un perno attorno cui ruota e si muove tutta la composizione, simile a una calamita per l’occhio”. 

Non succede così anche nella Divina Commedia? Doré e Dante, così lontani, hanno la stessa sensibilità visiva? O siamo noi che vediamo con gli occhi di oggi quelle pagine? “Le composizioni sono un ribollire magmatico, nondimeno Gustave ci indica la via (…) punta un faretto su un solo attore lasciando il resto nell’oscurità” conclude Falcinelli. Nella Commedia Dante mette spesso in scena momenti caotici dalle quali emerge qualcuno, che calamita i suoi occhi e poi diventa perno del racconto e dell’attenzione del lettore. Dante procede così illuminando di senso ciò che pare caos di visione, di narrazione, di vita. Qualche anno dopo Doré, anche il cinema dovrà imparare a far emergere i suoi protagonisti visivamente e narrativamente. In un suo saggio su due kolossal ispirati alla Commedia, L’Inferno (1911) della Milano Films e Dante’s Inferno (1924) di Henry Otto, Delio De Martino spiega come Doré fu alla base di quelle trasposizioni, e allo stesso tempo sottolinea come cinema muto, con il contrasto del bianco e nero e la sua esagerata espressività recitativa, possa ricordare il “visibile parlare” dantesco del canto X del Purgatorio.

Forese dunque esce dalla massa, diventa protagonista, illuminato dal faro del regista Dante. E allora Forese (in primo piano?) spiega come siano state le preghiere della sua vedovella a permettergli di essere già in Purgatorio. Il colloquio tra i due si vena di malinconia per quel che è stato, tra il ricordo della loro amicizia terrena e la necessità attuale di pentimento. 

Go Nagai è un mangaka. Classe 1945, è l’ autore di Mazinga Z (1972), un po’ il capostipite del genere robotico. Realizza anche Jeeg Robot d’Accaio e Ufo Robot Goldrake. Interessato all’essere umano sempre in bilico tra bene e male, Nagai è affascinato dalla Divina Commedia, che influenza tutta la sua produzione, in particolare i manga Mao Dante e Devilman. Tra il 1994 e il 1995 porta a compimento una vera e propria trasposizione dell’opera di Dante a fumetti attraverso i suoi episodi più famosi (in Italia è pubblicata dalla Dynamic Planning). Anche Nagai, come i registi del muto, media Dante attraverso Doré. Nagai riprende nel bianco e nero delle sue tavole manga due incisioni del francese dedicate a Forese. E poi ci mostra i fotogrammi intermedi, pardon, le incisioni intermedie, cioè le sue vignette, che uniscono i due momenti chiave aggiungendo ulteriore movimento grazie allo stile dinamico del manga. E poi fa un’altra cosa: dona un sorriso aperto e disteso, fanciullesco, dai tratti così semplici, a Dante e Forese nel loro colloquio. Quei sorrisi, arrivati a noi dopo tanti e tanti anni di mutazioni visive, sono segno di un amicizia profonda, e sono fulcro, calamita e perno narrativo del canto XXIII.

 

 


Il canto, integrale

Canto XXIII, dove si tratta del sopradetto girone e di quella medesima colpa de la gola, e sgrida contro a le donne fiorentine; dove truova Forese de’ Donati di Fiorenze col quale molto parla.

Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo più che padre mi dicea: “Figliuole,
vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole”.

Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar s’udìe
’Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.

“O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?”,
comincia’ io; ed elli: “Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo”.

Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,

così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava.

Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’.

Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ’omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?

Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,

ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?”.

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.

Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.

“Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora”, pregava, “la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!”.

“La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia”,
rispuos’io lui, “veggendola sì torta.

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia”.

Ed elli a me: “De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.

Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.

E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,

ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ’Elì’,
quando ne liberò con la sua vena”.

E io a lui: “Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.

Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,

come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora”.

Ond’elli a me: “Sì tosto m’ ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ ha de li altri giri.

Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;

ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,

nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.

Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?

Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;

ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli”.

Per ch’io a lui: “Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui”,

e ’l sol mostrai; “costui per la profonda
notte menato m’ ha d’i veri morti
con questa vera carne che ’l seconda.

Indi m’ han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ’l mondo fece torti.

Tanto dice di farmi sua compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.

Virgilio è questi che così mi dice”,
e addita’ lo; “e quest’altro è quell’ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice

lo vostro regno, che da sé lo sgombra”.

A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


STEFANIA CARINI è giornalista, autrice, consulente. Si occupa di cultura e immaginari mediali, collaborando con Il Corriere della Sera, Repubblica, Il Foglio, Il Post, Link Idee per la Tv. Tra i suoi documentari per la televisione L’Italia di Carlo Vanzina, Dizionario del Cinema, Galassia Nerd, TeleVisori. Per Cubo Museo d’Impresa di Unipol di Bologna  ha curato le rassegne “Mondi Seriali” e “Fratture. Una storia di svolte tecnologiche.” Tra le sue pubblicazioni Il testo espanso (2009), I misteri de Les Revenants (2015), Ogni canzone mi parla di te (2018). Il suo ultimo progetto è www.effettipersonali.blog.

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