Un parto

«Mi mettono nella stanza accanto in osservazione, sto tremando così forte da sobbalzare, batto i denti, sudo freddo e passo i dieci minuti successivi a saltare nel lettino senza riuscire a fermarmi. È una reazione normalissima, dicono: sono gli ormoni, l’anestesia, la perdita di sangue, le endorfine oppure, penso io, il mio sistema operativo è andato fuori uso»


IN COPERTINA, Un’Opera di Jean Dubuffet

di Ilaria Giannini

Questa storia non ha un inizio né una fine, quindi impiego diverso tempo per capire come raccontarla; so solo che voglio farlo, perché la nascita di mia figlia è la soglia più potente che io abbia mai attraversato.

Non è stata una notte e neppure un giorno, ce ne ha messo quasi tre a venire al mondo e a me serve un anno intero per elaborare quello che ho vissuto e inciderlo in forma definitiva, prima che evapori.

Già mi sembra di aver lasciato andare piccoli dettagli, il retrogusto salato delle barrette energetiche che mangiavo per disperazione e vomitavo mezz’ora dopo, la faccia da folletto cattivo della Oss che pensava mi interessassero i pettegolezzi del reparto, la copertina di cotone traforato con cui avvolgevo entrambe mentre allattavo.

Ma no, è ancora tutto qui, briciole di pane da raccogliere una ad una, custodite in onore di quel momento sotto l’ennesima doccia bollente in cui ho giurato: se ne esco viva devo scriverne.

Ma partendo da dove?

Se bastasse il desiderio Giulia andrebbe già a scuola, perché l’idea di un figlio si fece avanti al funerale di mio nonno: smettere di essere una famiglia capace solo di morire. Sei anni dopo stringevo in mano il mio primo test di gravidanza positivo, era il 3 novembre 2020 e trenta mesi da quando provavamo a concepire: Conte annunciava il secondo lockdown e io singhiozzavo di fronte al parafarmacista adolescente che mi porgeva l’esito positivo delle Beta.

Dove inizia una vita? Quanto bisogna andare indietro per rintracciarla? Dieci anni prima ci siamo io e Federico al binario della stazione Termini, dopo la nostra prima notte insieme: ancora non ho capito che ci stiamo innamorando come non mi era mai successo; salutandolo gli chiedevo imbarazzata se almeno potevamo restare amici.

Una decade dopo eccoci qui, nella casa di mia nonna dove ci siamo trasferiti in attesa di ristrutturare la nostra. Io ho appena superato le 38 settimane di gravidanza e non ne posso più della pancia in espansione, è la sera del 4 luglio 2021, una domenica che come sempre abbiamo passato al mare. Vado in bagno e noto una macchia rossastra sulla carta igienica: ho perso il tappo mucoso e medicalmente la storia del mio parto inizia qui.

Corro in camera, il tempo di informare Federico e già mi sta colando sulle gambe un liquido chiaro, quasi schiumoso. Sono una delle elette a cui si rompono le acque prima del travaglio, dovrebbe accadere non più di una volta su dieci ma l’aneddotica che ho raccolto negli anni dice diversamente, specialmente per le primipare, compresa mia madre che nel 1982 ha affrontato un vero calvario per avermi. All’inutile corso preparto che ho seguito non si è mai parlato di tutte le opzioni che si aprono quando il sacco amniotico si rompe prima dell’inizio delle contrazioni, ovvero prima che il collo dell’utero abbia anche solo pensato di dilatarsi: so soltanto che devo andare subito in ospedale, per monitorare che la bambina stia bene e quindi posso dire addio all’idea di trascorrere le prime ore di travaglio a casa.

Mi faccio una doccia veloce e usciamo, la mia valigia pronta già da due mesi (siamo persone col vizio di nascere in anticipo) è il trolley dei viaggi pre pandemia. Sta arrivando un’ondata di calore ma la notte è fresca, profumata: ci dirigiamo nella nostra vecchia Panda verso l’ospedale di Lido di Camaiore, io stringo la mano di Federico mentre la radio passa Lucy in the Sky with Diamonds. Sembra la scena di un film, un lieve senso di irrealtà mi si posa sulle spalle, scende sugli occhi: è una patina che sfoca leggermente la visuale e mi permette di osservare con incredulo ottimismo questo viaggio verso la fine della nostra vita in due.

Sto andando a partorire ma non sento dolore, nella mia ingenuità penso che Giulia potrebbe nascere anche stanotte, al massimo domani, raccomando a Federico di restare nelle vicinanze. 

Arriviamo al Versilia, l’ospedale dove è morto mio nonno, dove mia madre ha lavorato come fisioterapista per tanti anni: se non avessi ormai un’idea precisa di come funzionano i ricorsi storici nelle famiglie mi sembrerebbe assurdo essere finita a partorire qui, dopo aver passato la mia intera vita adulta da un’altra parte.

Credo che mi si siano rotte le acque, la frase continua a suonare irreale anche all’accettazione: il ginecologo che mi visita lo conferma, ma per il resto laggiù è tutto chiuso. La bambina è ancora comoda e vitale, ma decidono di ricoverarmi e vedere come va, se le contrazioni non partissero da sole a un certo punto mi faranno l’induzione.

Mettere in fila i ricordi consiste sempre per me nel resistere alla tentazione di rileggerli con il senno di poi, persino quando come in questo caso non è chiaro neppure a posteriori quale sarebbe stata la scelta migliore.

Ho speso buona parte della mia vita ossessionata dalle strade non imboccate, comparando ogni bivio sbagliato, analizzando ogni scelta: è difficile ammettere che mentre attraversavo il momento più complesso e pericoloso della mia esistenza non decidevo niente, non mi rendevo neanche conto che potessero esserci delle alternative, procedevo cieca, a tentoni, travolta dall’onda degli eventi, cercando solo di non affogare.

Non è vero che il dolore del parto si dimentica ma col tempo sbiadisce, diventa un’ombra indelebile sotto la pelle. Quello che non passa, che sanguina ancora oggi, è la mancanza di autodeterminazione, l’assoluto dominio del corpo, della casualità e delle procedure mediche sulla mia mente e sulla mia volontà. 

Federico mi accompagna al blocco parto, dove ci dividono; sono in lacrime, al momento ho più paura di restare senza di lui che di partorire, nella quotidianità sono io il caposaldo della nostra famiglia ma nei momenti di crisi è lui che preserva la lucidità e mi tiene a galla, come posso affrontare tutto questo senza da sola? È qui, mentre lo osservo incamminarsi nel lunghissimo corridoio e diventare un punto sempre più piccolo, che percepisco il vero spartiacque, la fine della vita per come l’ho conosciuta finora e l’inizio di una nuova esistenza, dove sono destinata ad entrare da sola.

Mi assoggetto al battesimo del tampone e alla farfallina sul dorso della mano, a quanto pare indispensabile, sia mai avessero un bisogno urgente di iniettarmi qualche sostanza e non potessero perdere neppure i trenta secondi necessari ad aprire un accesso venoso. Il mio problema è che ho le vene piccolissime, fragili e difficili da trovare e in più la fobia degli aghi (e di tante altre cose connesse al corpo); l’infermiera per sdrammatizzare mi chiede come farò a partorire se non reggo neanche un ago: io piangendo le rispondo che non lo so, perché sono fobica, ho la soglia del dolore bassissima e insomma sono una mezza matta. Rimane stupita e cerca di consolarmi in malo modo, evidentemente non avvezza a una donna che esprime senza vergogna le proprie debolezze, una con cui non funziona la cara vecchia tattica di trattarci da super eroine per costringe a comportarci all’altezza di aspettative impossibili.
Mi ricoverano nella bolla, il percorso Covid dove resterò isolata fino all’eventuale risultato negativo del tampone. Cerco di godermi la camera singola che ho già capito durerà poco: il reparto è pieno forse per un terzo, eppure sono tutte ammassate in doppia, probabilmente per risparmiare le spese di pulizia, oppure perché la caposala è sadica. 

Messaggio un po’ con Federico con cui abbiamo deciso che può tornare a casa e con mia madre, già impanicata: le dico di mettersi a letto tranquilla perché non ho il benché minimo segno di contrazioni. Tento di seguire il mio stesso consiglio ma dormo un sonno frammentato, inacidito dalla luce fredda e dalle voci aliene che filtrano sotto la porta.
Come sa chiunque abbia una minima esperienza di ricovero o abbia letto Buzzati, l’istituto ospedale non prevede e neppure auspica un reale riposo, tanto meno in Ostetricia e Ginecologia, tra donne in travaglio, puerpere doloranti e neonati insonni per definizione: la bella trovata di metterle due alla volta coi rispettivi bambini poi presuppone che nella stanza ci sia costantemente qualcuno in sofferenza o bisognoso di cure e luce accesa, per cui non dorme nessuno.

Alle sei e mezzo mi informano che per lo meno non ho il Covid e mi trasferiscono nella mia nuova camera con un caffè annacquato e due fette biscottate di benvenuto.

La visita della mattina conferma lo status quo: Giulia sta meglio di me e il mio utero tace. Decidono di offrire al mio apparato riproduttivo – che, affrontiamo la realtà, è sempre stato più lento degli altri – ventiquattr’ore per far partire il travaglio, altrimenti indurranno il parto.

Insieme all’ultimatum arriva anche la mia prima compagna di sventura, una viareggina di buona famiglia che lavora negli Stati Uniti ed è tornata qui appositamente per partorire. Ha passato i quaranta, è al secondo figlio, è organizzatissima: la sua camicia di lino e pizzo, candida e inamidata, mi fa sinceramente vergognare del mio straccetto celeste a pois bianchi, comprato su una bancarella in Santo Spirito per sette euro e già sformato dalla pancia fuori misura, e mi rivela che dopo tutto esistevano tenute da una gravida belle, bastava aver voglia di spenderci dei quattrini.

Il 5 luglio è il giorno della morte della Carrà e del parto della mia camerata. Mentre macino chilometri su e giù nel corridoio del reparto, nella speranza di convincere il mio corpo a compiere il suo dovere, ho i social invasi dal caschetto inossidabile di Raffaella, dal suo sorriso ipnotico, fuori dal tempo e le orecchie piene dei respiri profondi della mia compagna.
È entrata in travaglio dopo mezzogiorno con grazia, quasi meditando, seduta in silenzio sulla poltrona con le mani intrecciate in grembo e la concentrazione di un monaco guerriero in faccia. È decisa ad avere un VBAC, mi informa finché riesce a parlare, ovvero un vaginal birth after cesarean: la primogenita è nata con cesareo d’urgenza e tre anni dopo lei vuole tentare la via del parto vaginale, col sostegno della sua dottoressa e a quanto pare dell’intero staff dell’ospedale. Ginecologi, ostetriche e infermiere le si affollano intorno come una corte, mentre io imploro inutilmente chiunque di visitarmi.

Ma sono di troppo, sono piagnucolosa e insensibile, io che al momento sono un tantino in ansia per la mia situazione stagnante e venderei l’anima per un bel cesareo programmato non riesco proprio a empatizzare con questo calvario autoindotto di cui sono mio malgrado spettatrice e che alla fine, come era prevedibile, si rivela inutile. Dopo quattro ore di sofferenze il monitor rivela che il bambino non sta bene, perde il battito e di colpo non c’è più tempo: volano tutti in sala parto per un cesareo d’urgenza. 

Resto sola e finalmente si degnano di farmi un tracciato: Giulia è in forze, il resto tace.

A causa dalla normativa Covid ancora in vigore Federico è l’unico ad avere il permesso di venirmi a trovare, due volte al giorno all’ora del passo: arriva carico di deliziosi panini che baratto volentieri col pollo di gomma e le penne al sugo di cartone dell’ospedale e poi nascondo come scorta per i momenti difficili. Come sempre davanti all’ignoto mi viene fame, la necessità di mangiare il più possibile e accumulare cibarie per affrontare l’imponderabile.

Il micidiale appetito da apocalisse si accompagna alla paranoia, non mi fido di nessuno e scorgo in chiunque un nemico da cui proteggermi. Ma questa volta il mio istinto non sta esagerando: non sono mai stata così vulnerabile e così sola, stretta nel meccanismo ospedaliero per cui non sono più Ilaria Giannini, trentanovenne che ci ha messo due anni e mezzo a rimanere incinta e non può portare gli orecchini perché vedere il buco nelle orecchie la fa svenire, ma solo l’ennesima primipara lamentosa, esagerata, drammaticamente impreparata.

Nel pomeriggio mia madre riesce a intrufolarsi: ha una visita in intramoenia dal cardiologo prenotata già da tempo e sfruttando la sua decennale conoscenza dell’ospedale arriva sulla porta del reparto. Mi affaccio un attimo e la abbraccio, cerco di rassicurarla ma mi scappa da ridere, che conforto potrò mai offrire, sono un dannato sulla sponda dello Stige senza un Caronte che lo traghetti indietro. Neanche lei può rincuorarmi davvero ma almeno mi svela l’arcano della Nemesi, come ho preso a chiamare la mia compagna di stanza, e del suo corteo di ancelle. Con la sicumera tentacolare della provincia mia madre è già venuta a sapere che si tratta della figlia di una primaria del Versilia, da poco andata in pensione ma a quanto pare ancora abbastanza influente da garantirle una deferenza e un’attenzione particolare.

Il mondo ordinario non mi è mai sembrato così lontano eppure qualcosa mi ha raggiunto persino qui: anche tra le partorienti di uno scalcagnato ospedale pubblico ci possono essere delle raccomandate.

Il lunedì è passato in un soffio, tra pisolini stentati, messaggi di amici e parenti e ricerche ignominiose su Google: come riconoscere una contrazione, parto indotto doloroso, epidurale e induzione.

La Nemesi cerca inutilmente di attaccare al seno un neonato sano ma molto addormentato, forse intorpidito dall’anestesia; Federico è venuto con un sacchetto di ciliegie che hanno allietato il mio immangiabile pasto da degente, è rimasto un po’ oltre l’orario consentito per coccolarmi e poi l’hanno buttato fuori.
È intorno all’ora in cui le persone non ricoverate stanno cenando che inizio a percepire qualcosa, una fitta così leggera che temo di averla immaginata e così inizia la mia notte più lunga.

Tra le ostetriche di turno c’è una ragazza molto giovane, dagli occhi scuri e il volto pulito sotto la mascherina colorata, l’unica di cui ricordo il nome perché è stato in lizza per mia figlia: Irene. Forse perché gentile o forse perché stasera sono l’unica ad avere bisogno, è la sola in tutto il reparto a prestarmi un’assistenza decente. Passano le ore, il tracciato conferma che le contrazioni sono partite, anche se con molta calma, e Irene mi assicura che di certo riuscirò a partorire da sola, senza induzione. 

Informo tutti e provo a monitorare la situazione segnando nelle note dell’iPhone l’orario in cui avverto le stilettate al ventre, che fino a mezzanotte restano nette ma molto distanziate. Ma sono davvero queste? Le descrivono simili ai dolori mestruali, ma essendo tra le fortunate a cui le mestruazioni non hanno mai fatto male non ho nessun punto di riferimento e, di questo mi rendo conto poco alla volta, anche zero allenamento a sopportare questo tipo di sofferenza. 

Martedì 6 luglio si apre con io che realizzo lentamente e inesorabilmente che sono fottuta. Sono la proverbiale rana immersa nell’acqua che si scalda piano piano e presto mi ritroverò bollita viva senza poterci fare niente. Il dolore è ancora tollerabile ma sta aumentando e soprattutto è sempre più frequente. A ogni contrazione è come se una mano gigante mi strizzasse gli organi interni, è un dolore che non ha termini di paragone: brucia e toglie il fiato e pulsa e quando arriva invade l’intero corpo e la mente, più che un’onda è uno tsunami che spazza via tutto. In quei secondi discendo nel buio assoluto: gli occhi non vedono più, il cervello non pensa, il senso d’identità è perduto, è tutto nero, dentro e fuori, e sotto il cielo esiste solo il DOLORE.

Quando passa è come se la mia intera persona dovesse ogni volta ricomporsi da capo, rimettere insieme i cocci: urlo per paura e per convincermi che sono ancora viva, resto attaccata alla mia sanità mentale come a uno scoglio nelle tempesta e alla promessa dell’epidurale come unica ancora di salvataggio.

Verso le quattro inizio a temere di morire e alle sei sto così male che preferirei essere morta. Attraverso l’inferno per arrivare all’alba, a ogni girone di sofferenze perdo un pezzo di dignità, consapevolezza di me stessa e in ultima analisi tutto quello che mi rende un essere umano. Anche i ricordi sono frammentati, slegati l’uno dall’altro, singoli momenti emergono come isole dal mare nero di questa notte e non riesco a metterli in un ordine cronologico coerente.

Verso l’inizio ci siamo io e Irene, animata da buone intenzioni, che mi mette sotto la doccia, seduta a cavalcioni di una gigantesca palla rosa fluo e per un po’ il getto caldo sulla parte bassa della schiena offre un vero sollievo. Ore dopo ci sono io appoggiata al muro che scalcio via la cazzo di palla e resto sotto l’acqua bollente finché non mi sento svenire. Forse più tardi, ancora una volta in bagno, guardo il mio volto sconvolto giusto un attimo prima di vomitare nel lavandino il pastone marrone scuro delle barrette proteiche che ho ingoiato prima, quando ancora pensavo che il travaglio necessitasse energie e non sapevo che la benzina che alimenta questo processo è tutta a levare, quasi una purificazione radicale dell’organismo che si prepara ad espellerne un altro. 

E ancora Irene, che mi dice di cavalcare il dolore, di gestirlo, e io che la mando affanculo. Io che scrivo a Federico che sto morendo e poi non riesco più neanche a tenere in mano il telefono. Io che mi tolgo gli occhiali da vista come protesta, unica forma di rifiuto che posso opporre al dramma che sono costretta ad affrontare in totale solitudine, senza il mio compagno di vita o mia madre o una qualunque altra persona a cui importi qualcosa di me a confortarmi. Sola come un cane malato che si nasconde a morire sotto il capanno della legna.

E poi mi visitano, verso forse le cinque: non riesco più a camminare e Irene mi sorregge, sono piegata in due per quanto la pancia mi consente di piegarmi e procedo a tentoni, appoggiandomi al muro fino all’ambulatorio. Irene e la ginecologa mi piazzano a fatica sul lettino e sul divaricatore, io piango e mi lamento tutto il tempo, implorando l’epidurale. 

Ma il verdetto della ginecologa è una sentenza di morte: sono dilatata solo 3 centimetri, non possono ancora portarmi giù, in sala parto, e farmi la partoanalgesia che è ormai l’estremo pensiero coerente a cui mi attacco, l’ultimo salvagente per la mia psiche traballante.

Lo mollo e mi sento andare a fondo, una cortina buia mi cala sulle palpebre e per un po’ la abbraccio, lascio che la mia coscienza ci scivoli dietro.

Quando torno in me sono di nuovo nel letto e urlo: urlo aiuto, sto morendo, urlo voglio l’epidurale, vi denuncio tutti, grido il nome di mio marito come se potesse davvero sentirmi, grido così tanto che il giorno dopo mi brucerà la gola. Ma ormai è il cambio del turno e io interesso ancora meno di prima, sono nella terra di mezzo di nessuno, alla deriva: Irene smonta, arriva qualcun altro che mi degna a malapena di uno sguardo, non capisco come sia possibile ignorare una persona che strilla con tutta la voce che ha in corpo ma loro ci riescono benissimo. Tra poco ti portiamo giù, dicono e intanto un’altra ora se ne va, sebbene ogni volta che riesco a gettare uno sguardo allo schermo del telefono siano passati soltanto pochi minuti. Sono entrata in un loop di dolore e panico e ormai nessuno mi può più ripescare. 

Qualcuno chiama Federico, che è qui sotto da ore e sta litigando con tutti perché non mi hanno ancora portata in sala parto. E poi finalmente il letto si muove, esco dal reparto: dalle finestre del corridoio le Apuane si stagliano nitide nella luce rosea dell’alba, alte e maestose e remote e mi attraversa il pensiero che almeno ho rivisto le montagne della mia infanzia un’ultima volta prima di morire.

Il blocco parto del Versilia è al piano terra, una specie di seminterrato dove nessuna compagnia telefonica ha campo. Federico aspetta all’ingresso da circa tutta la notte, è preoccupato ma non me lo fa vedere e del resto non sarei mai in grado di accorgermene: finalmente sono tra le sue braccia e nonostante il dolore continui a sconquassarmi per la prima volta da quando è iniziato il travaglio mi sento al sicuro.

Anche la mia fortuna con il personale ospedaliero sta girando: l’ostetrica che mi accoglie è una signora gentile, dal tocco dolce, che mi visita con cautela e rimane allibita nello scoprire che sono già oltre i 5 centimetri. Ho ritrovato abbastanza lucidità da capire che i mostri del reparto avrebbero potuto mandarmi giù come minimo un’ora e mezzo prima e temo sia troppo tardi per l’epidurale ma lei mi rassicura subito, siamo al limite ma la faranno lo stesso anche perché si rende conto che non sono in condizioni psicologiche e fisiche tali da affrontare la seconda metà del travaglio e poi le spinte senza un aiuto chimico.

L’anestesista mi appare come il Cristo risorto alle donne di fronte al sepolcro rovesciato: è questa ragazza giovanissima che mi riporterà nella terra dei vivi. Per farmi il punturone tra le vertebre però devo stare immobile e io sto ballando la tarantella delle contrazioni: l’ostetrica si accovaccia di fronte a me, prende le mani tra le sue e mi dice di stringere forte, mettendoci tutto il dolore che sento, come un’onda che posso togliere dal corpo e incanalare dove voglio. Stringo con tutta la mia disperazione, con tutta la mia paura, compresa quella che la procedura anestetica vada male e incredibilmente funziona: forse perché sono concentrata su un singolo punto riesco a rimanere ferma abbastanza a lungo perché entri il gigantesco ago, che grazie ai miei occhiali da miope buttati a ramengo ho a malapena intravisto.

E il dolore svanisce, così, come un miracolo: in meno di cinque minuti sono resuscitata e ho di nuovo il dono della parola e della deambulazione. Sono in piedi stretta a Federico e dondolo su me stessa per aiutare la dilatazione, bevo un the caldo zuccheratissimo, accetto un refill di oppiacei gentilmente offerto dalla mia nuova migliore amica.
Vedo le contrazioni sul tracciato ma non le sento, Giulia non ha mai perso neanche un battito ma è messa un po’ male, le ore successive le passiamo a cercare di farla incanalare nel modo migliore mentre io continuo a dilatarmi lentamente.

La sala parto mi vuole bene e compare anche una faccia conosciuta: il caso vuole che la ginecologa di turno sia anche quella da cui ho fatto una sola visita privata, l’ultima, indirizzata dal mio storico ginecologo di Firenze che mi ha consigliato di trovare uno specialista anche in Versilia in vista del parto. È una napoletana sulla cinquantina portata bene, che non manca di praticità e senso dell’umorismo, aspetti che tendo ad apprezzare quando non sono annichilita dal dolore.

Quando arrivo a dieci centimetri la sala è piena: questa mattina sono l’unica a partorire e forse dopo quello che è successo in reparto vogliono sincerarsi che vada tutto a buon fine. Non sento più i dolori lancinanti di prima ma riesco comunque ad avvertire le contrazioni in modo da spingere al momento giusto, la fase espulsiva sembra aprirsi meglio della precedente ma è un’illusione che dura poco.

Spingi come se stessi andando in bagno, ok ma non è così semplice, il mio corpo è vecchio e lento, poco cooperativo: le ostetriche e la ginecologa mi incitano, mi fanno i complimenti quando per una volta sembro azzeccare il giusto metodo e non capiscono di essere il fan club di un ronzino scalcagnato, che è stato buttato a correre il Palio di Siena senza aver mai fatto un giro di piazza.

Adesso però c’è una quantità di gente insensata intorno a me, compresa un’ostetrica mastodontica e vecchio stile, sul modello dai hanno partorito tutte che vuoi che sia, che mi tocca e commenta troppo per i miei gusti e infatti viene mandata a cagare.

Provano a farmi cambiare diverse posizioni, mi metto carponi e urlo a Federico di uscire dalla stanza perché non voglio che mi veda così, nel definitivo stato animale in cui mi ha trasformato questo parto. L’avrei voluto accanto quando poteva fare qualcosa per me, nella fase più dolente nel travaglio, non adesso che è utile come una bicicletta a un pesce, ed ecco perchè sono sicura che a decidere le regole anti Covid per le sale parto sia stato un uomo.

Sono a quattro zampe e spingo con tutte le mie forze, mi sembra finalmente di averla imbroccata ma invece no, le facce sono preoccupate, confabulano: sta succedendo qualcosa che non capisco e di cui ancora oggi non ho fino in fondo contezza. 

Provo a rivolgermi alla mia ostetrica del cuore ma è lontana, al momento non ha più alcun potere, sono di nuovo sulla soglia di un altro maledetto cambio turno ed è arrivato pure il primario, se fossi un minimo lucida capirei subito che hanno una dannata fretta di far nascere Giulia. 

Ma l’effetto dell’epidurale sta finendo e si sono fermate persino le contrazioni, mi hanno già sparato un po’ di ossitocina in vena per farle ripartire e io non capisco più niente: mi è solo chiaro che il mio corpo e la mia mente si stanno arrendendo, non ce la fanno più.

La vogliamo far nascere questa bambina? Mi chiede la ginecologa, come se finora non fosse uscita per un mio capriccio, perché non mi sono impegnata abbastanza. Poi come in un gioco di prestigio estrae un piccolo pezzo di plastica. Recupero gli occhiali per guardarlo bene: è una minuscola ventosa di gomma e si chiama kiwi, come il frutto che mi ha sempre fatto schifo.

La napoletana mi rassicura che non è pericolosa, non è più come una volta, lo vedi come è piccina? Jamme che se non ci muoviamo la bimba ci va in sofferenza. 

Non saprò mai se davvero Giulia è in pericolo, o se il personale si è scocciato e deve staccare o magari è perché ho spinto troppo, mi sono spaccata già tanto e vogliono evitare che la mia lacerazione di terzo grado arrivi al quarto ma di colpo il mio parto diventa operativo.
E ovviamente io non so neanche cosa significa. 

Do il mio assenso perché sono oltre ogni capacità di raziocinio e direi di sì a qualunque soluzione mi promettesse di farla finita, dopo oltre dodici ore di travaglio accetterei anche che mi dessero un colpo in testa e mi sbuzzassero come con le trote.

Invece mi tocca il kiwi e la manovra di Kristeller: l’ostetrica stronza, forse per vendicarsi di quando l’ho mandata a quel paese, mi si appoggia addosso con un avambraccio grande quanto un prosciutto e pigia sul mio utero con tutto il peso del corpo per fare uscire la testa di Giulia. 

È il dolore finale, il livello ultimo di questa pioggia di fuoco da cui ormai l’ombrello dell’anestesia non mi ripara più. Urlo che mi stanno ammazzando e la spingo via, meno le mani e grido basta, non mi toccate, aiuto: strillo così forte che Federico mi sente da fuori e si affaccia preoccupatissimo.

Ma lei è già incanalata e ora deve nascere, non c’è altro modo: mi tengono ferma in due per spremere di nuovo la mia pancia e allora mi rivolgo alla sola persona che in quel momento penso possa ascoltarmi: mia figlia.

Giulia esci! Esci! Giulia!

Un ultimo disperato grido e il kiwi si attacca. Un’ultima atroce spinta sul mio utero e la mia bambina è fuori.

Sono le 13:45 del 6 luglio 2021 e finalmente lei è qui, tra le mani della ginecologa che fino a un attimo fa erano vuote e ora stringono un piccolo essere nudo, accartocciato, ricoperto di sangue e vernice caseosa: e per un secondo non esiste assolutamente niente altro al mondo. 

È lunga, magrolina, con una cresta di capelli scuri a spiccare contro la pelle bianchissima. Mi sembra minuscola e al tempo stesso in grado di riempire tutto lo spazio, di attrarre la luce nella stanza e oscurare ogni altra cosa. 

Allungo le braccia, la stringo a me e affogo nei suoi occhi blu scuro, gli occhi del mare a mezzanotte: ma perché non piange? Sta bene? Ho paura e la chiamo di nuovo per nome, la scuoto leggermente e lei sputa fuori il liquido amniotico che le riempiva la bocca, finalmente emette un solo acuto grido.

È nata Federico! È nata!

Suo padre è accanto a me ed è il minuto più dolce, il minuto più prezioso, il primo minuto della nostra famiglia. Poi ce la portano via.

Devono controllare che i parametri vitali siano nella norma, che la ventosa non abbia fatto nessun altro danno se non l’alone rossastro che le incorona la punta della testa come un’aureola. In più io ho l’Rh negativo e lei positivo, come suo papà: malgrado la profilassi che ho seguito in gravidanza alla nascita il suo sangue è entrato in contatto col mio e questo le causa un leggero ittero.

Non ricordo chi taglia il cordone, né come faccio ad espellere la placenta: sono qui, ancora a gambe larghe, mentre un ginecologo nuovo mi ricuce – ti ho portato il migliore dell’ospedale, assicura la napoletana – e devono avermi di nuovo anestetizzato perché l’unico dolore che sento è la mancanza di Giulia. Le stanno misurando l’indice di Apgar, che risulterà ottimo, e poi la portano al nido per la fototerapia.

Mi danno una decina di punti, interni ed esterni, che nei prossimi giorni mi faranno di nuovo soffrire le pene dell’inferno ma ora la mia preoccupazione maggiore è che la bimba abbia qualche problema e stiano mentendo per tenermi tranquilla: continuo a chiedere se sta bene, che non mi dicano bugie ma ormai ho intorno il personale del turno successivo e non riconosco più nessuno.

Mi mettono nella stanza accanto in osservazione, sto tremando così forte da sobbalzare, batto i denti, sudo freddo e passo i dieci minuti successivi a saltare nel lettino senza riuscire a fermarmi. È una reazione normalissima, dicono: sono gli ormoni, l’anestesia, la perdita di sangue, le endorfine oppure, penso io, il mio sistema operativo è andato fuori uso.

Anche Federico è sotto shock, lo spedisco dove il cellulare prende per mandare un messaggio che tranquillizzi la mia famiglia e tutto quello che riesce a scrivere è che Giulia è nata e tutto sommato stiamo abbastanza bene.

Come previsto questo agita ancora di più mia madre, che ha già telefonato una dozzina di volte all’ospedale senza ottenere nessuna notizia e insistente riprova a chiamare il blocco parto, finché sento dal corridoio un’infermiera gridare il mio nome.

Sono io, sono qui!

C’è tu’ ma’ al telefono, vuole sapere come stai.

Può dirle che va tutto bene? 

Eh non posso, c’è la privacy, devi venire a dirglielo tu.

Allargo le braccia e non riesco neppure a ribattere. Sono bloccata su questa barella, ancora più di qua che di là e sicuramente non posso alzarmi per rispondere al fisso: dovrei incazzarmi o almeno ridere del paradosso della mia privacy così importante che neppure io ne posso disporre, ma al momento sono una carcassa priva della capacità di provare emozioni complesse.

Federico è tornato e si prende cura di me, mi porta acqua e cracker, mi trova una coperta in più perché malgrado sia una delle giornate più calde del 2021 io sto tremando; sul suo volto leggo l’espressione sconvolta di un naufrago scampato per miracolo che sono convinta campeggi anche sul mio.

E poi siamo di nuovo in camera e le infermiere ci riportano Giulia, con i vestiti che ho scelto per lei che le vanno grandissimi: ha i pugni chiusi e la bocca imbronciata, il viso giallognolo sotto il cappellino verde che sembra poterla contenere tutta intera. È bellissima.

La prendo tra le braccia e lei trova da sola il seno, mi striscia sulla pancia e si attacca alla tetta sinistra con una forza ancestrale mai vista prima, come se non avesse mai fatto altro e questo sì finalmente è un dolce dolore, un movimento che dona e a sua volta prende qualcosa, uno scambio di nutrimento e vita che mi risucchia, mi placa, mi restituisce a me stessa. 

Piango, rido e non ricordo più niente se non il tocco della mano di Federico sulla spalla e della bocca di Giulia sul capezzolo: le persone che amo sono qui, con me, e tutto il resto smette di esistere. 

Questa storia non ha una fine, perché dal parto non si torna più indietro. Si nasce e si dà la vita per sempre. Si è madri e padri e figli e figlie per l’eternità.

Dall’ospedale ci dimettono il 10 luglio, a sorpresa. Se partorire è attraversare una soglia, i giorni successivi sono l’anticamera della nuova vita: non è solo Giulia a dover imparare ogni cosa, anche io sono appena (ri)nata e non so fare niente, nella mia famiglia non nasce un bambino da più di vent’anni e io non ho mai neppure cambiato un pannolino. 

In più sono un relitto, il dolore ai punti è lacerante, vado avanti a flebo di paracetamolo ma almeno ho imparato a sfruttare a mio vantaggio la terra di nessuno del cambio turno per mentire al personale e farmi dare più antidolorifici.

La prima volta che trovo il coraggio di andare in bagno lascio la porta aperta perché temo di svenire e continuerò a piangere sulla tazza per le due settimane successive. Non cammino bene, ogni volta che devo portare Giulia al nido per la fototerapia ci metto mezz’ora ad attraversare il reparto e poi resto a guardarla sotto la lampada, con solo il pannolino addosso, un minuscolo paio di occhiali da sole a proteggere gli occhi e l’espressione beata di chi prende il sole in spiaggia.

Eppure ce la caviamo e la notte tra una poppata e un pisolino restiamo a guardarci per ore negli occhi, in silenzio. La sicurezza con cui mia figlia si abbandona a me, la sua fiducia totale, sono lo scambio più intenso mai avuto con un altro essere umano e mi rendono più forte, ottimista persino: è lei che piano piano mi sta insegnando ad essere la sua mamma.

Quando i valori della bilirubina di Giulia rientrano ci mandano a casa: io ho un’infezione ancora in corso e la mobilità di un’ottantenne ma l’allattamento è partito così bene (un attaccamento da manuale, signora mia) che decidono che posso finire di curarmi fuori.

Saluto la mia seconda compagna di stanza, una siciliana giovanissima e loquace con cui ho legato subito, e dico addio alla camera affacciata sulla pineta dove ho vissuto i momenti più atroci ed esaltanti di sempre, dove ho imparato a conoscere la mia bambina e questa nuova Ilaria, che è ancora fobica e matta da legare ma è diventata indistruttibile.

Federico si è precipitato a prenderci, Giulia è minuscola nell’ovetto e si guarda intorno incuriosita e accaldata. Io mi muovo a fatica, soffrendo a ogni passo. 

Ha lasciato la Panda nel parcheggio gratuito in fondo alla struttura e impieghiamo un bel po’ per arrivarci: passiamo di fronte all’obitorio dove sette anni fa ho detto addio al mio amatissimo nonno, morto per un errore medico nello stesso ospedale dove cinque giorni fa è venuta al mondo mia figlia e non riesco a non pensare che alla fine ho pareggiato i conti, almeno un po’.
E poiché, come dice un saggio in uno dei miei libri preferiti, non tutte le lacrime sono un male, ne verso tante nel nostro ritorno a casa, stringendo sempre la mano di Giulia, meravigliandomi ad ogni secondo della fortuna di averla qui, con noi.


Ilaria Giannini (Pietrasanta, 1982) ha pubblicato due romanzi – “I provinciali” (Gaffi) e “Facciamo finta che sia per sempre (Intermezzi) – e insieme a Federico di Vita ha firmato “I treni non esplodono” (Piano B), il primo libro sulla strage ferroviaria di Viareggio. Ha curato tre libri di storia per Typimedia su Firenze, Prato e l’Oltrarno fiorentino.

1 comment on “Un parto

  1. Molto bella questa testimonianza … rabbia impotente e grande grande forza delle donne istinto materno di sopravvivenza. Da non sottovalutare le mancanze dell’ospedale ecc…sarebbe importante raccogliere testimonianze dei parti … lo suggerisco a te, Ilaria, prima che il ricordo passi in secondo piano…scrivi anche per le donne che non sanno farlo, racconta le loro storie, i loro parti, è importante

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