Un videogioco contro il sacro e l’ortodossia: Indika



Indika è un videogioco che parla di una suora e del suo diavolo personale, critico nei confronti della religione ortodossa e il regime russo.


In copertina: immagini da Indika

di  Diego De Angelis

Una giovane suora, curiosa e un po’ stramba, dallo sguardo intenso e incantevole, viene allontanata dal monastero in cui vive con la scusa di una lettera da consegnare. Fuori il cancello dell’edificio a forma di fortezza si rivela una Siberia del XIX secolo, innevata, invasa da una tecnologia che rimanda a una storia alternativa e dagli stilemi steampunk. Una terra martoriata da povertà e guerra, in cui tragedia e commedia si parlano intessendo un viaggio in una landa abitata da pochi uomini, bizzarri quanto violenti. La suora, che si chiama Indika, assiste all’inizio del suo viaggio ad una violenza sessuale, interrotta solamente dall’intervento di un uomo. La suora scopre che l’uomo si chiama Ilya, è un fuggitivo, anch’egli sulla strada della città di Spasov. L’uomo – schivo, fisicamente devastato, triste ma affascinante – è alla ricerca di una reliquia religiosa: il kudets, in grado, Ilya ne è convinto, di curare il suo braccio gravemente ferito e in necrosi. i due decidono di accompagnarsi a vicenda, in un viaggio in cui si parla molto e nel quale si instaura un rapporto dialogico a tre, Indika, Ilya e una terza voce, che ascoltiamo solo noi giocatori e la suora e che sembra provenire dalla sua testa: quella del diavolo.

Indika è stato sviluppato da Odd Meter, società di programmatori e designer russi. C’è un video in cui il fondatore dello studio Dmitry Svetlow racconta del perché abbia deciso di lasciare il suo paese d’origine e non tornarci più. Svetlow non solo ha condannato l’invasione militare dell’Ucraina, ma ha espressamente detto che la Chiesa ortodossa è un braccio della propaganda del Cremlino. E che il male dell’ortodossia sta nel considerare sottomissione e pazienza delle virtù. Il senso di colpa, il soffocamento causato da un’infanzia religiosa, hanno guidato Dmitry Svetlow verso un’opera anticlericale; in cui la voce che ossessiona la coscienza di Indika sembra essere, più che un diavolo biblico, conseguenza di una coscienza razionale repressa. 

Per fare un esempio, verso l’inizio della storia Ilya dice di essere prescelto da Dio, che gli guarirà il braccio; Indika lo incalza di domande e gli chiede perché Dio stesso non gli abbia evitato direttamente il dolore e l’orrore di un braccio marcescente, con uno spirito che definiremmo illuministico. Indika sarà anche una suora ma dietro la tunica si nasconde una mente appassionata di logica, motori, ingegneria. Per farcelo scoprire il videogioco assegna degli enigmi ambientali, spesso legati al far funzionare strumenti o macchine alimentate a vapore e leve idrauliche. Tramite l’ingegno del giocatore si svela quello di Indika, della quale di tanto in tanto si rivelano dei momenti del passato, specialmente quando Indika sogna. A proposito, i suoi sogni sono a 16-bit. Quando dorme il videogiocatore è trasportato verso i suoi ricordi d’adolescenza, ricostruiti in pixel art e in visuale isometrica. La scelta, oltre a donare all’esperienza un’affascinante disarmonia tra estetiche (i placidi e romantici scenari in 16 bit contro i 256 della glaciale e mortifera Siberia) è conseguenza di un ingegnoso game design che gioca con la psicologia del passato di chi gioca: come fa notare Simone Tagliaferri nella sua recensione il “downgrade” grafico è un modo per riportarci alla nostra infanzia di videogiocatori, quando quello che si giocava aveva un aspetto grafico simile (chiaramente la “magia” non funziona con le persone nate dopo il 2000 e rotti).

Indika gioca con gli archetipi del videogioco moderno: propone un sistema di progressione, ad ogni livello acquisito si possono migliorare alcune abilità, riguardanti la fede e la preghiera. Si guadagnano delle monete, risolvendo alcuni enigmi o in generale andando avanti nella storia. Peccato che sia un sistema che non serve a nulla. Noi vediamo la “matrice” videoludica, forse come la vede Indika, rappresentata dai gettoni d’oro a là Super Mario, quasi come un sintomo di una patologia mentale. O forse come la sensazione che dietro alla reliquia del kudetz ci sia la vacuità dell’ortodossia religiosa.

Qualcuno definisce Indika un gioco horror, ma lo è come può esserlo un film come Mother! (di Darren Aronofsky), in cutscene dove la camera si posiziona in modi bizzarri, a volte voyeuristici, o vicinissima agli occhi luminosi e inquieti della protagonista. Per giocare con altre citazioni cinematografiche, il comico grottesco e il worldbuilding mattoide ricorda quelli di Terry Gilliam (Brazil), avanzare nella steppa per minuti fa venire in mente i movimenti lenti e calcolati, i piani sequenza, il simbolismo visivo de Il cavallo di Torino di Béla Tarr. Il diavolo appare raramente, inquietante e mostruoso certo, ma non fa mai paura, consci del fatto che egli è una rappresentazione delle ambiguità psicologiche della suora.

L’idea di un autore che rischia di finire in prigione per le proprie idee e per quello che scrive sembra proprio essere un leitmotiv russo. Lev Tostoj fu scomunicato dalla Chiesa ortodossa per le sue critiche e idee pacifiste; Alekandr Herzen visse in esilio; Michaeil Bulgakov (autore , a proposito, de Il Maestro e Margherita) censurato; Aleksandr Solženicyn passò otto anni in un Gulag per aver criticato Stalin in una lettera privata.

Nella prefazione di Racconti di demoni russi, Andrea Tarabbia (che ha curato la raccolta) racconta della follia del pittore Michail Vrubel, convinto di essere stato spinto nel dipingere una figura femminile nel suo Ostrica con perla da una forza esterna. Dichiarò che a dargli la forza di dipingere fu il diavolo e la donna era la sua rappresentazione. Vrubel soffriva di allucinazioni e per anni rappresenta il demonio nelle sue opere, dandogli spesso l’aspetto di un ragazzo malinconico.

Che tipo di creatura è quella che perseguita Indika? Sicuramente non è il malinconico ragazzo raffigurato da Vrubel. Non è nemmeno il fascinoso Woland de Il Maestro e Margherita, anche se sembra trarre ispirazione dal Faust di Goethe che ispirò l’opera di Bulgakov. “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”, è la definizione che il diavolo dà di sé nell’opera di Goethe e che tutto sommato potrebbe definirsi così anche quello che vive nella testa di Indika. La demonologia della letteratura russa è ampia e variegata, in cui il diavolo può essere a tutti gli effetti un demone o uno spirito tangibile, come Vij il re degli gnomi ne dell’omonimo racconto o quello che ruba la luna dal cielo per fare un dispetto al fabbro Vakula ne La notte prima di Natale, entrambi scritti da Gogol.

Ma della materia narrativa dello scrittore di origini ucraine ci sono affinità per le quali si può azzardare un paragone con il videogioco. Un’opera come Le anime morte è un viaggio dantesco in un mondo infernale, in cui il diavolo è rappresentato dalle dinamiche di potere e dalla meschinità di uomini come Pavel Čičikov. La storia de Le anime morte è quella di un uomo che acquista dei servi della gleba già morti ma il cui decesso non è ancora stato aggiornato nei censimenti annuali, affinché possa sembrare un ricco possidente di servi e potersi quindi permettere garanzie per l’acquisto di terreni o altri beni. Così come Gogol critica la burocrazia dell’apparato russo con la sua storia, la decadenza morale della società e l’ambiguità dell’uomo, Dmitry Svetlow attacca a viso aperto la Chiesa ortodossa, oggi rappresentata dal patriarca Cirillo I (ex agente del KGB, in ottimo rapporti con Putin, e che ha definito una lotta metafisica quella contro l’occidente europeo).

Senza voler raccontare troppo per evitare di rovinare la storia a chi Indika deve ancora giocarlo, sembra proprio che quello che perseguita la ragazza sia un diavolo scaturito da un trauma, da un senso di colpa rimasto sepolto nel subconscio (in pixel-art) di lei stessa. Per rimanere in tema letteratura russa fa venire in mente l’angoscia psiche tormentata di Nikolaj Stavrogin ne I Demoni di Fëdor Dostoevskij, in costante crisi morale come sembra esserlo la suora. A proposito di demoni e diavoli, lo sono anche – “poveri diavoli” e bizzarri come i personaggi che abitano le storie di Gogol, gli uomimni che arrancano nella Siberia di Indika, bersaglieri alcolizzati, preti infami, avidi locandieri. 

Indika è oggi presente su PC, Xbox Series S/X e Playstation 5. Dura circa quattro ore, attualmente non disponibile in lingua italiana (ma sottotitolato e doppiato in inglese). Il suo design innovativo, contesto di sviluppo, la critica politica, infine i rimandi alla letteratura e al cinema la rendono un’opera degna di essere giocata.


Diego De Angelis fa il programmatore informatico e da anni scrive sul web. E’ nella redazione di Singola e ha collaborato con Vice, Esquire e UltimoUomo, occupandosi di cultura e arti.

1 comment on “Un videogioco contro il sacro e l’ortodossia: Indika

  1. Meraviglioso articolo per le profonde conoscenze storico letterarie e attualizzata alla realtà odierna.
    Tutto ciò dietro un video gioco?
    Meraviglia!

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