Un vuoto necessario: perché leggere i carteggi nell’era dei social

Nel tempo dei social network, cos’hanno da insegnarci i carteggi tra poeti, scrittori e filosofi?


IN COPERTINA e nel testo opere dell’artista Tishk Barzanji

di Edoardo Rialti

Mentre torna a camminare nella New York da cui era fuggito anni prima, Nathan Zuckermann, alter-ego narrativo di Philip Roth, ormai esiliato dal resto dell’umanità non solo per la distanza spaziale ma anche per le mutilazioni della vecchiaia, nella quale i desideri si riducono ad arti fantasma di una libertà che si restringe sempre più, osserva i telefonini in mano praticamente di chiunque lo circondi, e riflette: “Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima le teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio” (Il fantasma esce di scena).

Non si tratta, ancora una volta, di luddismo culturale, della guerra perenne tra i Wilcox e gli Schlegels in “Casa Howard” di Forster, “i telegrammi e rabbia” del progresso tecnologico cui contrapporre la qualità di un’esistenza altra, più umana e piena. Anche nel romanzo del 1910 quelle due forze incontravano una sintesi dolorosa e faticosa che faceva procedere tutti e ciascuno. Ma è vero che ogni generazione fronteggia, con i mezzi a sua disposizione, la tendenza ad aggirare il vuoto e la separazione di cui scriveva Roth, l’incapacità a restare silenziosi e immobili nella propria stanza, come già notava Pascal nella Francia di scettici e gesuiti. E invece è proprio sopportando quello spazio mentale che può scaturire ogni comunicazione autentica. È un antico adagio che le parole del profeta e quelle affini del poeta vadano scovate nel deserto. Cristo cercò le sue “stando tra le fiere, e gli angeli lo servivano”, e in pieno ‘900 T. S. Eliot ricordava che compito del poeta è purificare il dialetto della tribù, difendere il perenne dalla ruggine dell’immediato e dell’istintivo. In tale prospettiva la poesia ha la pretesa di non costituire una voce a parte rispetto alla vita ordinaria, ma di palesare l’unico livello di dialogo che conta davvero, dentro e fuori di noi. 

Per quanto mi riguarda, poco sa incarnare questa dimensione costante, questa sorta di fiume carsico delle nostre giornate e relazioni, con la stessa forza di certi diari (basta fare i nomi di Anais Nin o Susan Sontag) e, ancor più, delle grandi corrispondenze epistolari. Penso alle lettere di Tasso, o di Cristina Campo, ma anche a quelle di Van Gogh al fratello Theo. Le ho sempre amate molto, e non per scovarci dettagli o pettegolezzi (come diceva Chesterton, la nostra saggezza dovrebbe essere patrimonio di tutti, le nostre follie dovrebbero essere noto solo a chi sa amarci per davvero) ma perché si svolgono in quella medesima regione interiore. Anche qui, non si tratta di idolatrare il passato, come se la lentezza di certi scambi costituisse un bene o un valore in sé (in Playtest, un episodio di Black Mirror, si ironizza sul fatto che i vittoriani vedessero più fantasmi di noi per le lunghe serate silenziose che erano obbligati a trascorrere). Forse un modo molto semplice per esprimere i miei sentimenti al riguardo è affermare che, assieme a molti altri elementi di pregio, le lettere di artisti e pensatori costituiscono una forza privilegiata di meditazione, e talvolta assurgono al medesimo valore artistico di un quadro o un brano musicale.

Ne è ennesima riprova la raccolta Olschki Giorgio Caproni-Vittorio Sereni Carteggio 1947-183 (ben curata da Giuliana Di Febo-Severo). In questo caso specifico, sono proprio i pieni e i vuoti nelle vite di due grandi poeti a tendersi la mano attraverso tanti silenzi, salutari o meno. Negli scambi per progetti editoriali, convegni, possibili incontri durante vacanze o trasferte, entrambi si confidano tutto il fastidio per l’inautentico che permea tanto del mondo culturale. Per Caproni certe collaborazioni risultano veri e propri “atti impuri” e la cosiddetta intellighenzia non è altro che un “salotto da corsari neri della letteratura e di qualcosa di peggio”. Alle pressioni esplicite o implicite perché la sua scrittura palesi un elemento di contestazione politica, sbotta “Cosa c’entra la difesa della poesia sociale? Tutti sentiamo il bisogno di qualcosa d’altro.” Sereni gli fa eco: “Non tollero più queste cose e la mentalità tutt’altro che disinteressata che le promuove o le suscita o le impone (il discorso non riguarda né Petrucciani né Sansone, che sono in buona fede; ma la smaniosa, incontenibile pressione esercitata da tanta poesia “affluente”, della quale finiamo con l’essere vittime o complici involontari).” In mezzo a quel chiacchiericcio tronfio e pettegolo, dove la letteratura è un mezzo e mai un fine, Caproni vorrebbe solo ritagliarsi “un discorso aperto con te, senza essere uditi da nessuno”, concentrarsi su “pochi amici attenti, come te”. Questa frustrazione e nostalgia per tempi e spazi diversi ha ovviamente un oggetto primario, la scrittura: “La poesia è un dono di cui non possiamo essere degni tutti i giorni, e anch’io del resto (se è un male) soffro del tuo male. Io che sto anni senza scrivere un verso! (Ma ti dico che anche per me quelli sono anni brutti, di sfiducia e di incredulità. E un’ora scritta “in poesia” la darei a volte per cinque di tali anni)”. Anche il corpo e la sofferenza fisica e psichica sono altrettanti luoghi dove avvertire la medesima scollatura, lo stesso scarto tra tempo esteriore ed interiore. Alla notizia delle cattive condizioni di salute dell’amico, Caproni gli scrive “Ci vuole molto coraggio a vivere. Ma io non credo che il tuo disturbo sia preoccupante. Comunque ti auguro dal profondo del cuore un rapido miglioramento, in modo che tu possa lavorare con tutta serenità. Del resto, anch’io mi sto accorgendo, ormai, d’avere un corpo. Ci vuole un’infinita pazienza.” E alla confidenza “A quarant’anni, non ho saputo ancora sistemare la mia vita dal lato pratico (come se dall’altro lato l’avessi sistemata!). Non importa e, come dici tu, lasciamo andare” Sereni a sua volta constata “Io ho perso molte battute e praticamente sono fermo ai miei anni trentadue, mentre lo stato civile me ne assegna quaranta. C’è tutto uno spazio di vita non colmato. Come si fa?” Alle frustrazioni superficiali si accompagna un’altra insoddisfazione, più radicale e segreta, per l’inadeguatezza di quanto si è già cercato di esprimere e creare. Caproni scrive a Sereni di non nutrire alcun “dubbio per quanto concerne la tua poesia, che io ti invidio (ma è una sana invidia) come si invidia la vita vera. Tu puoi anche non scrivere più una parola, perché il tuo conto con la poesia lo hai già pagato, beato te. Io invece devo ricominciare sempre da capo….Quanto vorrei rifare prima di congedarmi!” Eppure proprio questa esperienza costante di scarto e rimessa a fuoco va preservata e sopportata, perché non solo libera dall’odioso autocompiacimento che infetta tutti i mediocri di successo, ma soprattutto consente di accogliere e sorprendere ciò che conta e pesa veramente: “basta presentire una strada e subito la poesia arriva da quella opposta, dispettosa com’è (ma il dispetto è la sua libertà).” Sereni a sua volta accusa le medesime sconfitte, nelle quali però scorge anche una possibilità di affinamento e pulizia interiore: “Sono ancora tutto stordito da questi dieci anni di inquieto sonno e di alienazione. Forse occorreva proprio che la misura fosse colma per riprendere, se non altro come rimedio, certe vecchie strade.” È in tutto questo che si fa-appunto-strada, la poesia, che è sempre anzitutto quella dell’altro, qualcosa che ti raggiunge dall’esterno. “Sto leggendolo, pagina per pagina, con quell’indicibile trasalimento che sempre, nel profondo, mi ha dato la tua poesia” scrive Caproni a Sereni, per poi aggiungere “ciò che ho sempre pensato e detto e scritto della tua poesia è una mia profonda certezza (un mio profondo sentimento, tanto la tua poesia è penetrata nel nostro mondo sentimentale, di noi tutti) e perciò tu devi dubitare di tutto fuorché della mia sincerità. Ciascuno di noi, l’ho già detto, ha una sua piccola ma infallibile antologia di poeti scelti dal cuore più che dal cervello – una piccola antologia (nel cuore) priva di ragioni critiche ma appunto per questo priva d’abbagli. Ora, io so troppe tue poesie a memoria (par cœur) senza averle volute imparare. Le so, direi, a mio malgrado. Per questo non dubito, a parte le mille testimonianze ragionate, molto più autorevoli di questa mia, tutta istintiva. (Testimonianze critiche che però non conoscevo affatto quando cominciai ad amare – a sentir necessari – i tuoi versi)”.

Sono parole che contengono così tanto, a partire da quella magnifica intuizione, quasi buttata lì, che i nostri amori letterari più intensi sono privi di ragioni e, proprio per questo, di abbagli, o che la passione per qualcosa o qualcuno vuol dire riconoscerne la necessità per la propria vita. Il poeta Charles Williams, la terza corona degli Inklings assieme a Tolkien e Lewis, affermava qualcosa di simile in una lettera a proposito del proprio matrimonio: “Il mio grosso problema con lei [Michal] è sempre stato che lei vive nel dubbio perenne che io possa fare benissimo a meno di lei. La risposta (ho sempre sostenuto) è sì, se quella potrebbe ancora chiamarsi vita. Lo stesso vale per la religione: si starebbe meglio senza, ma non “saremmo” più nulla.” Sembra davvero fargli eco Caproni quando scrive all’amico “il posto che occupa Vittorio Sereni nella geografia della mia “anima” (se l’anima esistesse) lo conosci: è un luogo senza il quale non esisterei: non avrei figura”; ed è una delle commozioni maggiori di questi scambi epistolari che i due interlocutori parlino con severità e persino fastidio della propria opera e sempre con ammirazione e gratitudine per i componimenti dell’altro, nei quali trovano conforto, emozione, sprone. “Carissimo Giorgio, letto e riletto sùbito le tue nuove poesie. Deliziandomene e disperandomene. Non capisco come non si possa, non si debba averne gioia ed esserne feriti quasi insieme. Penso al mondo in cui cadono, ai discorsi tra i quali cadono – e con cui non hanno niente da spartire. Questo mi piace: che tu sia imperterrito davanti a tutto (ai discorsi e al resto), a tutto fuorché alla vita. Sarà empirismo il mio; ma questo è il segno: ogni volta che un poeta mio coetaneo mi ha dato qualcosa di simile (e sono pochi i casi, lo sai) magari sono stato umiliato, mi sono sentito umiliato – ma poi ne ho avuto forza e incoraggiamento. È, splendidamente, il tuo caso. E se ho un rimprovero da farmi è di essere meno imperterrito di te.” Per Caproni la prospettiva è ribaltata: “Sono poesie d’una disperante (per me) bellezza, se parlar di bellezza non è banale a proposito di poesie. Le leggo con un tremore interno come quando “a prima vista” si legge, con un tremolio d’emozione nell’arco, un “pezzo” che subito tocca dentro. Le leggerò e rileggerò, “dando le spalle al mio male”, finché non le avrò “imparate” – penetrate. Anche se so che quando la poesia è vera, come la tua, non si finisce mai d’impararla – di penetrarla. Per fortuna. Beato te (è uno sciocco modo di dire: perdonami) che sai rinnovarti e dilatarti senza rinunziar a te stesso, anzi appoggiandoti soltanto a te stesso.” La verità dell’altro, la sua faticosa inchiesta, è un modo per tornare a fissare la propria: “che cosa sia la tua poesia nel cuore di noi lo sappiamo solo noi. E ciò che fai sarà un rimedio (la poesia è sempre un rimedio) non soltanto per te, caro Vittorio.” Ogni opera d’arte autentica costituisce dunque una mano tesa nel vuoto, proprio perché strappa a tante ritmi soporiferi, proprio perché sa portarci agli estremi confini di noi stessi e, a, al tempo stesso, negli spazi più reconditi della nostra casa interiore: “È nato un libro di poesia-cioè che qualcuno ora porge un aiuto in più”, sentenzia Caproni per una pubblicazione dell’amico. E la speranza per Sereni di rivedere l’altro a un evento contiene un riconoscimento molto più vasto e costante: “La tua presenza- e quella di pochi altri miei coetanei- è essenziale al discorso.”

Il discorso. In una poesia sull’amicizia di Cardarelli, l’ultimo verso constatava “Qualcosa ci è sempre mancato.” Di più e di altro. Non c’è mai stato abbastanza tempo, non siamo riusciti a dirci tutto. Non si tratta solo delle circostanze esteriori, degli impegni e delle scadenze, dei figli ammalati o delle bollette da pagare. Persino adesso, che possiamo raggiungerci con la velocità di un pensiero che davvero vola sulle onde, come già cantava Sofocle. È al tempo stesso una sconfitta e uno strano sollievo. Il meglio della nostra vita di uomini deriva proprio dal tenersi stretta quella mancanza, e non affannarsi immediatamente o necessariamente a colmarla. Ogni parola autentica, ogni aiuto in più, ogni incontro a metà del ponte, si affaccia proprio da quei crocevia nebbiosi.


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI G.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

1 comment on “Un vuoto necessario: perché leggere i carteggi nell’era dei social

  1. Bene non seppi… come sostituire l’Assente con il vuoto ? Grazie per avermi proposto codesta raffinata lettura, gentili. A proposito di Carteggi vorrei segnalarvi quello tra Dino Campana e Sibilla Aleramo: sublimi lo spazio bianco o i monosillabi scritti da Dino come dialogo aperto sul Vuoto. Grazie.

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