Una catastrofe silenziosa



Il tracollo delle civiltà, nel nostro immaginario, corrisponde a immagini di disordini, caos e guerriglia. Ma non è detto sia così: guardando con attenzione alla storia notiamo che sono molte le civiltà a essere decadute in modi poco “spettacolari”.


In copertina: Emilio Vedova, Rosso, Asta Pananti in corso

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Luke Kemp

Il crollo di una civiltà è necessariamente un disastro? Il fallimento dell’Antico Regno Egizio verso la fine del secondo millennio a.C. è stato accompagnato da rivolte, tumulti e – stando alle testimonianze storiche – persino da episodi di cannibalismo. “L’intero Alto Egitto moriva di fame e le persone erano arrivate al punto di mangiare i propri figli”, racconta dal 2120 a.C. la vita di Ankhtifi, il governatore provinciale della parte meridionale dell’antico Egitto.

Molti di noi hanno familiarità con simili narrazioni di come le culture possano rapidamente – e violentemente – declinare e cadere. Anche la storia recente sembra confermarlo. Dopo l’invasione, l’Iraq ha visto 100mila morti nel primo anno e mezzo, seguite dalla nascita dell’ISIS. E il rovesciamento del governo libico nel 2011 ha prodotto un vuoto di potere che ha portato al riemergere della tratta degli schiavi.

Tuttavia, dietro questa visione del collasso c’è una realtà più complicata. La fine delle civiltà, infatti, ha comportato raramente un improvviso cataclisma o un’apocalisse. Spesso il processo si protrae nel tempo, è mite e lascia intatta sia la cultura che la vita dei popoli per molti anni.

Il crollo della civiltà maya in Mesoamerica, ad esempio, ha avuto luogo nell’arco di tre secoli nel cosiddetto “Periodo Classico Terminale”, tra il 750-1050 d.C.. Mentre era caratterizzato da un aumento del 10-15 per cento del tasso di mortalità e dall’abbandono di alcune città, altre aree fiorirono, e la scrittura, il commercio e la vita urbana rimasero fino all’arrivo degli spagnoli nel 1500.

Anche l’autobiografia di Ankhtifi presenta probabilmente alcune esagerazioni. Durante il primo periodo intermedio dell’Egitto che seguì sulla scia dell’Antico Regno, le tombe non elitarie divennero più numerose e persino più ricche. Ci sono anche poche prove convincenti della carestia e delle morti di massa. Lo stesso Ankhtifi aveva un interesse personale nel ritrarre il suo come un periodo catastrofico: era recentemente salito allo stato di governatore, e questa versione glorifica le sue grandi imprese in questo periodo di crisi.

Alcuni tracolli non sono nemmeno mai avvenuti. Quello dell’Isola di Pasqua non è stato un caso di ‘ecocidio’ autoinflitto, come ha sostenuto Jared Diamond in Collapse (2005). Invece, gli abitanti di Rapa Nui hanno vissuto in modo sostenibile fino al diciannovesimo secolo, quando sono stati devastati dal colonialismo e dalle malattie. Nel 1877 erano solo 111.

 

Il declino può anche fornire spazio per il rinnovamento. La nascita dello Stato nazionale in Europa non sarebbe avvenuta senza la fine dell’Impero Romano d’Occidente molti secoli prima. Questo ha portato alcuni studiosi a ipotizzare che il collasso sia parte del “ciclo adattivo” di crescita e declino dei sistemi. Come un incendio boschivo, la distruzione creativa del collasso fornisce risorse e spazio per l’evoluzione e la riorganizzazione.

Emilio Vedova, Rosso, Asta Pananti in corso

Una delle ragioni per cui raramente apprezziamo queste sfumature è che l’archeologia rappresenta principalmente ciò che è accaduto alla vita delle élite – una visione della storia attraverso gli occhi dell’1%. Fino all’invenzione della stampa nel quindicesimo secolo, la scrittura e altre forme di documentazione erano in gran parte riservate ai burocrati e agli aristocratici del governo. Nel frattempo, l’impronta delle masse – come i cacciatori-raccoglitori non statali, i foraggiatori e i pastori – era biodegradabile.

A causa di questa gerarchia, le nostre visioni dei crolli del passato sono viste attraverso gli occhi delle sue vittime più privilegiate. I secoli bui sono chiamati ‘oscuri’ a causa di una lacuna nei nostri documenti, ma questo non significa che la cultura o la società si sia fermata. Sì, potrebbe significare più guerre, meno cultura e meno commercio – ma la documentazione archeologica è spesso troppo scarsa per trarre conclusioni definitive. E ci sono importanti controesempi: nel periodo di caos tra le dinastie dei Chou occidentali (1046-771 a.C.) e dei Qin (221-206 a.C.) in Cina, fiorirono il confucianesimo e altre filosofie.

Per i contadini sumeri nell’antica Mesopotamia, il crollo politico avvenuto all’inizio del secondo millennio a.C. era la cosa migliore che potesse accadere. James C. Scott, uno scienziato politico e antropologo dell’Università di Yale, scrive in Against the Grain (2017) che i primi stati “dovevano catturare e trattenere gran parte della loro popolazione attraverso forme di schiavitù”. La fine dell’apparato statale sumero e la fuga dei governanti d’élite dalle città ha significato una fuga da lunghe ore di lavoro sul campo, pesanti imposte, malattie dilaganti e schiavitù. I resti scheletrici dei cacciatori-raccoglitori di questo periodo suggeriscono una vita più tranquilla e sana con una dieta più varia e uno stile di vita attivo. Il collasso dello stato fu probabilmente un enorme sollievo per queste persone.

Eppure questo non significa che dovremmo essere felici di una futura caduta della nostra civiltà. Perché? Innanzitutto siamo più che mai dipendenti dalle infrastrutture statali – il che significa che la loro perdita ha maggiori probabilità di portare a interruzioni di alcune vite o addirittura al caos completo. Prendete il quasi totale blackout che ha colpito New York City nel luglio 1977. Gli incendi dolosi e la criminalità sono aumentati; 550 agenti di polizia sono stati feriti e 4500 saccheggiatori sono stati arrestati. Questo è stato il risultato sia della crisi finanziaria degli anni ’70, sia di una semplice perdita di energia elettrica.

Le civiltà moderne potrebbero anche essere meno in grado di riprendersi da un crollo profondo rispetto a quelle del passato. I singoli cacciatori-raccoglitori avrebbero potuto avere le conoscenze per vivere della terra – eppure nella società industriale gli abitanti non solo non hanno le capacità di sopravvivenza di base, ma anche la conoscenza di come funzionano gli elementi più semplici che ne permettono il funzionamento, come le cerniere lampo. La conoscenza è sempre più spesso detenuta non da singoli individui, ma da gruppi e istituzioni. Non è chiaro se potremmo riuscire a rimettere insieme i cocci, se la società industriale crollasse.

In terzo luogo, la proliferazione delle armi ha fatto salire la posta in gioco del collasso. Quando l’Unione Sovietica è crollata, deteneva 39mila armi nucleari e 1,5 milioni di chilogrammi di plutonio e uranio altamente arricchito. Non tutto questo materiale è stato mantenuto dalle istituzioni o monitorato. I dati diplomatici rilasciati tramite Wikileaks nel 2010, ad esempio, hanno suggerito che all’Egitto sono stati offerti materiali nucleari a basso costo, come anche scienziati e armi. Peggio ancora, gli scienziati russi reclutati negli anni ’90 potrebbero aver sostenuto il successo del programma di armamento della Corea del Nord. Man mano che le capacità tecnologiche dell’umanità crescono, la minaccia di un crollo a valanga – e la diffusione delle armi – non può che crescere.

Infine, è significativo che il mondo sia diventato più interconnesso e complesso. Questo migliora le nostre capacità, ma rende più probabili i fallimenti sistemici. Uno studio sui sistemi matematici del 2010 su Nature ha rilevato che le reti interconnesse sono più soggette a guasti casuali rispetto a quelle isolate. Allo stesso modo, mentre l’interconnessione nei sistemi finanziari può inizialmente essere un fattore attenuante, sembra raggiungere un punto di svolta quando il sistema diventa più fragile e i guasti si diffondono più facilmente. Storicamente questo è ciò che è accaduto alle società dell’età del bronzo nell’Egeo e nel Mediterraneo, secondo lo storico e archeologo Erin Cline nel suo libro 1177 a.C.: The Year Civilization Collapsed (2014). L’interconnessione di queste persone ha creato una regione prospera, ma anche una domino che sarebbe stato abbattuto solo da una potente combinazione di terremoti, guerre, cambiamenti climatici e rivolte.

Il collasso, quindi, è un’arma a doppio taglio. A volte è un vantaggio per i singoli, per la possibilità di far ripartire le istituzioni in decadenza. Ma può anche portare alla perdita di vite umane, o di intere popolazioni, culture e strutture politiche. Ciò che segue il collasso dipende, in parte, dalla gestione del successivo tumulto e dalle possibilità che hanno i cittadini di ritornare a forme alternative di società. Queste caratteristiche suggeriscono purtroppo che sebbene il crollo delle civiltà abbia una storia fatta di episodi negativi e positivi, nel mondo moderno potrebbe avere solo una conseguenza spaventosa.


Luke Kemp è ricercatore associato al Centre for the Study of Existential Risk dell’università di Cambridge, è anche honorary lecturer in politica ambientale alla Australian National University.

1 comment on “Una catastrofe silenziosa

  1. Beh alla luce di quanto sta accadendo in Europa anzi soprattutto in Italia a riguardo del fenomeno migratorio che così come si presenta ha tutta l’aria di essere una vera e propria invasione nemmeno tanto lenta talmente è incontrollata e quindi assolutamente mal gestita checché ne dicano le varie voci buoniste e ipocritamente interessate a questo business che a quanto pare si dimostra proficuo perché non si spiegherebbe altrimenti tutta questa solerzia e interessamento a far si che queste traversate possano continuare. Lo stesso sta avvenendo ai confini ai confini degli USA con il Messico. A lungo andare il rischio è che si arrivi al punto di rendere insostenibile la stabilità sociale di un Paese, nel caso specifico l’Italia, con delle conseguenze probabilmente devastanti. E questo è ciò per cui qualcuno sta attivamente lavorando rimanendo dietro le quinte secondo me…

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