Una donna italiana e un miliardo di cinesi



La storia dell’unica italiana in Cina, al momento della nascita della Repubblica Popolare, nel 1949.


In copertina e nel testo dipinti dell’artista liu xiaodong

(Questo articolo è uscito precedentemente su Linus, che ringraziamo)


di Ivan Carozzi

Grazie a un articolo di giornale, risalente alla fine degli anni ‘70, ho scoperto l’esistenza di una donna, che chiamerò P. Si tratta di un’italiana residente in Cina al momento della nascita della Repubblica Popolare, nel 1949.  L’articolo inizia così: «Un’italiana, una milanese, vive in Cina. Una sola, in mezzo a un miliardo di cinesi». Il giornalista scrive di aver saputo della vicenda grazie alla nostra ambasciata a Pechino e di aver poi tentato di ricostruirla cercando i parenti di P. in Italia. Quasi quarant’anni più tardi, chiamando una serie di numeri di telefono trovati sulle Pagine Bianche e dopo aver incontrato alcuni studiosi della comunità sinomilanese, ho ripetuto senza successo la stessa ricerca svolta dal giornalista all’epoca. Per qualche tempo sono stato ossessionato dall’idea che la storia di P., che forse vive ancora, meritava di essere presentata a un editore e poi, magari, raccontata per filo e per segno in un libro. Un libro mai cominciato -non avendo trovato la sua protagonista- del quale ora ricostruisco una versione breve in queste righe. 

P nasce a Milano nel 1924. Un’amica la descrive così: «affabile, gentile, tranquilla […] paziente nell’accudire certi bimbi vivacissimi». Da ragazza lavora con una macchina per cucire in via Canonica, dalle parti dell’odierna Chinatown di Milano, presso un artigiano che produce portafogli e borsellini. L’artigiano è un emigrato di origini cinesi, il cui nome italianizzato è «Vansè». Tra i due nasce una relazione, quindi alla fine della seconda guerra mondiale si sposano e hanno una figlia. In seguito Vansè, che nel frattempo si è convertito al cattolicesimo, riceve una lettera dei genitori dalla Cina e prende la decisione di tornare nel suo paese. Forse è guidato dalla confuciana pietà filiale che in Cina chiamano «Xiao» (孝) ed è persuaso che si siano aperte nuove prospettive economiche. La famiglia parte in nave per Shangai, più o meno nel 1948, e dal quel momento in poi P. sparisce, riaffiorando solo per mezzo di qualche lettera spedita a un’amica o ai famigliari. Ma chi è il giornalista che, circa trent’anni dopo, si è occupato di questa vicenda? Si chiama Lino Pellegrini. A meno di un caso di omonimia, si tratta di un giornalista un tempo noto, scomparso nel 2013 a 98 anni e dalla vita abbastanza straordinaria: inviato del Popolo d’Italia, testimone dell’assedio di Stalingrado insieme a Curzio Malaparte, che di Pellegrini scrive in Kaputt e La pelle, pioniere della fotografia subacquea (è sua una celebre foto del 1955 di un teschio recuperato nel relitto di un cacciatorpediniere italiano), ha viaggiato in tutto il mondo con sua moglie Elena, già a partire dagli anni ’50, spesso in macchina partendo da Milano e finendo a Calcutta o attraversando mezza Africa in fuoristrada. Pellegrini era diventato giornalista quasi per caso: «Nell’agosto del ’39, a 24 anni, mi trovo nell’estremo nord della Finlandia, in un fiordo sull’oceano Artico. Casualmente trovo un peschereccio italiano […] Chiedo di imbarcarmi: così, per il gusto di provare. I pescatori mi accolgono, salpiamo in alto mare, ma dopo pochi giorni scoppia la guerra». E così si ritrova a vagare per l’Europa orientale e diventa corrispondente per Il popolo d’Italia. Tuttavia la storia di P., di cui Pellegrini sente parlare per la prima volta a Pechino, è ricostruita, si presume, lavorando alla scrivania e consultando qualche lettera di P. che i parenti italiani della donna hanno messo a disposizione del giornalista. Così Pellegrini viene a sapere che quando P. arriva in Cina, al termine di una lunga traversata per mare, trova subito una sorpresa: la famiglia di suo marito Vansè li accoglie in compagnia di una seconda moglie, la donna alla quale Vansè era stato promesso secondo le tradizioni del luogo natale. Intanto Vansè ottiene un impiego in un calzaturificio nella città di Hangzhou, capitale della regione orientale dello Zhejiang. A questo punto la grande storia rimasta sullo sfondo irrompe nella vita degli sposi (nel frattempo la seconda moglie di lui si dilegua, scompare dalla trama): nel 1949 viene proclamata la Repubblica Popolare e Vansè è destinato al lavoro nei campi, cioè a una comune agricola, situata a 2500 chilometri di distanza da Hangzhou, nella quale la stessa P. si arenerà negli anni, insieme alla numerosa prole –sei figli- che andrà costruendo con il marito. 

 

 

I sei figli sono la ragione per cui P. si rifiuta di tornare in Italia, nonostante gli inviti via lettera della madre e della sorella, che abita in una strada del quartiere Calvairate a Milano. Quando la madre e la sorella di P. le scrivono, devono ogni volta passare da via Canonica e chiedere a qualche emigrato cinese la cortesia di compilare sulla busta l’ideogramma con l’indirizzo della figlia.

Nel periodo della Repubblica Popolare le relazioni diplomatiche s’interrompono e l’isolamento della Cina si fa sempre più profondo, trascinando con sé anche la vita della milanese P. Scrive Pellegrini: «[…] il nome che corre alla mente è quello di Marco Polo […] ma perché non inchinarci anche di fronte alla tempra umana di P. (per esteso nel testo originale, Nda), quasi una piuma italiana in mezzo a un miliardo di cinesi, che, facendosi una ragione delle cose, supera con dignità un isolamento di trent’anni?». In realtà, mancando una testimonianza diretta ed esaustiva di P. sulla sua stessa vita, non possiamo scrutare più di tanto a fondo nel cuore e nei sentimenti della donna che Pellegrini paragona all’immagine di una piuma. Forse nella piuma ci furono più prostrazione, passività e spirito di accettazione che non la «tempra» immaginata dal giornalista. O forse P., senza farsi troppe domande, si adattò con disinvoltura a quel nuovo contesto, per quanto inimmaginabilmente diverso dall’Europa, dall’Italia e dalla Milano degli anni Venti e Trenta in cui era cresciuta. O forse ancora, compresa la ciotola di ferro per il pasto distribuita a tutti i lavoratori della Repubblica Popolare, la piuma amò fin da subito tutto della Cina, nonostante la povertà, la durezza della vita in campagna all’epoca del «grande balzo in avanti» e l’eccezionalità dei cambiamenti introdotti nell’esistenza quotidiana dalla rivoluzione di Mao Tse-tung. Di ciò che sentiva la piuma non sappiamo nulla, così come non sappiamo nulla della sua relazione affettiva con Vansè, di come si scelsero, se fu vero amore e come poterono comunicarsi questo amore, nella vita quotidiana e nell’intimità, per il lungo periodo in cui entrambi, non sappiamo se con difficoltà o particolare piacere, impararono una nuova lingua l’uno dall’altro.

All’inizio degli anni ’70 riprendono le relazioni diplomatiche tra Italia e Cina. Un lunedì di settembre 1971 parte in aereo da Milano la prima comitiva di turisti occidentali verso il paese di Mao Tse-tung. A bordo ci sono, tra gli altri, la sinologa Renata Pisu, il direttore della rivista Terzo mondo Umberto Melotti e lo scrittore e giornalista Gianni Rodari. Nel 1972 Michelangelo Antonioni gira per la RAI un documentario sulla Cina con musiche di Luciano Berio e riesce a filmare il parto di una giovane operaia preceduto da un’anestesia per agopuntura.  Intanto P. prende contatto con la nuova ambasciata italiana. O viceversa: l’ambasciatore, incredulo, scopre l’esistenza di una nostra connazionale in un angolo remoto della Cina e decide così di cercarla. Del successivo incontro a Pechino restano le memorie stupefatte del console. Il console è il primo italiano con il quale P. ristabilisce un contatto dopo oltre vent’anni. P. non aveva mai visto Pechino e resta sbalordita dalle dimensioni della città. Pellegrini scrive che P. «veste alla cinese, in casacca e calzoni», quindi si suppone indossando la «zhongshan zhuang» (中山装), cioè la giacca maoista con quattro tasche usata all’epoca da milioni di cinesi. P. non parla il mandarino, ma una variante dialettale della zona di Hangzhou. Ricorda ancora l’italiano. Non conosce il frigorifero e non è al corrente dell’allunaggio del 1969. Abitualmente lava i panni in un ruscello. Per procurarsi acqua in inverno è costretta a spaccare il ghiaccio con un piccone per poi sciogliere il blocco all’interno di una pentola. La dieta è a base di cereali. Uno dei figli è morto in un incidente in miniera, mentre alternava il lavoro da minatore con gli studi in ingegneria. Altri due figli sono sposati e continuano a vivere con le nuove famiglie nella piccola casa dei genitori. Non parlano italiano. Il console ha un’idea: vorrebbe organizzare un cocktail all’ambasciata in onore di P., ma P. declina l’offerta dicendo di sentirsi «goffa» (sic) e che la circostanza potrebbe metterla in imbarazzo. «Questa è la storia», scrive Pellegrini, «dell’unica italiana di cui si abbia notizia nell’immensa realtà cinese». 

Qualche anno più tardi il Presidente della Repubblica Pertini venne a conoscenza del caso di P. Sandro Pertini era un uomo magnanimo, testimone di due guerre mondiali, senz’altro capace di avere un’intuizione profonda e compassionevole della complessità di una vicenda come quella attraversata dalla Cina socialista. Fu grazie a Pertini che P. e la prima figlia poterono usufruire di un volo aereo andata e ritorno dalla Cina per l’Italia. P. poté salutare di nuovo tutte quelle persone che non rivedeva da oltre trent’anni e che la figlia, se pure nata in Italia, non aveva mai davvero conosciuto. E qui finiscono le notizie sul conto di P. Avrei voluto approfondire la sua conoscenza, incontrarla e farle qualche domanda. Se non avesse voluto rispondere, mi sarebbe bastato, credo, guardarla. Qualcuno mi ha riferito che vive ancora. Questa quindi è la storia di P., ma è tutta da riscrivere. 

PS: se qualcuno ne sapesse di più e volesse aggiungere un pezzo a questo racconto, può scrivere a ivan.carozzi@gmail.com


Ivan Carozzi lavora per la rivista Linus e ogni tanto per la tv. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Figli delle stelle (Baldini e Castoldi, 2014), Macao (Feltrinelli digital, 2012) e Teneri violenti (Einaudi Stile Libero, 2016).

1 comment on “Una donna italiana e un miliardo di cinesi

  1. Bella storia ! Grazie di averla raccontata.

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