Una minima cosa di formazione

«In questo momento sono le 08:19 del mattino – l’anno ormai preistorico. Il mese, settembre – e il panorama è grigio, l’aria ancora notturna. Più o meno in dieci minuti suonerà la prima campanella del primo semestre e affretto il passo per quella storia dell’ansia che mi assale per tutto. Quando mi vede trotterellare sfoggia un sorriso che è impossibile non induca a strane forme di violenza.»


IN COPERTINA: un’opera di kosuke ajiro

di Gabriele Merlini

I

Il fatto è che sull’autobus scegliamo di pigiarci l’uno contro l’altro senza dire una parola, come se la faccenda avesse realmente un senso (e magari ce l’ha pure, o almeno se ti trovi in quella fase protoanimalesca – termine non mio – dell’esistenza durante la quale nutri enormi remore nell’esplicitare l’amore ed è saggio conservare un certo distacco: la vicinanza, la consonanza, l’attrazione più pura.) 

«Si sposti.»  

«Allora venga.»   

«Che. Diavolo. Di. Gente.»   

Qualcuno scoreggia: può succedere. In questo momento sono le 08:05 del mattino – l’anno ormai preistorico. Il mese, settembre – e la signorina che sale alla fermata di p.za Savonarola sfoggia una gonna più corta del solito, emana un profumo di agrumi più intenso del solito e restituisce alla platea unghie da gattina più affilate del solito, perfette per lacerarti la schiena durante gli amplessi maggiormente convulsi o almeno così funzionerebbe se ti attieni alle pubblicazioni di settore che talvolta ci è dato sogliare all’edicola in Cerretani quando va rinnovato l’abbonamento per i mezzi pubblici: Tanga, Flash, TeleTutto, Totem

Il veicolo sul quale mi muovo è di fabbricazione italiana, ha una lunghezza variabile tra i 10.5 e i 12 metri e vanta sul muso il simbolo alfanumerico 17B mentre punta p.za San Marco dal quartiere periferico del Campo di Marte. Per intriganti casi del destino gli studenti al mio fianco indossano tutti un identico parka verde, identici jeans azzurri con strappi all’altezza delle ginocchia, identici calzini di spugna bianchi, identica kefiah al collo mentre il tizio sulla quarantina dall’abbigliamento personalizzato accanto al conducente è in tuta da ginnastica fucsia. Del resto il volo che lo attende sarà estenuante e meglio starsene comodi, confessa all’amico di spalle, senza contare la praticità dei tessuti elastici nel caso possa presentarsi l’occasione di accedere al Club dei Diecimila e fare sesso nella toilette di quel velivolo che più volte al giorno percorre la tratta tra l’aeroporto parigino Charles De Gaulle (CDG) e il Suvarnabhumi di Bankok (BKK) dopo uno spostamento dal Galileo Galilei di Pisa (LIRP) talmente breve che l’accoppiamento lassù sarebbe pretestuoso, improvvisato e seguirebbe regole mica consone al vivere civile.  

«Chiuda la portiera. Cristo.»  

«Un attimo. Un attimo.»   

«Che. Diavolo. Di. Gente.»  

In questo momento sono le 08.06 del mattino – l’anno ormai preistorico. Il mese, settembre – e il suono di una imprecazione fende l’atmosfera rarefatta della sezione sud dell’autobus 17B in navigazione alla volta della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Scivola a terra una gruccia con abito fresco di tintoria e il bambino in braccio al padre riprende a singhiozzare per motivi incomprensibili ma – non ne dubito: il che è paradossale – pure ragionevoli. 

 

II

«Prego. Faccia con calma» allorché si spalanca lateralmente l’onda dei corpi e un anziano sulla parte orientale del convoglio – quella caratterizzata da un più maturo equilibrio – inizia a risentire dello stress diffuso. Gli stomaci delle signore producono il rumore dei miscelatori per bibite ghiacciate ai luna park e un cagnolino di media taglia (secoli dopo avrei scoperto chiamarsi volpino) starnutisce al palo per sorreggersi. Sede del trauma originario, il motore di areazione dell’autobus 17B che sta per raggiungere la stazione di Santa Maria Novella dall’incrocio con Tornabuoni. Sulle civette lungo i marciapiedi notizie riguardanti la sterlina inglese e la lira italiana che dovrebbero sgattaiolare da un intrigo internazionale denominato meccanismo di cambio europeo quindi la cappa ovattata del cielo che stamani ha le fattezze di un pozzo, qualcosa da interpretare alla stregua di un simbolo infausto sia per il sottoscritto che per il tizio in tuta da ginnastica fucsia accanto al conducente. Una vicenda (per me) di strani incontri in sospensione e (per lui) di ali che si spezzano, paperi nella turbina, ghiaccio sulla coda e inabissamenti. La suggestione che nel giro di poco il mio dirimpettaio potrebbe finire divorato da uno squalo bianco nel golfo di Ko Phi Phi Don e quanto la cosa tenderebbe a rivelarsi dolorosa per la sua famiglia che dovrà riportarne la salma in Italia ancora nello stomaco del pesante predatore. 

«Che schifo.»  

«Mi scusi. Venga pure.»  

«Ok. Grazie.»  

«Si figuri» allorché si chiude centralmente l’onda dei corpi dei passeggeri dentro l’autobus 17B e l’anziano appollaiato nel modo tipico degli anziani sul sedile per gli anziani ricomincia ad ascoltare la radiolina che stringe in pugno. Purtroppo neppure una nota risulta di suo gradimento e lo si capisce da come guarda la gente (Non amarmi di Francesca Alotta e Aleandro Baldi. E mi arriva il mare di Riccardo Cocciante e Paola Turci. Il brano di un tizio che potrebbe essere Luca Carboni ma che alla prova dei fatti non sarà mai Luca Carboni.) 

In questo momento sono le 08:09 del mattino – l’anno ormai preistorico. Il mese, settembre – e il piede del conducente tiene il ritmo di una melodia che solo lui può sentire. L’opposto della stasi del corpo del sottoscritto e degli altri studenti in vista del primo giorno di scuola – kalòs kagathòs, Scattante Cerbiatto Che Danza – e mica c’è niente di male se non abbiamo voglia di divertirci: nel futuro rideremo di tante cose ma per adesso bisogna tenere duro. 

Si vada perciò avanti nella trattazione con cautela e il necessario esprit de corps.

 

III

Ulteriori dati in attesa del pezzo forte, il climax dondolante di questa minima cosa di formazione personale ed evitabile: il tizio con la tuta da ginnastica fucsia che dovrà imbarcarsi nel pomeriggio dall’aeroporto internazionale di Pisa alla volta della Tailandia fa sapere all’amico quanto nel Club dei Diecimila lui comunque già ci sia perché una volta l’ha fatto sul Los Angeles – Roma con la fidanzata del tempo e ogni particolare dell’incontro è più vivido che mai (ci sta che abbia pure un VHS da qualche parte.) L’interlocutore annuisce ma decide di incalzarlo inchiodandolo a responsabilità più pesanti. 

«Prendi gli elefanti» suggerisce aggrappandosi all’obliteratrice. «La notte da lontano puoi scambiarli per scimmiette a pochi metri invece sono pachidermi a un chilometro. Lo sapevi questo?»

«No. Non lo sapevo.» 

«Ecco. Tuttavia, nonostante la mole, gli elefanti vanno velocissimi e finire spappolati è un attimo. Capisci?»  

Suggestione che spinge il sottoscritto alla seconda ipotesi di tragedia, successiva allo squalo di Ko Phi Phi Don, cioè come potrà la famiglia trasportare in Italia la salma di quel viandante del dharma se tramutata in una orripilante pappa molliccia da un mostro di 6000 kg. nel quartiere tailandese di Taling Chan. Interrogativo degno al quale però non trovo risposte e, scendendo alla fermata della stazione, mica presto attenzione ai passanti incamminandomi verso il parco pubblico superato il quale ha sede il mio nuovo liceo. Sopra lo zaino con la A di anarchia la giornata è più nuvolosa e opprimente del solito e la cosa è un ennesimo indizio di sciagura. Ai danni di chi, resta poi tutto da vedere. 

 

IV

Io ti voglio bene.
Questo non lo so.
Stupido testone.
Dubbi non ne ho.
Anche se il futuro ha dei muri enormi.
Io non ho paura. 

E voglio innamorarmi.

Una minima cosa di formazione, magari evitabile ma basilare: quando lo incontro per la prima volta sta oscillando come un’enorme provola dal ponte di metallo che attraversa il viale di circonvallazione che dalla stazione conduce al parco pubblico superato il quale ha sede il mio (il nostro) nuovo liceo. In questo momento sono le 08:19 del mattino – l’anno ormai preistorico. Il mese, settembre – e il panorama è grigio, l’aria ancora notturna. Più o meno in dieci minuti suonerà la prima campanella del primo semestre e affretto il passo per quella storia dell’ansia che mi assale per tutto. Quando mi vede trotterellare sfoggia un sorriso che è impossibile non induca a strane forme di violenza. 

«The best of the best» grida in un inglese incerto. Il suo busto dondola sempre più sull’arteria sottostante e alcuni passanti si fermano per osservare meglio la scena, formando minuscoli assembramenti di punti in movimento. Sotto le scarpe, dalla carreggiata, qualche automobile clacsona per il terrore di ritrovarsi un adolescente sul cofano alla stregua di un gigantesco chicco di grandine. Naturalmente non ho la minima idea della ragione per cui stia facendolo (del resto, non ho nemmeno idea di chi sia) ma al tempo stesso c’è una qualche fascinazione. Lui va avanti con lo show infischiandosene di potenziali sviluppi splatter. 

«The best of the best.» 

«Eh?» 

«No, dico. Se qualcuno nel futuro incentrasse su di me una pubblicità di qualche linea d’abbigliamento, beh…sarebbe un ottimo slogan the best of the best. Non trovi?» 

Taccio. Con le natiche inizia a concedersi ulteriori colpetti laterali che ne aumentano il moto ondulatorio sul traffico della mattina. Prendo coraggio e tendo il braccio oltre il corrimano. Vengo di nuovo ignorato.

«Senti un po’» chiede modificando la presa con i palmi, «tu li conosci i Bomba Bomba?» 

Mai sentiti nominare. 

«Beh. Suonano reggae. Non sono male. Ti registro la cassetta. Anzi no che mi fa tristezza. Compratela da solo.»

«Dai, basta così. Maledizione. Vieni.» 

Dinoccolato, abbronzato, naso appuntito a valutare la distanza tra l’ombelico e le strisce pedonali, convinto (anche questo l’avrei scoperto dopo) di avere splendide dita dei piedi. Nel complesso la sua voce è stridula e senza accento. «In estate sono stato su un’isola del Pacifico ma mi ha fatto cacare.» 

Il vento sotto l’attraversamento pedonale gli fa frusciare i vestiti, rendendolo simile a una vela di catamarano che schiocca a pochi metri dalla riva. 

«Vedi il giubbotto? Costa 800.000 lire o giù di lì.»

(Il suo obiettivo è esplicito: eliminare tutte le variabili al mondo.) 

«Va bene ma smettila.»

«Cindy Crawford è meglio di Linda Evangelista, per quanto siano gusti. Ah guarda. Questo è un Teledrin. Se c’è qualcuno che mi cerca, lui vibra. Lo tengo sempre con me. Non si può mai sapere.»  

«Già. Però…»

«Basta fare il numero di casa con un prefisso, e il gioco è fatto. Te non ce l’hai di sicuro. Giusto?» 

In effetti non ce l’ho. Sotto al ponte, lungo il viale di circonvallazione tempestato di veicoli, è nel frattempo aumentato il numero di spettatori non paganti. A impressionarmi gli alunni delle classi superiori: individui scafati e pratici di faccende esistenziali.

«Scarpe costose, vedi? Eppure scomode.» 

Adesso sta analizzando le caviglie ciondolanti come qualcosa di prassi. Tre suore Cistercensi della Congregazione di San Bernardo lo indicano con antica eccitazione. 

«Ad essere onesti non mi fanno impazzire ma che vuoi farci? È la vita.» 

Guardo sporgendomi un po’. 

«Regalo di mio padre. Ah. Dovrei avere qualcosa da leggere, nella cartella. Sia mai la lezione possa rivelarsi un rompimento di coglioni» e stremato sposto gli occhi dallo strano corpo in sospensione allo zaino abbandonato in terra; un mensile plastificato fa capolino timoroso. Il numero da poco distribuito. In copertina Tom Cruise si puntella il sorriso con il pollice. Sul lato sinistro, accanto alla costola, la scritta speciale moda 1992

«Se vuoi darci un’occhiata, fai pure.»

«Posso?»

Posso. Fortunatamente, quando chiudo l’inserto, lo sconosciuto me lo ritrovo davanti. Riparato dai pericoli il tono della sua voce si è fatto triste, monocorde e disilluso. 

«Ok, basta così» comunica marziale, «leviamoci dalle palle che sennò facciamo tardi.»

 

Epilogo

Una minima cosa di formazione. Prima parte: al suono dell’ultima campanella del primo giorno di scuola mi frugo in tasca per cercare l’abbonamento nuovo di zecca. Nell’autobus 17B che dalla stazione porta alla periferia stavolta un silenzio irreale. Ogni molecola che fluttua è impalpabile, statica e muta, rotta giusto da quel grido che si leva nell’ultima fila di sedili e spinge l’autista alla brusca frenata. 

«The best of the best» cui viene aggiunto l’aggettivo: «mi-ti-co.»

(Se vogliamo trovare l’equilibrio del tutto, è più saggio chiedere in continuazione o tacere per sempre? Shiva, il dio ascetico dell’induismo, preferiva le foglie di loto ai cuscini di raso quando doveva analizzare le altrui vite. Al contrario lui sembrerebbe andare matto per le poltroncine laterali vicino ai finestrini.) 

Mi avvicino e mi accomodo al suo fianco. In questo momento sono le 23.58 della notte – l’anno 2021. Il mese, agosto – e provandoci a riordinare le idee su quanto sarebbe accaduto di lì a poco è davvero impossibile non rivalutare quegli assurdi eventi con sporadici rimorsi, curiosi sospetti, immutata benevolenza. 


Gabriele Merlini è autore del romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (Effequ 2013) e del saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (Effequ 2020.) Ha inoltre curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Suoi racconti, recensioni e reportage su numerosi magazine e quotidiani.

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