Uniti nel virus

Il nuovo coronavirus, oltre a creare una crisi sanitaria, sta anche mettendo in piedi una piccola rivoluzione sociale.


In copertina opera di manifattura Schwarza Saalbahn, all’asta da pananti casa d’aste.

di Enrico Pitzianti

Stare in casa ti cambia, ci cambia tutti. Bastano pochi giorni e il mondo si riduce a quelle tre o quattro stanze, un loop ininterrotto di ambienti, luci e odori, sempre quelli. Stancarsi è questione di ore, di giorni, di settimane… ma quante? Quanto tempo passerà perché si torni alla nostra vita di prima? Mentre ci poniamo domande simili c’è chi, nel resto del mondo, sottovaluta la pandemia proprio come abbiamo fatto noi italiani qualche settimana fa. E noi ci diciamo: non sanno quello che li aspetta. E ce lo diciamo in coro, insieme, che gli altri sono degli sprovveduti che dovrebbero imparare da noi. E probabilmente abbiamo ragione.

Questo è un primo effetto “politico” delle pandemia: siamo tutti (o quasi) nelle nostre case, chiusi per proteggere la nostra salute ma anche per quella degli altri, e ci rendiamo finalmente conto di dipendere dal comportamento altrui. E che dal nostro dipende la vita di altri. Io ho trent’anni, potrei ammalarmi ed egoisticamente rimanere, con buone probabilità, asintomatico (ammesso che io non lo sia già) ma se incontro sul pianerottolo la signora anziana del quinto piano? Lei vive sola, spesso disorientata dall’età, come farebbe con una polmonite? Così da qualche giorno da me, anche da me, dipende la vita della signora del quinto piano. Non l’avrei mai detto, ma ora è così. E penso che forse sarebbe stato il caso di rendermene conto prima, perché in un certo senso era altrettanto vero.

Insomma, sta aumentando la coesione sociale, come capita nelle società che hanno a che fare con un nemico esterno. E un virus lo è, un nemico esterno. Una colpa non nostra. La coesione tra le persone di uno stesso territorio si impenna anche quando c’è una guerra, o un terremoto, una catastrofe, migliaia di morti e così via… ci si stringe insieme per farsi coraggio, come i pinguini per proteggersi dal freddo. E la coesione sociale è qualcosa di potentissimo: crea obbedienza e unità, smussa i dissapori tra le fazioni interne, allenta le tensioni politiche, fa il gioco del governo e non delle opposizioni (Salvini in questi giorni perde voti, e non è un caso).

La coesione sociale è così importante che i dittatori, per esempio, pur di innescarne l’aumento, negano problemi interni, mettono a tacere le opposizioni con la violenza, puntano il dito verso nemici esterni inesistenti, mentono, innescano persino escalation militari e promuovono l’idea che criticare il dittatore sia tradire l’intera collettività. Va così da secoli, da millenni.

Quando però la coesione sociale avviene naturalmente è il commovente sintomo di una sofferenza collettiva, di una connessione mentale che riesce a prescindere da regionalismi, idee politiche e generazioni. Il processo mentale è di sentirci più vicini, più uniti, più dipendenti l’uno dall’altro. Da me dipende la signora del quinto piano, e dal suo uscire o meno di casa potrebbe dipendere la vita di qualcun altro che potrebbe finire in terapia intensiva. E così via.

In questi giorni ci siamo persino ricordati dei carcerati. Incredibile. Di solito non ci si pensa mai, se non per dargli addosso in quanto reietti e criminali, per dire che le pene non sono abbastanza severe, per fare il gesto delle manette. Ma ora, dopo le proteste degli ultimi giorni, si è finalmente letto qualche articolo che fa presente un fatto ovvio: come lo affronti un virus che ti impone di stare a un metro di distanza dagli altri se hai migliaia di persone stipate in carcere con celle che contengono anche venti detenuti? Lì è questione di centimetri, di millimetri, di sudore e frustrazione, altro che un metro e mascherine e tossire nel gomito. E no, non puoi dire chissenefrega, perché anche se ti trasformi in dittatore e lasci i carcerati stipati nelle celle lì entrano secondini e personale, gente che poi torna a casa, infetta i familiari e così via.

Sempre per parlare di coesione sociale: e i senzatetto? Dove sono i senzatetto durante questi giorni di coprifuoco? Come fanno a stare a casa se una casa non ce l’hanno? Sono domande che dovevamo porci prima, ovvio, come nel caso dei carcerati. Oggi però sappiamo finalmente (almeno spero) che non possiamo ignorare gli ultimi. Perché se oggi un senzatetto non può stare in casa non sono più fatti suoi, sono fatti di tutti: continuerà ad andare in giro mettendo a rischio la salute sua e degli altri. E i migranti? Che magari non parlano italiano e anche loro non hanno case dove stare, come fanno? Come si fa a sapere dove sono, come stanno, se non hanno documenti e non compaiono in nessun registro? Ecco, le crisi di questo tipo sono quelle dove i nodi vengono al pettine, dove ci rendiamo conto degli errori e delle incongruenze del passato. Errori che riguardano proprio la coesione sociale, il fatto che l’egoismo non paga. I tagli alla ricerca scientifica e i miliardi per Alitalia oggi appaiono come scemenze colossali. 

Ma quanto durerà la coesione sociale? Quante settimane ancora Conte, l’avvocato del popolo su cui ironizzavamo, ci sembrerà un grande statista (o un sex symbol, ci avreste mai creduto?)? Per quanto ancora riusciremo a stringerci tra noi e fare raccolte fondi per ospedali, collette per i bisognosi, portare la colazione ai volontari della Croce Rossa, farci i complimenti a vicenda con applausi dal balcone e piangere per il numero di morti annunciate, verso le sei, dalla protezione civile? La risposta è finché tutto ciò è eccezionale. Se la crisi sanitaria diventasse la norma, credo, la magia sparirebbe, il collante evaporerebbe in un attimo. Riapparirebbe Salvini all’opposizione, torneremmo all’individualismo che caratterizza molti aspetti delle nostre vite e smetteremmo di pensare agli ultimi. Ma per ora non sappiamo se succederà, né tantomeno quando.

“ANIME DEL PURGATORIO” sculture della Spagna del XVII secolo.

Sarebbe bello pensare che questa situazione possa cambiarci per sempre, renderci meno attaccati alle nostre ambizioni e più concentrati sui bisogni primari degli altri, è un vento socialista (chiamiamolo così in senso lato, facciamo a capirci) che, chissà, potrebbe anche lasciare un solco duraturo nel chi siamo e come viviamo. Ma la storia insegna che molto dipenderà dalle condizioni materiali. Quanta ricchezza in meno, e quindi povertà in più, porterà questa crisi? E chi (quali fasce sociali e demografiche) ne risentirà di più? Vale la pena essere ottimisti, proprio come lo si è davanti alle grandi difficoltà e alle sfide più dure, ma senza lasciarsi prendere la mano. La povertà, se aumenterà e non verrà tamponata, porterà nuovo scontento. E lo scontento porta disgregazione sociale, che è l’opposto della coesione. 

Insomma oggi il tesoretto di fiducia di cui gode chi ci governa è prezioso, ma è la stessa fiducia di cui gode il generale che si dirige in battaglia, viene dalla paura dei suoi soldati e dal meccanismo psicologico che in risposta a questa paura produce stima e speranza. Ma poi tocca vedere come va la battaglia, e quello dipende da mille fattori, molti dei quali imprevedibili. Certo, se la battaglia la vinci quel tesoretto di stima si gonfierà esponenzialmente, come la novella sensualità e charme del vincente, ma nell’equazione che ci dice come andranno le cose ci sono così tanti fattori che è bene sapere che quella stessa fiducia potrebbe anche svanire come neve al sole. Tocca prepararsi, poi si vedrà… la vita è fatta di previsioni e scommesse. E lo è anche la politica.


Enrico Pitzianti, si occupa di estetica, società e reportage. È caporedattore de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia, Forbes e cheFare.

6 comments on “Uniti nel virus

  1. Marco Donati

    Ottima analisi dello stato delle cose, il capro espiatorio che favorisce la coesione sociale contro la minaccia esterna ed una speranza di un futuro dove sorge il sol dell’Avvenire. Come dopo ogni evento luttuoso (guerra catastrofi e quant’altro) ci sarà una ristrutturazione sociale…io spero in un ottica di miglioramento e rafforzamento dello stato del benessere inteso in un’ottica socialdemocratica

  2. Nicolò Orsini Baroni

    Ben detto. Possiamo essere ottimisti, per ora vedo più gesti e parole di affetto che di odio e arroganza ( per quel poco che giro)

  3. Maria Libera Ranaudo

    Bravo. Perfetto. Siamo personaggi tragici che si trovano al cospetto del proprio archetipo. Un evento epocale di una immensa tragedia contemporanea. Benvenuti nel futuro.

  4. Ottimo articolo

  5. Maria Sirago

    C’è da riflettere per il futuro sempre se lo vedremo questo futuro!

  6. Luciana Versolatti

    È una riflessione sulla quale mi sto soffermando da alcuni giorni, è cioè come sarà dopo. E concordo dia von l’analisi e la conclusione. Dono presidente di una piccola cooperativa sociale che di occupa in modo competente ed innovativo di prevenzione al fallimento adotyibo e conflitii familiari e, nella scuola, tra pari. Dalla mia esperienza quasi ventennale sono giunta ad una temporanea conclusione. Qualcuno riscoprirà il senso della solidarietà, qualcun’altro scoprirà un nuovo modo di relazionare, altri torneranno alla vita di sempre. Oramai l’individualismo e tutto ciò che questo modo di vivere è stato ed ha significato tornerà proprio per le ragioni da Lei addotte.
    Mi auguro che così non sarà e che il.mio realismo venga clamorosamente smentito perchè vorrà dire che abbiamo imparato la lezione!?
    Grazie, comunque, del suo bel articolo che diffonderò tra amici e conoscenti.
    🌹🙏🤷‍♀️

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