Uno scrittore qualsiasi 



Dettagli della vita e della letteratura di Dostoevskij, raccontati da chi lo conosce e lo ha studiato a fondo, cioè Paolo Nori.


In copertina un ritratto di Fedor M. Dostojevskij

Questo articolo è un estratto di “Sanguina ancora“, di Paolo Nori, ringraziamo l’autore e Mondadori per la gentile concessione.

di Paolo Nori

 

Il 15 aprile del 1849 Dostoevskij viene rinchiuso, con i suoi colleghi di cospirazione, nella sezione Alekseevskij della fortezza di Pietro e Paolo. 

Lo mettono nella cella numero 1.
Ci resta otto mesi.
Dopo due mesi gli viene permesso di leggere e scrivere; in una lettera al fratello del 18 luglio del 1849, Dostoevskij scrive: 

«Tu mi hai detto di non perdermi d’animo, e io non mi perdo d’animo; la mia condizione, certo, non è bella, è orribile, ma non posso farci niente. Tra l’altro, non è così sempre. Ho anche delle occupazioni. Non ho perso tempo, ho pensato a tre racconti lunghi e a due romanzi, uno lo sto scrivendo adesso.» 

Di queste cose che Dostoevskij scrive in prigione, l’unica che viene pubblicata (nel 1857, firmata con lo pseudonimo M-ij) è Un piccolo eroe, un racconto che parla di un ragazzo di undici anni, ospite di un parente, che si innamora di una donna sposata e di come questo innamoramento lo metta al centro dell’attenzione degli ospiti della villa nella quale il racconto è ambientato, e del modo in cui questa vicenda segna la fine della giovinezza del protagonista; non è un racconto cupo, tutt’altro: sarebbe difficile, senza sapere dov’è stato scritto, collegarlo alla prigione. 

«Non ho mai lavorato con tanto amore come adesso» scrive Dostoevskij nella lettera al fratello, e con amore lo scrive in italiano. 

L’Italia prima 

In una lettera che Dostoevskij scrive al padre quando è da poco arrivato a Pietroburgo, nel luglio del 1837 (Dostoevskij ha, allora, quindici anni), si legge: «Per via del tempo, qui, a Pietroburgo, è meraviglioso, italiano». 

“Meraviglioso”, per Dostoevskij, è sinonimo di “italiano”, nel 1837. 

Non era mai stato, in Italia, nel 1837, né ci era mai stato nel 1849: Dostoevskij ha un’idea bellissima, dell’Italia, prima di venirci. 

Un racconto qualsiasi 

«Il riso non lasciava le sue labbra, fresche come è fresca una rosa mattutina che ha appena aperto, alla prima luce del sole, la sua gemma vermiglia, odorosa, sulla quale non si sono ancora seccate grandi gocce di rugiada.» 

Questa descrizione (che viene da Un piccolo eroe) a me fa venire in mente l’Ol’ga, dell’Evgenij Onegin, quella che Puškin descrive così: «Gli occhi come un cielo azzurro, i riccioli come il fior del lino, i gesti, la voce, il corpo snello, tutto… ma prendete un romanzo qualsiasi» scrive Puškin, «ci troverete il suo ritratto fedele». 

Ecco. 

Questa descrizione, «Il riso non lasciava le sue labbra» eccetera, pur essendo parte di un racconto di Dostoevskij, degno di nota perché è di Dostoevskij, e perché è stato scritto nel periodo in cui Dostoevskij era prigioniero nella fortezza di Pietro e Paolo, non è da racconto di Dostoevskij, è da racconto qualsiasi. 

Perché Dostoevskij, che era uno studente qualsiasi che nel giugno del 1845 era diventato, d’un tratto, Fëdor Michajlovic Dostoevskij, subito dopo, nel 1846, era tornato ad essere uno scrittore qualsiasi, e tale, probabilmente, sarebbe rimasto se, il 22 dicembre del 1849, non gli fosse successa una cosa stranissima. 

Il 22 dicembre del 1849 

Dmitrij Dmitrievic Achšarumov, un ventiseienne funzionario del ministero degli Esteri di origini armene, frequentatore del Circolo Petraševskij e compagno di detenzione di Dostoevskij, racconta cosa successe il mattino del 22 dicembre del 1849 a San Pietroburgo: 

«Entrò [nella cella] un ufficiale che conoscevo con un assistente; mi fu portato l’abito con cui ero stato arrestato e, in aggiunta, calze calde e spesse. Mi venne detto di vestirmi e indossare le calze, perché il tempo era gelido. “A cosa serve? Dove andiamo? Il nostro caso è chiuso?” gli chiesi, e mi venne data una risposta spiccia e evasiva nella fretta di partire. Mi vestii alla svelta, le calze erano spesse e riuscii a malapena a infilarmi gli stivali. Subito aprirono la porta e uscii. Dal corridoio fui condotto al cortile, dove si fermò una carrozza, e fui invitato a salirci. Salii con il soldato dal cappotto grigio e mi sedetti accanto a lui; la carrozza era a due posti. Partimmo, le ruote cigolavano, sprofondando nella neve profonda e ghiacciata. I finestrini della carrozza erano chiusi e congelati; non vi si vedeva nulla attraverso. Ci fu una sorta di sosta: il resto delle carrozze probabilmente stavano aspettando. Quindi iniziò un movimento generale e rapido. Mentre andavamo, raschiai uno strato ghiacciato di umidità dal vetro con l’unghia e contai i secondi; si oscurò immediatamente. 

“Dove stiamo andando, lo sa?” chiesi.
“Non posso saperlo” rispose il mio vicino.
“In che direzione andiamo? Può essere che stiamo andando a Vyborg?”
Mormorò qualcosa. Alitai affannosamente sul vetro, in modo 

da intravedere un attimo qualcosa dal finestrino. Viaggiammo alcuni minuti, attraversando la Neva; raschiavo costantemente con l’unghia o alitavo sul vetro. 

Percorremmo il Voskresenskij prospekt, girammo per la Kirocnaja e verso la Znamenskaja; qui abbassai il vetro del finestrino rapidamente e con grande sforzo. Il mio vicino non diede segno di essere contrario a questo, e per mezzo minuto ammirai la scena del risveglio della capitale in un chiaro mattino d’inverno, che non vedevo da molto tempo; i passanti camminavano e si fermavano, ammirando uno spettacolo senza precedenti: un corteo di carrozze, circondato su tutti i lati da gendarmi al galoppo con spade sfoderate! La gente veniva dai mercati; nuvole di fumo denso proveniente dalle stufe appena riscaldate si alzavano sopra i tetti delle case; le ruote delle carrozze scricchiolavano nella neve. Guardai fuori dal finestrino e vidi squadroni di gendarmi davanti e dietro le carrozze. Improvvisamente il gendarme che cavalcava vicino alla mia carrozza si avventò sul finestrino e imperioso minacciò: “Non aprirlo!”. La corsa durò circa trenta minuti. Poi svoltammo a destra e, dopo aver proseguito un po’, ci fermammo; la carrozza si aprì e uscii. 

Guardandomi rapido attorno, vidi un’area familiare: ci avevano portati in piazza Semënovskaja. Era coperta di neve fresca e popolata da militari. Una folla stava in piedi su un bastione in lontananza e guardava verso di noi; c’era silenzio, era la mattina di una limpida giornata invernale, e il sole, appena sorto, brillava all’orizzonte come una grande sfera rossa attraverso la nebbia di nuvole che si addensavano. 

Non vedevo il sole da otto mesi e la meravigliosa vista dell’inverno e l’aria che mi circondava ebbero un effetto inebriante su di me. Provai un indescrivibile benessere e per qualche secondo dimenticai tutto. Il tocco di una mano estranea mi sottrasse a questo oblio contemplativo della natura; qualcuno mi prese senza tante cerimonie per il gomito, con l’intento di farmi avanzare e, indicando una direzione, mi disse: “Dài, vai!”. Mi spostai in avanti, accompagnato dal soldato seduto con me nella carrozza. Mi resi conto di trovarmi nella neve profonda, sprofondavo con tutto il piede; sentii che il freddo mi avvolgeva. Fummo arrestati il 22 aprile in abiti primaverili e così fummo portati in piazza il 22 dicembre. 

Avanzando nella neve, vidi alla mia sinistra, nel mezzo della piazza, un edificio e un’impalcatura, ricordo, di forma quadrata, lunga tre o quattro metri, con una scala, il tutto coperto di nero, a lutto; sul patibolo vidi immediatamente un mucchio di compagni affollarsi e tendersi le mani a vicenda e salutarsi dopo una separazione così repentina e infelice. Quando guardai i loro volti, mi venne un colpo: c’erano Petraševskij, L’vov, Filippov, Spešnëv e altri. I loro volti erano magri, patiti, pallidi, allungati, alcuni coperti da barba e capelli… 

Petraševskij, anche lui molto cambiato, era scuro in volto: aveva un mucchio di capelli, un tutt’uno con barba e baffi. “Sarà andata allo stesso modo per tutti” pensai. Tutte queste impressioni furono istantanee; alcune carrozze si stavano ancora avvicinando, e da lì i prigionieri della fortezza uscirono uno dopo l’altro. C’erano Plešceev, Chanykov, Kaškin, Europeus… tutti emaciati, sofferenti… Improvvisamente tutti i nostri saluti e le nostre conversazioni furono interrotti dalla voce roboante di un generale che ci veniva incontro a cavallo, che sembrava comandare tutti, impossibile dimenticarlo: 

“Non è il momento adatto per gli addii! Separateli!” gridò. Dopo questo grido, un funzionario apparve davanti a noi con un elenco in mano e, leggendo, iniziò a chiamarci per cognome. 

Il primo fu Petraševskij, seguito da Spešnëv, poi da Mombelli, e poi da tutti gli altri; eravamo ventitré in tutto (io ero in ottava fila). Dopodiché, un prete si avvicinò con una croce in mano e, in piedi di fronte a noi, disse: “Oggi ascolterete una giusta decisione riguardo al vostro caso; seguitemi!”. Ci condusse al patibolo, ma non direttamente, passando davanti alle truppe schierate sulla piazza. Un giro del genere, ho scoperto in seguito, ce l’avevano fatto fare per i militari, in particolare il reggimento di Mosca, poiché tra di noi c’erano ufficiali che avevano servito in quel reggimento: Mombelli, L’vov… Il prete, con una croce in mano, marciava davanti a tutti, noi lo seguivamo camminando uno dopo l’altro nella neve alta. Mi parve che ci fossero diversi reggimenti nella piazza, perché il nostro giro tra tutte e quattro le file fu piuttosto lungo… Camminavamo dicendoci: “Cosa ne sarà di noi? Perché ci fanno camminare nella neve? A cosa servono i pilastri dell’impalcatura? Ci fucilano? Andremo ai lavori forzati?”. 

Lentamente ci facemmo strada lungo il sentiero innevato fino al patibolo. Salendo, ci raggruppammo e di nuovo scambiammo qualche parola. I soldati che ci avevano accompagnato vennero con noi e si posizionarono alle nostre spalle. Quindi arrivarono un ufficiale e un funzionario con un elenco in mano. Ricominciarono le grida e le disposizioni e l’ordine fu ripristinato. Eravamo distribuiti in due file perpendicolari al bastione della città… 

Quando fummo disposti nell’ordine indicato, alle truppe venne ordinato il “presentat’arm!”, e questa azione, eseguita simultaneamente da diversi reggimenti, risuonò in tutta l’area con il suo rumore caratteristico. Poi ci fu ordinato “Giù i cappelli!”, ma non eravamo preparati per questo, e quasi nessuno eseguì il comando, quindi fu ripetuto più volte: “Giù i cappelli, verrà letta la sentenza”; e a quelli in ritardo fu ordinato di togliersi il cappello dai soldati alle loro spalle. Eravamo tutti infreddoliti. Dopodiché, il funzionario in uniforme iniziò a leggere la sentenza di colpevolezza di ognuno, in piedi di fronte a ciascuno di noi. Era impossibile cogliere ciò che veniva letto frettolosamente e indistintamente, e, inoltre, tremavamo tutti dal freddo… 

La lettura durò una mezz’ora buona, eravamo tutti terribilmente infreddoliti. Mi misi il cappello e mi avvolsi nel cappotto gelido, ma ben presto venni notato, e il cappello mi fu tolto per mano del soldato in piedi dietro di me. Dopo aver dichiarato la colpevolezza di ciascuno, la sentenza si concluse con le seguenti parole: “Il Tribunale, riunito in sessione straordinaria, ha condannato a morte per fucilazione tutti gli imputati e il 19 dicembre l’Imperatore ha scritto di suo pugno: ‘così sia’”. 

L’ufficiale lasciò il patibolo e ci consegnarono maglie, berretti e tuniche bianchi, e i soldati in piedi dietro di noi ci vestirono con i nostri abiti di morte. Quando eravamo già tutti con le tuniche, qualcuno disse: “Cosa sembriamo mai in queste vesti!”. 

Un sacerdote salì sul patibolo, lo stesso che ci aveva guidati, con il Vangelo e la croce, e dietro di lui venne portato e piazzato un leggio. Dopo essersi posizionato tra noi all’estremità opposta all’ingresso, ci rivolse le seguenti parole: “Fratelli! Prima della morte, bisogna pentirsi… Il Salvatore perdona i peccati… Vi esorto a confessare…”. 

Nessuno di noi rispose alla chiamata del sacerdote; rimanemmo in silenzio, il sacerdote ci guardò tutti e ci incitò ripetutamente a confessarci. Quindi uno di noi, Timkovskij, gli si avvicinò e, sussurrando qualcosa, baciò il Vangelo e tornò al suo posto. Il sacerdote, continuando a guardarci e vedendo che nessun altro rivelava il desiderio di confessarsi, si avvicinò a Petraševskij con una croce e lo ammonì, e Petraševskij rispose con poche parole. Ciò che venne detto tra loro non lo so: solo il sacerdote udì le parole di Petraševskij, oltre ai pochissimi che gli stavano accanto e tra questi, forse, solo il suo vicino Spešnëv. Il sacerdote non rispose, ma gli portò la croce alle labbra e Petraševskij la baciò. Dopodiché, camminò silenziosamente in giro con la croce tra tutti noi, e tutti la baciammo. Quindi il sacerdote, fatto questo, rimase in mezzo a noi come se stesse pensando a qualcosa. Si sentì allora la voce del generale, fermo a cavallo vicino al patibolo: “Padre! Hai finito, non hai altro da fare qui!”. 

Il sacerdote se ne andò, e alcuni soldati andarono da Petraševskij, Spešnëv e Mombelli, li presero per un braccio e li portarono al patibolo, li condussero verso dei pali grigi e cominciarono a legare ciascuno ad un palo con delle corde. Non si sentiva cosa stessero dicendo. I condannati non opposero resistenza. Legarono le mani dietro ai pali e unirono le corde con una catena. Dopo venne dato l’ordine di “calare il cappuccio sugli occhi”, e i cappucci vennero abbassati sul viso dei nostri compagni legati. Echeggiò il comando “Puntare!”, dopodiché un gruppo di soldati che stava sul patibolo, ce n’erano sedici, puntarono il fucile contro Petraševskij, Spešnëv e Mombelli… Fu un momento terribile. Vedere che si preparavano alla fucilazione, e vedere le canne dei fucili già puntate contro di loro, quasi a bruciapelo, e aspettare che scorresse il sangue e che morissero fu terribile… Il cuore si fermò nell’attesa, e quel momento spaventoso durò trenta secondi. Non pensavo al fatto che sarebbe toccato anche a me, tutta l’attenzione era assorbita dalla scena sanguinosa che stava per aver luogo. Il mio sdegno crebbe ulteriormente quando sentii il rullo di tamburi, il cui significato allora non capivo, non avendo ancora servito nell’esercito. “Ecco la fine di tutto!…” Poi vidi che i fucili puntati improvvisamente vennero alzati. Mi sentii subito sollevato, come se mi fossi tolto un peso dal cuore! Poi cominciarono a slegare Petraševskij, Spešnëv e Mombelli e li condussero nuovamente al loro posto. Arrivò una carrozza, da cui uscì un ufficiale, un aiutante di campo, e portò un foglio che fu subito consegnato per essere letto. In esso veniva annunciato il fatto che il Sovrano Imperatore ci faceva dono della vita, al posto della pena di morte, a ognuno, a seconda della colpa, una pena diversa… 

Al termine della lettura di quel foglio ci tolsero i lenzuoli funebri e i cappucci.» 

Subito dopo 

Dostoevskij, che non è citato nella testimonianza di Achšarumov, è però insieme a lui in piazza Semënovskaja, e condivide la sua sorte; la condanna a morte, per lui, è commutata in quattro anni di lavori forzati, dopodiché Dostoevskij avrà l’obbligo di servire nell’esercito col grado di soldato semplice, e senza possibilità di essere promosso. 

Subito dopo la mancata esecuzione, quello stesso 22 dicembre del 1849, Dostoevskij scrive al fratello Michail: 

«In questo momento mi hanno detto, caro fratello, che oggi o domani ci metteremo in marcia. Ho chiesto di vederti, ma mi hanno detto che non è possibile; posso solo scriverti questa lettera, e devi sbrigarti a darmi una risposta. Avevo paura che tu in qualche modo sapessi della nostra condanna. Dal finestrino della carrozza, mentre ci portavano in piazza Semënovskaja, ho visto un sacco di gente; può essere che la notizia fosse arrivata anche a te, e che tu soffrissi per me. Adesso va meglio. Fratello! Io non sono triste e non mi sono perso d’animo. La vita è vita ovunque, la vita è in noi stessi, e non fuori. Accanto a me ci saranno altre persone, e essere persona tra le persone e rimanerlo, tra loro, per sempre, in qualsiasi circostanza, non essere triste e non arrendersi: ecco cos’è la vita, ecco qual è il suo scopo. Ne sono consapevole. Questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue. Sì, è così. Quella testa che creava, viveva la vita superiore dell’arte, che era consapevole e abituata alle nobili necessità dell’anima, quella testa è già stata tagliata dalle mie spalle. Ma mi è rimasto il cuore, e la stessa carne e lo stesso sangue che può ancora amare, e soffrire, e desiderare, e ricordare, e questa è, comunque, vita!» 

Cosa dev’essere stato, in piazza Semënovskaja, il 22 dicembre del 1849, al freddo, senza cappello, con davanti la morte come unica prospettiva; e cosa dev’essere stato sapere, improvvisamente, che invece puoi vivere ancora. 

Dostoevskij, lo scrive al fratello, ha vissuto, quel giorno, nel proprio cuore, nella propria carne, nel proprio sangue, questo passaggio dalla vita di un letterato, un personaggio importante, che vive la dimensione superiore dell’arte, alla vita di un forzato, che non ha niente tranne il proprio cuore, la propria carne, il proprio sangue. 

La realtà 

Da qualche anno, d’estate, tra giugno e luglio, alla fine delle notti bianche, organizzo un viaggio in Russia. 

Porto degli appassionati di letteratura russa a vedere i posti dove la letteratura russa è nata e, sui posti, leggo o racconto i testi che la letteratura russa ha generato. 

A Pietroburgo, nello Stol’jarnyj pereulok (vicolo dei Falegnami), per esempio, leggo quello che ha scritto nel 1974 Iosif Brodskij in un saggio che si intitola Guida a una città che ha cambiato nome, il passo in cui Brodskij dice che negli anni Venti dell’Ottocento, a San Pietroburgo, la letteratura russa ha cominciato a correre dietro la realtà, e che, trent’anni dopo, l’ha raggiunta. 

E che allora, nel 1974, a Leningrado, era possibile che, passando davanti all’edificio in cui la terza sezione, cioè la polizia segreta, aveva interrogato Dostoevskij, era possibile che si trovassero dei turisti che ne parlavano, ma che era sicuro che, passando davanti all’edificio in cui Porfirij, l’investigatore di Delitto e castigo, aveva interrogato Raskol’nikov, ci fossero dei turisti che ne parlavano. 

Cioè l’invenzione di quell’uomo senza cappello e senza testa era diventata, secondo Brodskij, più reale della realtà. 

E, tra gli altri posti dove andiamo, andiamo, sempre, in piazza Semënovskaja (che oggi si chiama piazza Pionerskaja), e io non leggo la realtà, cioè il resoconto di Achšarumov, leggo l’invenzione, cioè il modo in cui, nell’Idiota, il principe Myškin parla di questa cosa che è successa, tanti anni prima, al suo autore, cioè a Dostoevskij. 

Il principe Myškin racconta di aver conosciuto un uomo che 

«era salito un giorno, insieme ad altri, sul patibolo, e gli era stata letta la condanna a morte, per fucilazione, per un delitto politico. Venti minuti dopo, era stata letta la sentenza di grazia, e la pena era stata commutata; però, nel tempo intercorso tra le due, venti minuti, o, perlomeno, un quarto d’ora, aveva vissuto con la convinzione che sarebbe morto di morte violenta nel giro di pochi minuti. Mi piaceva moltissimo ascoltarlo quando ricordava le impressioni di quei momenti, e più di una volta mi ero fatto ripetere il racconto dall’inizio, e gli facevo domande su domande. Si ricordava di tutto con straordinaria chiarezza, e diceva che non avrebbe mai dimenticato niente di quei minuti. A una ventina di passi dal patibolo, circondato da soldati e da gente del popolo, erano conficcati in terra tre pali, dal momento che erano diversi quelli che dovevano essere giustiziati. I tre primi erano stati portati fino ai pali, legati, vestiti con abiti mortuari (lunghi camici bianchi); gli avevano infilato, fin sugli occhi, dei berretti, bianchi anche quelli, perché non vedessero le canne dei fucili; poi, di fronte ad ogni palo, si era schierato un drappello di soldati. Il mio conoscente era l’ottavo della fila, perciò sarebbe andato al palo col terzo turno. Il prete aveva presentato la croce a ognuno dei condannati. Gli rimanevano quindi da vivere cinque minuti, non di più. E mi ha detto che quei cinque minuti gli erano sembrati un tempo infinito, un’immensa ricchezza; gli era sembrato di dover vivere, in quei cinque minuti, tante di quelle vite, che non valeva la pena, adesso, pensare al momento fatale, ma valeva la pena impegnare il tempo diversamente; aveva calcolato il tempo che gli serviva per dare l’ultimo addio ai suoi compagni e aveva destinato a ciò due minuti, altri due minuti li aveva destinati a meditare, per l’ultima volta, su sé stesso, e un minuto l’aveva destinato a guardarsi intorno per l’ultima volta. Si ricordava benissimo di avere diviso il tempo che gli restava da vivere proprio in quel modo. Moriva a ventisette anni, giovane e forte; dicendo addio ai compagni, ricordava di avere fatto a uno di loro una domanda che non c’entrava molto con quel momento e di essersi perfino molto interessato alla risposta. Poi, dopo avere detto addio ai compagni, erano arrivati i due minuti che aveva destinato a meditare su sé stesso; sapeva in anticipo quello a cui avrebbe pensato: voleva immaginarsi, nel modo più chiaro possibile, quel che sarebbe successo: in quel momento esisteva, viveva, e, tre minuti dopo, sarebbe stato un non so che, un qualche cosa, ma cosa? Dove? Tutto questo avrebbe voluto risolvere, in due minuti. Poco lontano da lì c’era una chiesa, e la cupola, col tetto dorato, brillava al sole. Si ricordava di aver fissato con ostinazione quel tetto e i raggi che vi scintillavano; non poteva staccare gli occhi da quei raggi, gli sembrava che fossero i raggi della sua nuova natura e che, tre minuti dopo, si sarebbe in qualche modo fuso con essi… L’incertezza e il disgusto che provava di fronte a quella cosa nuova che stava per cominciare, erano orribili; ma lui diceva che la cosa più pesante, in quel momento, era il pensiero continuo: “Se non dovessi morire! Se la vita potesse continuare, che eternità! E sarebbe tutto mio! Trasformerei ogni istante in un secolo, non perderei nulla, ogni istante sarebbe calcolato, non spenderei un attimo inutilmente!”. Diceva che questo pensiero alla fine aveva dato origine a una rabbia tale, che non vedeva l’ora di essere fucilato.» 

Poi il principe tace di colpo; tutti aspettano che continui e concluda in qualche modo. Ma lui non conclude in nessun modo, e allora glielo chiedono, se ha finito, e lui risponde di sì, che ha finito, e allora gli chiedono se quello lì, quel suo conoscente che era stato graziato, aveva poi vissuto così pienamente come si immaginava che avrebbe vissuto se l’avessero graziato, senza perdere neanche un minuto, e lui risponde: «No no, non ha vissuto così pienamente, ne ha persi tanti, di minuti», ma quell’attimo lì, quel momento in cui lui fa l’esperienza di essere il riflesso dorato di una cupola, quella è un’esperienza che io, tutti gli anni, con un gruppo di appassionati di letteratura russa vado a fare, a San Pietroburgo, in un viaggio che si chiama Gogol’ maps e che mi piace così tanto. 

Com’erano cattivi gli zar 

Quando parlavo dell’arresto di Dostoevskij, prima di scrivere questo libro, io dicevo, e credo di averlo scritto anche in questo libro, che Dostoevskij era stato condannato a morte per aver letto (in pubblico) la lettera di un critico; «Immaginatevi oggi» aggiungevo, «se io leggessi la lettera di un critico, a chi darei fastidio?» chiedevo (e credo di averlo chiesto anche in questo libro). 

Ed era una cosa che mi piaceva raccontare, soprattutto in questi ultimi anni in cui l’atteggiamento generale, in Italia, verso la storia russa, mi sembra sia quello di un paio di signori la cui conversazione ho sentito per caso una volta su un treno regionale Bologna-Parma nel settembre del 2006, se non ricordo male. 

Il treno era pienissimo, io ero in piedi in corridoio e alla mia destra, uno di fronte all’altro, erano seduti due signori che sembravano due impiegati, con la divisa degli impiegati, giacca blu, camicia bianca, cravatta scura, avrei scritto due funzionari, se fossimo stati in Russia nell’Ottocento, solo che eravamo in Emilia nel XXI secolo e allora ho scritto impiegati. 

E avevo sentito che uno dei due raccontava all’altro di essere stato a Mosca e che gli era piaciuta moltissimo, diceva, che c’erano delle cose bellissime «come per esempio la metropolitana», aveva detto, e, vista la faccia perplessa del suo collega, aveva aggiunto, in fretta «Ah ma, l’han fatta gli zar, eh!?». 

Io, li ho guardati, ho pensato “No, non l’han fatta gli zar. L’han fatta i sovietici”. Ma non ho detto niente e ho voltato la testa da una parte. 

Una conseguenza marginale del fatto di diventar vecchi è che, col tempo, ci si conosce un po’ meglio, e io, se dovessi descrivere con una parola il tratto più rappresentativo del mio carattere, sarei in dubbio tra due parole: pigro e bastiancontrario. 

Questo caso ha a che fare con la mia natura di bastiancontrario. 

A me piace così tanto, raccontare episodi che mettono in luce la cattiveria degli zar, perché son racconti che vanno contro la vulgata contemporanea che i sovietici eran dei barbari e gli zar invece eran tanto bravi, tanto educati, tanto gentili. 

E, al di là dei difetti del mio carattere, credo che sia comunque interessante, e stupefacente, la condanna di Dostoevskij. Il tenente ingegnere Fëdor Michajlovic Dostoevskij viene condannato, per «la mancata denuncia della diffusione di una lettera delittuosa, contraria alla chiesa e allo stato del letterato Belinskij, […] alla perdita del grado, di tutti i mezzi di sosten

tamento e alla pena di morte tramite fucilazione». Condanna insensatissima, credevo io.
E credevo anche, prima di scrivere questo libro, che la sov

versione di Dostoevskij si limitasse al campo delle idee, al libero pensiero, come si diceva allora, e che Dostoevskij non avesse intenzioni rivoluzionarie. 

Solo che poi ho trovato la testimonianza del poeta, e membro dell’Accademia delle Scienze, Apollon Nikolaevic Majkov, il quale racconta, come abbiamo già visto, che, prima dell’arresto, una sera è arrivato da lui Fëdor Michajlovic Dostoevskij, molto agitato, e ha detto di avere una cosa da dirgli: che voleva fare la rivoluzione. 

Uno scrittore qualsiasi 

Sembra, come abbiamo detto, che Dostoevskij, venuto a conoscenza di questa testimonianza di Majkov, abbia detto che era tutto vero, ma che mancavano molte cose. 

Quali fossero queste cose, e se Dostoevskij si possa considerare una vittima degli zar, che, se da un lato erano bravissimi a costruire le metropolitane, dall’altro avevano qualche problema con la libertà di pensiero, o se sia stato condannato giustamente, dati i tempi e la natura della sua rivolta, io non lo so e non credo di essere la persona adatta per deciderlo e per giudicarlo. 

Una cosa che però mi sembra certa è che, se Dostoevskij fosse morto lì, in piazza Semënovskaja, quel 22 dicembre del 1849, magari nell’altro mondo si sarebbe trasformato in una luce bellissima, ma qui da noi, da questa parte, sarebbe stato uno scrittore qualsiasi. 

Uno che aveva scritto un primo romanzo anche bello, che aveva fatto scalpore, che era stato portato alle stelle da Belinskij e che poi si era perso; che aveva scritto un secondo romanzo che non si capiva bene cosa volesse dire e poi tutta della roba così, tra il magico e il sentimentale, tutta roba che apparteneva alla vita superiore dell’arte, che rispondeva alle nobili necessità dell’anima, ma che a leggerla si faceva fatica (io, perlomeno, a Nabokov invece gli piaceva moltissimo Il sosia, per dire). 

Invece, guarda te cosa possono fare delle volte dieci anni di esilio con il grado di soldato semplice, i primi quattro dei quali di lavori forzati. 

Io, non ho mai fatto la prova e probabilmente non la farò mai, ma ho l’impressione che quell’esperienza abbia determinato come conseguenza il fatto che, da qui in avanti, i libri che Dostoevskij scrive non sono più (solo) testimonianze letterarie. 

C’è un passo in cui Viktor Šklovskij dice che in Anna Karenina ci sono cose forse più vere di quelle che si trovano nei dizionari e nelle enciclopedie. 

Credo che lo stesso discorso valga per i grandi romanzi di Dostoevskij: lì c’è una verità che è alla portata di tutti perché con quei romanzi Dostoevskij non ci ha svelato un mistero, non ha decifrato chissà quale enigma di chissà quale sfinge: Dostoevskij ha fatto quel che fanno gli artisti, ha reso visibile il visibile. 

Ha preso l’imballaggio che avvolge le nostre giornate, i nostri gesti quotidiani, e ha tolto le nostre giornate, i nostri gesti quotidiani, dall’imballaggio che li avvolgeva, e noi, adesso, li vediamo. Vediamo le nostre giornate. Vediamo i nostri gesti quotidiani. 

E, viceversa, se è vero che il modello del Tenente Colombo, il protagonista del celebre telefilm, è Porfirij Petrovic, l’investigatore di Delitto e castigo, tutte le volte che guardiamo una puntata del Tenente Colombo, anche se non lo sappiamo, leggiamo un po’ Dostoevskij, e la stessa cosa succede quando leggiamo Camus, o Gide, o Nietzsche, mi dicono (io non conosco, è troppo fondamentale), o quando guardiamo Nodo alla gola, di Alfred Hitchcock, o Crimini e misfatti di Woody Allen. 

E se non ci accontentiamo di questi riflessi, ma facciamo lo sforzo di metter la testa dentro uno dei grandi libri che Dostoevskij scrive dopo l’esilio, dentro quel libro vediamo i nostri dubbi, le nostre verità, le nostre paure, e sono così interessanti, le nostre paure, raccontate, nella seconda metà dell’Ottocento, da un signore senza testa, che io, che ho sempre diffidato degli anniversari, sono così contento che il 2021 è il bicentenario della nascita di Dostoevskij perché altrimenti credo non avrei rifatto lo sforzo terribile di guardarmi per come sono dentro i suoi libri. 

(c) 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano, I edizione aprile 2021

paolo nori (Parma, 1963), laureato in letteratura russa, ha pubblicato romanzi e saggi, tra i quali Bassotuba non c’è (1999), Si chiama Francesca, questo romanzo (2002), Noi la farem vendetta (2006), I malcontenti (2010), I russi sono matti (2019) e Che dispiacere (2020). Ha tradotto e curato opere di autori russi, tra cui Puškin, Gogol’, Turgenev, Tolstòj, Cechov, Dostoevskij. Il suo ultimo libro è “sanguina ancora”, edito da mondadori.

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