Viaggio al Konbini



Un reportage sulla quintessenza della società urbana giapponese, protagonista simbolico del fulminante romanzo di Sayaka Murata, “La ragazza del convenience store”.


In copertina un’immagine di un konbini in gif art

 

di Diego De Angelis

 

Delle prime ore a Tokyo ricordo bene il jet-lag che colpiva ogni fibra del corpo, le incredibili architetture della città che si facevano sbirciare dalle fermate della metro e, soprattutto, la visione del primo konbini store della mia vita.

Era sera e il 7-Eleven a pochi passi dalla fermata della metro di Higashi-Koganei brillava come un UFO. Quando le porte automatiche si sono aperte e ho fatto i miei primi passi al suo interno non ho potuto fare a meno di pensare all’incipit di un romanzo.

“Nei konbini in Giappone risuonano sempre mille rumori. Dal trillo all’ingresso che annuncia l’arrivo dei clienti alla voce cantilenante di una star della TV che pubblicizza nuovi prodotti e si diffonde nel negozio attraverso gli altoparlanti. Dal saluto dei commessi che accolgono i clienti gridando a perdifiato ai bip dello scanner alla cassa. Il tonfo dei prodotti sul fondo del cestino della spesa. Il fruscio dell’ involucro di cellophane di dolcetti e focaccine. Il ticchettio dei tacchi sul pavimento. Una miriade di suoni che si fondono tra loro e si insinuano dentro di me senza sosta: è la “musica del konbini”.”

Sayaka Murata, poetessa e premio Akutagawa (una delle massime onorificenze letterarie giapponesi) ha scritto Konbini ningen, da noi tradotto come La ragazza del convenience store (edizioni e/o).

Parla di Keiko, una trentenne che lavora part time come commessa in un convenience store. Il romanzo racconta del disagio di Keiko, incapace di comprendere i doveri degli adulti, emotivamente poco sveglia e che imita i comportamenti di chi gli sta vicino, per lo più dei colleghi del konbini, affinché possa sentirsi normale – ma soprattutto apparire tale – davanti alla propria famiglia. 

L’incipit del romanzo è una breve ma esaustiva introduzione al konbini. Il trillo che accompagna l’apertura delle porte dello store dopo qualche giorno del mio viaggio era già una costante della mia quotidianità. 

Quella sera abbiamo acquistato dei bento (un pasto da asporto, servito come se fosse una schiscetta) e un paio di bibite gassate che abbiamo consumato a casa. Il konbini si era impadronito del mio sguardo a ogni angolo, sotto gli occhi avevo il risultato di una funzione matematica in cui ordine, colori e combinazione sono i fattori di una logistica maniacale.

Il termine konbini deriva dal modo in cui si scrive convenience store (konbiniensu sutoa in alfabeto latino), l’equivalente di mini-market. Pare che negli anni ‘90, un giornalista di nome Izumi Asato tenesse, assieme a un collega, una rubrica di vita notturna che si intitolava Konbiniensu monogatari (Il racconto del convenience). È su quella rubrica che la parola è stata contratta a konbini, forse tra le prime volte, ma non si può dire con precisione quando i giapponesi cominciarono a utilizzare quel termine nella quotidianità.

I konbini si sono diffusi con un’impennata dalla metà degli anni ‘80 in poi. Erano poco più di mille negli anni ‘70 e nel 1994 una ricerca ne contava circa 45 mila, con un aumento di 10 mila nel decennio successivo. È negli anni ‘90 che si trasformano in quello che conosciamo oggi, outlet aperti 24 ore su 24, tecnologici, fatti di estetiche scintillanti (a partire dalle divise dei dipendenti). I quattro brand principali sono Family Mart, 7 Eleven, Ministop – molto presente anche in Corea – e Lawson.

I konbini oggi sono un servizio fondamentale nella vita di un giapponese. Uno dei capitoli del saggio Consuming Life in Post-Bubble Japan, Konbini Nation, racconta testimonianze di giapponesi appartenenti alla generazione X che all’estero – se devono lamentarsi di qualcosa – lo fanno dell’assenza del convenience store (disagio condiviso da figure note, come l’ex calciatore Hidetoshi Nakata).

I konbini si diffondono dalle immense metropoli del Giappone fin verso le aree più remote e quando succede fa notizia: come nell’isola di Tokunoshima (qui!), diventando subito luoghi fondamentali per il rifornimento di cibo già pronto per i cittadini.

Molti annunci di case in affitto a Tokyo segnalano la vicinanza a un konbini, fattore considerato essenziale da molti studenti universitari (un po’ come, negli equivalenti annunci italiani, si dice che l’abitazione sia vicina a servizi primari come il supermercato).

Giovani liceali o pendolari si mischiano e condividono lo stesso tavolo utilizzato per riscaldare il ramen appena acquistato e siedono fianco a fianco per caricare lo smartphone. Nel mentre dei signori di settanta o più anni si fermano per ritirare soldi dall’ATM o per acquistare dei beni primari. La mattina puoi prendere un bicchiere in plastica pieno di ghiaccio, pagare circa 200 yen (un euro e trenta centesimi) in cassa e poi riempirlo di caffè al distributore automatico.

Durante il mio soggiorno in Giappone entravo nel konbini per il motivo principale per il quale esistono: il cibo. A qualsiasi ora della giornata è possibile scegliere tra sandwich, insalate e prodotti tipici della cucina di tutti i giorni, come gli onigiri o i panini infarciti di cotolette, patate e frutta (già, c’è il panino con l’arancia).

Ma – come succede anche qui da noi – si finisce per rimanere attratti da altro. Sono per lo più gadget come portachiavi, pacchetti di carte da gioco, magazine e manga. Questi ultimi non mancano mai, sia in versione tankobon che nelle famose raccolte come il Weekly Shonen Jump (ovunque viene venduto One Piece, sempre presente come la Bibbia sui comodini degli hotel statunitensi).

Il konbini come elemento polarizzante è anche la conseguenza di un periodo di indebolimento delle piccole attività commerciali urbane, a causa dell’invecchiamento dei proprietari e quindi dello sfibrarsi delle associazioni di commercianti e, infine, della deregolamentazione di alcuni beni e servizi.

Da qualche anno i licei hanno condiviso percorsi di apprendistato con i konbini. Come raccontato dalla protagonista del romanzo di Sayaka Murata il konbini è un luogo di formazione su due elementi fondamentali della nazione: l’educazione ultra-formale e il perseguimento di un ordine. I due elementi si manifestano nei comportamenti e parole di Keiko, (“Risistemare la merce sugli scaffali e rivolgersi ai clienti in modo appropriato sono la base di questo lavoro”), che venera il negozio incarnando, in estremo, la visione shintoista del mondo, per il quale ogni cosa è sacra.

“In un batter d’occhio le mani dei clienti si immersero nel mare di snack e cibi confezionati, sistemati in modo così ineccepibile negli scaffali da sembrare artificiali. A poco a poco quelle mani ruppero l’ordine e infusero la vita in quel negozio dall’atmosfera al principio irreale.”

Ho provato ad entrare, uscire e rientrare nel konbini l’istante dopo ricevendo – con stesso tono e cadenza – l’”Irasshaimase” di benvenuto.

“Dopo aver ripetuto in coro le nostre formule sacre e aver controllato per l’ennesima volta di essere in ordine usciamo una a una dall’ufficio lanciando un ultimo Irasshaimase! a mo’ di urlo di battaglia.

«Irasshaimase! Buongiorno!» grido con tutto il fiato che ho in gola, in coda al terzetto.

Adoro questo momento. L’istante in cui il primo ingranaggio del mattino si mette in moto dentro di me.”

Tokyo offre una quantità enorme di locali e chioschi che fanno street food, ma spesso l’idea di mangiare qualcosa cade sul konbini più vicino. Dopotutto sono luoghi che ricevono dai fornitori nuovi pasti caldi più volte al giorno. Personalmente posso dire di soffrire d’astinenza di onigiri e del loro gioco di sapori (che fossero di carne, pesce o vegani), anche se non posso garantire sulla salubrità di una dieta che tira avanti a cibo del konbini, in cui sono assenti frutta e verdura fresche.

Molti giovani ci fanno un salto anche prima e nelle sere dei weekend per acquistare bevande alcoliche e, ovviamente, il Konbini ne offre svariate. Per lo più birre e highball (whisky e soda) e le chuhai, che sono distillati aromatizzati (al limone, mela e così via.).

Konbini Nation prende in prestito il termine “terzo spazio” dal sociologo Ray Oldenburg, definito come luogo di mezzo tra il primo (la casa) e il lavoro (il secondo). Il terzo spazio è luogo neutrale ma attraente, nel quale è possibile interagire, creare relazioni extra familiari e lavorative. 

Le frequentazioni dei konbini mi hanno ricordato i safe spaces videoludici e della cultura digitale post 2000 (rimando a questo approfondimento che avevo scritto tempo fa) per i quali penso ci siano alcuni interessanti punti in comune. L’atmosfera di forte sicurezza e rilassatezza, la suggestione data dalla possibilità di prendersi una pausa – anche nelle profondità della sera -, si aggiungono a una ripetizione.

I konbini, anche di brand diversi, si somigliano un po’ tutti, definiscono un immaginario comune. Il jingle d’ingresso si inscrive nella memoria, e come tanti altri suoni di Tokyo, diventa una sorta di ricordo condiviso più o meno conscio della città stessa. Un esempio? Esistono le compilation Youtube, come “1 Hour of Convenience Store Sounds”. Anche se personalmente quello del Konbini non è il ricordo uditivo di Tokyo più memorabile: ma i lunghi concerti ambientali della metropolitana, per cui consiglio caldamente questa esperienza sensoriale.

Il konbini, in coerenza alla sua atmosfera di safe space, garantisce cibo a chi non vuole cucinare (chi non ne ha voglia, ma soprattutto chi non ha tempo), a chi vive in contesti in cui è difficile farlo o chi semplicemente quella sera ha il frigo vuoto. 

Il professor Miura Atsushi parla di “konbini civilization”, in un momento della storia del Giappone in cui i giovani hanno sostituito la figura della madre e della famiglia con quella del konbini.

C’è un elemento di depersonalizzazione in questi luoghi. Soprattutto se visti con lo sguardo di chi è cresciuto con un idea di pranzo e cena diverso.

L’efficienza dei konbini la si associa facilmente a quella delle metro pulite e sicure, alla precisione oraria quasi irreale dei treni che collegano l’isola da nord a sud. La logistica delle merci e dei servizi ha uno scopo ben preciso: mettere nelle migliori condizioni ambientali il lavoratore, perché un servizio perfetto garantisce efficienza.

Da questo punto di vista c’è uno spiraglio dal quale, forse, è possibile osservare l’altro lato della medaglia, quello della conseguente solitudine che vivono molti cittadini delle città. In un certo senso la depersonalizzazione di Keiko ne La ragazza del convenience store, sembra parlare anche di questo.

L’idea del konbini come quintessenza del Giappone contemporaneo mi rimarrà impressa nella memoria. Non ci vuole chissà quale sforzo per farsi venire un’idea del genere, anche per un semplice turista come lo ero io.

Negli anni ’90 Takahashi Gen’ichiro (autore di Sayonara, Gangsters) scrisse in un piccolo saggio dove sosteneva che i konbini erano la chiesa di una religione, il “konbiniensu”, cioè la religione del giappone moderno.

Il konbini è un elemento ricorrente nella cultura popolare: gli sono state dedicate canzoni, è il luogo in cui lavorano i protagonisti di alcuni film d’autore, come 100 Yen Love e appare come servizio essenziale (per acquistare cibo per la propria salute!) della serie videoludica di Yakuza. 

Nelle ultime ore prima della ripartenza ho deciso di ripassare nello stesso konbini della prima sera, a voler chiudere un cerchio magico dei luoghi visitati (ho comprato roba da cancelleria, per dovere di cronaca).

All’inizio de La ragazza del convenience store la protagonista fa quasi simpatia, ma col passare delle pagine nel lettore si manifesta una sorta di inquietudine. Il konbini sembra essere l’unico posto in grado di trattenere Keiko dal farsi esplodere. Il romanzo di Murata in Italia penso sia un malinteso letterario: nelle librerie lo si trova venduto al fianco di opere di connazionali, rassicuranti e dai toni molto diversi, ma l’autrice nasconde una profonda vena anarchica nei confronti dell’ordine del mondo.

Vedere e studiare il konbini aiuta a decodificare il romanzo di Murata, che è a tutti gli effetti la rappresentazione di una sorta di stasi emotiva e sensoriale di Tokyo – in bilico tra il kawaii che riveste la società si presenta ai nostri occhi e il nichilismo dell’ingordigia di informazioni, colori e inarrestabile consumismo che emana da sotto la sua pelle.

“Devo ricominciare a prendermi cura del mio corpo, per il bene del konbini. Devo rimettermi in forma, così da poter rifornire gli scaffali delle bibite, lavare il pavimento e occuparmi di tutto il resto. Devo essere sana e perfetta per il mio konbini, sempre pronta ad ascoltare la sua voce e ad accogliere le sue richieste. […]

Contemplo la mia sagoma riflessa nella vetrina del negozio dal quale sono appena uscita. Quelle braccia e quelle gambe sono concepite solo e unicamente per il mondo del konbini: nell’attimo stesso in cui me ne rendo conto la mia vita acquisisce per la prima volta un senso compiuto.

Irasshaimase! Irasshaimase!

 

Ripenso al momento in cui ho visto mio nipote in ospedale attraverso l’ampia vetrata del nido, poco dopo la nascita. Dall’altra parte del vetro sento provenire una voce limpida e vivace molto simile alla mia. Le mie cellule vibrano all’unisono in ogni angolo del corpo, le sento agitarsi sottopelle, risvegliate dalla musica soave del konbini.”


Diego De Angelis fa il programmatore informatico e da anni scrive sul web. E’ nella redazione di Singola e ha collaborato con Vice, Esquire e UltimoUomo, occupandosi di cultura e arti.

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