Il virus ostacola la lotta al cambiamento climatico?



La pandemia e il cambiamento climatico sono eventi strettamente correlati: ci hanno dimostrato che la salute non può essere garantita entro compartimenti stagni. In un mondo interconnesso come il nostro non esistono “serre” o ambienti veramente sterili. 


In copertina e nel testo un’opera di ROBERTO BARNI, “STREET”, all’asta oggi alla casa d’aste pananti

di Edoardo Lucatti

 

“Star seduti il meno possibile,
non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento,
che non sono una festa anche per i muscoli.”

(Friedrich Nietzsche, Ecce homo)

 

0.

Se siete fra quelli che in un modo o nell’altro stavano partecipando alla transizione verso modelli di sviluppo sempre più sostenibili, avrete notato come gli ultimi mesi abbiano rimescolato molte delle carte che erano disposte sul vostro tavolo. Fra Usa e Brasile ancora in ginocchio, l’esplosione del virus in India (fino a 17 mila contagi in un solo giorno), i cluster di Pechino, l’incognita dell’Africa e i nuovi focolai spuntati in quell’Europa che sperava, ormai, di esserne quasi fuori, la pandemia ha riconfigurato le agende di tutti gli attori, pubblici e privati, letteralmente “scalate” da una serie di preoccupazioni – sanitarie, economiche e sociali – la cui drammatica portata pone più di un problema. Com’è possibile, ad esempio, far coesistere e interagire questi nuovi e totalizzanti patemi con l’attenzione richiesta dal contrasto al climate change, evitando soprattutto che quest’ultima ne risulti in qualche modo sacrificata? 

Nel provare a rispondere, dobbiamo riconoscere che il tutto appare complicato dalla narrazione prevalente dei media più generalisti: nel tentativo di garantire piena copertura a storie di sofferenza umana e sociale, infatti, essi hanno esaurito tutto lo spazio a loro disposizione, sospendendo quasi tutte le questioni che esulano da una sorta di diario medicale o postmedicale del quotidiano.

 

1.

Sul tema di questo stravolgimento dell’agenda pubblica, per McKinsey sono intervenuti Pinner, Rogers e Samandari, evidenziando come in realtà il climate change continui ad essere LA questione centrale del nostro prossimo futuro. Non solo: secondo i tre autori, proprio per fare fronte alle attuali criticità legate alla recessione, sarebbe fondamentale sfruttare i bassi tassi di interesse per rilanciare gli investimenti in infrastrutture climate–resilient, puntando con decisione verso un futuro a bassa intensità di carbonio, che porti occupazione nel breve termine e tuteli, nel medio e nel lungo periodo, ambiente ed economia. Così anche l’Economist, dove leggiamo la proposta di una tassa sul carbone che, nel favorire la transizione attesa, sarebbe altresì giustificata dal ribasso dei prezzi dei combustibili fossili, generando proventi che potrebbero contribuire a risanare le finanze pubbliche provate dalla pandemia.

Tutte vere e tutte corrette, queste considerazioni tendono però a mancare, per così dire, il punto decisivo, fermandosi a un millimetro dalla sua soglia. Voglio dire: perché accontentarci di dire che la pandemia non può essere una scusa per rallentare sulla transizione? Perché limitarci a considerare che opportuni accorgimenti (per esempio fiscali) potrebbero ovviare all’attuale crollo dei combustibili fossili e permettere così a tale transizione, nonostante tutto, di generare la ricchezza sperata? A ben vedere, infatti, queste tesi hanno ancora un sapore troppo concessivo, vincolandosi cioè a uno schema del tipo “nonostante X (la pandemia), a determinate condizioni Y (la transizione) può ancora cavarsela”. Il problema è che schemi simili funzionano solo se Y – la transizione – è per tutti un obiettivo in sé stesso, da raggiungere appunto nonostante tutto, mentre lo stravolgimento dell’agenda pubblica sembra dirci che la transizione, ammesso e non concesso che prima fosse al centro di qualunque pensiero, potrebbe aver perso – Greta in primis – questo proscenio. Di più: il fatto che gli investimenti per la transizione siano in grado di limitare o arginare la recessione ha un valore tutto sommato relativo, perché per un identico obiettivo di breve termine (rilanciare, ad esempio, l’occupazione) il basso costo dei combustibili fossili – pur contrastato dalle azioni di Opec e Russia sui tagli alla produzione del greggio – potrebbe indicare strade molto diverse, strade che in quella particolare e ristretta prospettiva non sarebbero meno lecite o meno opportune delle loro alternative green.

 

2.

Ma qual è, allora, il principale tarlo dei nostri giorni? Più ancora di ieri, a ben pensarci, esso sembra essere quello di restare o, nei casi peggiori, di mettersi al sicuro, nel segno di una domanda di safety che è insieme materiale e immateriale e che, come tale, sfugge alla più classica piramide di Maslow. Essa si presenta a più strati (sanitario, economico, sociale, ambientale), ma va presa in carico in maniera integrata. Senza disperdere le più significative esperienze imprenditoriali e istituzionali che negli ultimi anni hanno animato la green economy, bisogna dunque trovare di che renderle pertinenti per la necessità profonda che questa domanda di safety – sempre – esprime. Per farlo, però, bisogna anche rimanere in movimento, “star seduti il meno possibile” – direbbe forse Nietzsche, evitando così di rimanere prigionieri dello strato che tale domanda, sulla base di quel che accade, lascia di volta in volta affiorare alla sua superficie, illudendoci di esaurirsi in esso.

Ma allora, invece di lamentarci di un’agenda improvvisamente poco attenta al climate change, si tratta di ribaltare la questione in maniera radicale, facendo sì che la transizione a cui stiamo lavorando venga pensata, promossa e veicolata non già come un obiettivo (essa in fondo non lo è mai stata) quanto piuttosto come uno strumento volto a raggiungere l’equilibrio del sistema bio–socio–economico nel quale ci troviamo. E questo per un motivo molto semplice: senza questo equilibrio, infatti, rimanere o metterci al sicuro sarà impresa assai più impossibile che ardua. Ecco allora la sfida: precisare in maniera forte il link fra la transizione verso modelli di sviluppo sostenibili e la questione della safety, che non si riduce alla safety più propriamente sanitaria ma certamente la include e la sovradetermina. Se insomma la preoccupazione è sanitaria, e se lo stesso tracollo economico è figlio diretto di un problema sanitario, perché non dire anzitutto – e a chiare lettere – che la safety, anche nel suo strato sanitario ora così in superficie, è tanto più salvaguardata quanto più il mondo viene tenuto in equilibrio?

 

3.

La domanda non è affatto retorica.

Questo nesso, perlomeno nei termini di una cultura come quella che caratterizza le società industrializzate e tecnologiche in cui viviamo, è quasi indicibile. Nella misura in cui ci troviamo esposti a un qualche rischio, infatti, noi “saggi” occidentali tendiamo, quasi per riflesso condizionato, a rispondere secondo le leggi di quella che il filosofo francese Frédéric Neyrat, nel 2008, ha chiamato “biopolitique des catastrophes”, cioè gestendo tale rischio senza affrontarne mai le cause economiche, politiche, sociali e antropologiche. Un po’, se vogliamo, come se – oltre la necessaria e sacrosanta medicazione delle piaghe più esposte, infette e purulente – non vi fosse nient’altro e come, dunque, se tali piaghe insorgessero dal nulla, per una sorta di nefasto sortilegio del caso, Saturno contro o sfiga che sia.

È quello che emerge, in effetti, dal comportamento di alcuni governi, di larghe fasce delle popolazioni mondiali e, cosa ancora più grave, di una certa parte del mondo intellettuale, puntualmente sedotto dalla possibilità – soprattutto editoriale – di intitolarsi l’avvento di fantomatiche nuove epoche. La catastrofe, immediatamente, tende cioè ad apparirci come l’interruzione disastrosa di un corso dell’esistenza che nel volgere di pochissimo viene rimpianto e ricordato come normale o addirittura felice.

Ma di quale normalità e di quale felicità è lecito, veramente, sentire la mancanza? Il fatto che tra il 2011 e il 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità avesse già registrato circa 1500 eventi epidemici nel mondo, ad esempio, dovrebbe essere sufficiente a farci capire, ancora con Neyrat, che una catastrofe nasce sempre da una combinazione di cause, avendo dunque una propria storia. E da questa storia – nel caso in esame – non possiamo certo stralciare d’ufficio gli effetti di quattro decadi di politiche neoliberiste che hanno spesso indebolito i servizi sanitari pubblici, esponendoci a conseguenze purtroppo note ma anche, quasi ovunque, aggredendo ed erodendo gli ecosistemi.

Dire questo, evidentemente, significa riconoscere e affermare un importante nesso causale fra l’insorgenza di fenomeni come l’attuale crisi sanitaria e la compromissione dei più fondamentali equilibri ambientali, che non a caso si è particolarmente aggravata nello stesso periodo cui fa riferimento l’intensificarsi degli eventi epidemici censiti dall’OMS.

 

4.

Prendiamo la questione del consumo di suolo. È risaputo, ad esempio, come essa riguardi anche l’industrializzazione intensiva degli allevamenti, che in alcune parti del Pianeta – oltre a concentrare troppi animali in troppo poco spazio – ha determinato lo sconfinamento dell’uomo in aree dove il contatto con i classici vettori del virus è più probabile. Già nel 2004, OMS, Organizzazione mondiale della salute animale (Oie) e Fao segnalavano l’incremento della domanda di proteina animale e l’intensificazione della sua produzione industriale come principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani.

Preservare e rigenerare il suolo vergine, compito assolutamente integrato alla transizione verso modelli di sviluppo più sostenibile, finisce allora per rientrare a pieno titolo fra quelle misure di prevenzione che, nel contribuire a target specificamente ambientali, hanno anche una fondamentale funzione sanitaria, rispondendo così a più strati di quella domanda profonda di safety che abbiamo postulato più sopra.

Non solo: come evidenziato da Katy Baughman McLeod, la tutela del suolo vergine e la cura, non meno importante, di quello già antropizzato – contenendo l’innalzamento delle temperature e proteggendo la qualità dell’aria – contrastano anche fattori che altrimenti favorirebbero una diffusione sempre più veloce di malattie infettive come quelle trasmesse, per intenderci, dalle zanzare. Da questo punto di vista, l’insieme delle azioni che possono contribuire a metterci al sicuro, anche – di nuovo – in termini prettamente sanitari, si amplia ben al di là dell’orizzonte medicale cui veniamo costretti da una certa narrazione e finisce per articolarsi in una maniera molto interessante, che riguarda da vicino il nostro modo di vivere e progettare le città in cui viviamo. McLeod cita, ad esempio, progetti di heat–reduction basati sull’imbiancatura di strade e tetti, che in questo modo generano una minor quantità di calore, ma anche il più noto caso dei rooftop gardens che d’estate assorbono calore e d’inverno, incrementando l’isolamento degli edifici, abbattono consumi energetici che a loro volta, attraverso la CO2 emessa, contribuirebbero sul medio periodo all’aumento complessivo delle temperature. Il tutto senza dimenticare la protezione e la preservazione delle aree naturali, che possono offrire protezione da varie tipologie di calamità in misura uguale e talora maggiore a quanto assicurato da interventi di natura infrastrutturale.

Ma allora, quando pensiamo al suolo su cui si trovano i nostri asset, non dovremmo mai perdere di vista quell’asset che il suolo già è e che, non a caso, sta diventando oggetto sempre più strategico delle politiche assicurative. Mi riferisco non solo e non tanto a risarcimenti economici che non pareggeranno mai, in prospettiva, gli effetti di un determinato danno ambientale, ma anche e soprattutto, come riporta la stessa McLeod, a più lungimiranti impostazioni preventive, che mitighino i premi assicurativi sulla base dell’impegno con cui il cliente si applica per preservare le risorse naturali del proprio intorno.

Il discorso potrebbe estendersi ad altri esempi, relativi non soltanto al suolo in quanto tale ma anche alla qualità dell’aria. Si è visto, infatti, che proprio il coronavirus sembra utilizzare il particolato come proprio vettore di propagazione, affacciandoci così su un’ulteriore miriade di interventi, dalla mobilità elettrica all’efficientamento energetico di condomìni e imprese, misure che non sospettavamo potessero avere tante e tali implicazioni anche dal punto di vista sanitario.

ZORAN MUSIC (GORIZIA, 1909 – 2005) “COLLINE DALMATE” all’asta oggi alla Casa d’Aste Pananti

5.

Forse gli esempi potrebbero proseguire, ma è più interessante passare alla lezione in essi contenuta, lezione che – di nuovo – non sembra del tutto acquisita dai tanti che in queste settimane si sono cimentati nel mettere in relazione la crisi climatica e quella sanitaria. Molti, in particolare, hanno cercato di assumere la crisi sanitaria in corso come una sorta di exemplum nel quale trovare, sub specie sanitaria, molti aspetti con cui dovremo poi venire a patti, in misura probabilmente maggiore, quando anche il climate change presenterà, davvero, il proprio conto. In buona parte, queste interessanti ricognizioni hanno la curiosa caratteristica di essere estremamente utili e precise nel cogliere le analogie fra le due crisi e, al contempo, di non raggiungere ciò che tali analogie, per il fatto stesso di manifestarsi in questo modo, significano.

Vediamone solo alcune.

È stato osservato, ad esempio, che entrambe le crisi, a differenza degli shock di natura prevalentemente finanziaria che abbiamo fronteggiato sino a oggi, costituirebbero shock di natura fisica, cosa che ci permetterebbe di capire quel che anche il climate change potrebbe comportare in termini di simultanea depressione della domanda e dell’offerta, ma anche di interruzione delle catene di fornitura.

Entrambe le crisi, inoltre, avrebbero natura sistemica, con effetti che si propagano rapidamente attraverso un mondo interconnesso.

Esse sarebbero poi ugualmente non stazionarie, cioè difficili da prevedere nella distribuzione dei loro eventi calamitosi.

Seguirebbero inoltre andamenti analoghi nella loro non linearità, con impatti socioeconomici che crescono in maniera sproporzionata e addirittura catastrofica una volta superate determinate soglie.

Moltiplicherebbero il rischio, in aggiunta, nello stesso modo, evidenziando ed esacerbando vulnerabilità finora non testate di sistemi finanziari e sanitari, nonché dell’economia reale.

Le due crisi condividerebbero infine una certa natura regressiva, colpendo in maniera più grave popolazioni mondiali e ceti sociali che già stanno peggio.

Ma la somiglianza forse più significativa fra tutte quelle così correttamente evidenziate è che nessuna delle due crisi, né quella climatica né quella sanitaria, può essere considerata un “cigno nero”, dato che nel corso degli anni tanti esperti ci hanno messo in guardia contro una e contro l’altra, dicendoci che i nostri modelli di sviluppo, i nostri stili di consumo e i nostri modi di vita ci stavano e ci stanno portando verso di esse.

Ma se questo è vero, e se consideriamo anche il rapporto fra l’innalzamento delle temperature e la diffusione di malattie infettive nonché gli allarmi delle varie organizzazioni internazionali sugli effetti del consumo e dell’abuso di suolo, cos’altro occorre – mi chiedo – per renderci conto che la crisi sanitaria in corso non assomiglia affatto a quella climatica?

Essa “è” quella climatica.

Quello che stiamo vivendo in questi mesi, in altre parole, non ha carattere di “esempio”, come se stessimo attraversando una parentesi a sé stante articolata in una serie di istruttive e casuali somiglianze. Si tratta, semmai, di una vera e propria “ouverture”: è l’omologo, non l’analogo. È, per meglio dire, ciò che il climate change sta già producendo come suo effetto, come suo sintomo.

Non inganni il fatto che non vi corrisponda in tutto e per tutto e che, quindi, gli osservatori di cui sopra rilevino giustamente non solo le somiglianze ma anche le differenze. Tutto ciò conferma e non smentisce la nostra ipotesi: nessun sintomo, infatti, corrisponde in tutto e per tutto alla malattia che manifesta, appartenendole nondimeno da cima a fondo. Lo si vede bene, ad esempio, da una di queste differenze, tale per cui la crisi sanitaria presenterebbe pericoli caratterizzati in termini di imminenza, puntualità e diretta riconoscibilità – vale a dire ciò che è proprio di ogni sintomo – mentre quella climatica rinvierebbe a pericoli più graduali e cumulativi, che si manifestano invece in gradi diversi e nel corso di un tempo più lungo, qual è per l’appunto il tempo – spesso “dormiente” – della malattia.

Sia chiaro: in gioco c’è non già una pura questione definitoria, bensì l’occasione di far passare un messaggio che si adatti agli stravolgimenti intervenuti nell’agenda pubblica, sopravvivendo ad essi perché forte di una loro interpretazione profonda e, alla luce di questa, capace di presentare la transizione verso modelli di sviluppo sostenibili come ciò che più di tutto concorre alla priorità numero uno: mettersi e restare al sicuro.

 

6.

Fin da subito, dunque, bene ha fatto la Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, la quale – nel dire “the goal is one: to defeat this virus” – avrà certamente considerato lo spessore di significato che un tale proposito, venendo dalla madrina del Green Deal, può acquistare. Il piano “Next Generation Eu”, presentato il 27 maggio, dà – credo – ampie e ulteriori rassicurazioni in questo senso, non soltanto nelle cifre (750 miliardi di euro, che contribuiscono ai 2.400 miliardi complessivamente messi in campo dall’Unione per la ripresa), ma anche nelle parole guida, orientate al futuro, e nei contenuti, assolutamente coerenti con gli obiettivi di sostenibilità già traguardati dalla Commissione al 2050, a partire dal rafforzato Just transition mechanism per una transizione verde ed equa. Anche Goldman Sachs e Bank of America – pur rilevando come il Recovery Fund corrisponda a una percentuale tutto sommato contenuta del Pil europeo (5,3%) – hanno evidenziato un dato storico significativo, e cioè “il principio dell’emissione congiunta su larga scala, un tabù fino a poche settimane addietro”. Tutto dipenderà, ovviamente, anche da Consiglio Europeo e Parlamento di Bruxelles, ma con l’apertura franco-tedesca sui trasferimenti diretti (in luogo dei soli prestiti) sembra che ci siano i margini per superare le resistenze dei cosiddetti Paesi “frugali”. Sarà però fondamentale, come ha evidenziato il Commissario europeo per l’economia Paolo Gentiloni, che almeno il 60% delle sovvenzioni sia impegnato legalmente entro la fine del 2022, prima cioè che gli effetti della recessione si avvitino al punto da inibire qualunque ripartenza (verde o meno che sia). L’Italia, cui sono destinati oltre 170 miliardi di euro di cui più di 80 a fondo perduto, è di gran lunga il maggior beneficiario, ma è bene che questo dato non induca alcun rilassamento: i vari Paesi, infatti, sono chiamati a presentare Piani nazionali di ripresa che dovranno convergere non soltanto con gli obiettivi del Semestre europeo ma soprattutto con i Piani energia e clima e con gli altri programmi Ue, sfruttando anche gli effetti positivi che il sostanziale raddoppio del cosiddetto Pepp da parte della BCE dovrebbe avere sulla messa in sicurezza dei conti pubblici. Bruxelles, cui non sembrano piacere le proposte italiane sulla riduzione delle aliquote Iva che il nostro Paese vorrebbe inserire nel piano da presentare all’Unione entro il 15 ottobre, vuole insomma garanzie precise circa il fatto che gli investimenti pianificati dagli Stati membri vadano nella direzione di una ripresa che renda le economie dei singoli Paesi più resilienti e preparate al futuro, attrezzate – cioè – per garantire all’intera e interconnessa eurozona una safety complessiva di lungo termine.

 

7.

Nei centri di potere, nei grandi pensatoi e in fondo anche fra gli investitori la partita può essere vinta. Il problema è che essa deve giocarsi anche fra la gente, dove simili messaggi – per sortire i loro effetti – sono chiamati ad attecchire e, così facendo, a orientare un’opinione pubblica cui gli stessi decisori non possono, in ultima istanza, voltare le spalle. In questo caso, l’operazione più complicata consiste nell’accreditare, a fianco di una consolidata logica della profilassi puntuale (“mi tutelo, qui e ora, da questo o quel contatto”, in modo conforme – per intenderci – alla biopolitica delle catastrofi), anche una logica della profilassi diffusa – nello spazio e nel tempo – che abbracci in maniera naturale i nodi su cui, operando per uno sviluppo sostenibile, stavamo bene o male già lavorando.

Peccato che la mediatizzazione della crisi sia incardinata quasi solo alla prima logica, facendo luce su rapporti di causa–effetto che ogni volta hanno un raggio spaziale non più lungo della gittata delle nostre droplet e un raggio temporale che non supera la latenza del virus sulle superfici o, al più, il periodo della sua incubazione.

In questo, credo, non dobbiamo mai dimenticarci che la cultura nella quale siamo immersi, di nuovo, è quella tipica di una società del sintomo, e non della malattia ad esso corrispondente. Basti pensare alla quantità di pubblicità di farmaci che ci assicurano la rimozione istantanea di un mal di testa o di un mal di schiena, promettendoci che in tempo zero saremo nuovamente abili a fungere nei gangli della nostra caotica quotidianità, senza alcuna attenzione ai problemi più vasti di cui quelle manifestazioni – per l’appunto – non sono che sintomi.

Non si muore, del resto, che di effetti e di sintomi (quali sono, ad esempio, le complicazioni respiratorie prodotte dal coronavirus) e, proprio per questo, nel concentrarci sui sintomi abbiamo la netta sensazione, come si dice in gergo, “d’essere sul pezzo”, di non avere altro di cui doverci occupare. Poco importa se intanto, sul versante impensato della malattia, tardiamo a sganciarci da modelli di sviluppo che seguitano a favorire l’insorgere di nuove epidemie e, più in generale, di nuove minacce alla nostra sicurezza. Il trade-off fra la minimizzazione del rischio (che potremmo ottenere contrastando la malattia) e la minimizzazione dei costi (che invece se ne disinteressa) ci è dunque culturalmente incomprensibile, come se una sua parte fosse scritta in inchiostro simpatico, che si cancella subito: posta davanti all’alternativa fra la cura del sintomo e quella della malattia, infatti, una parte importante della civiltà occidentale – più ancora che scegliere scientemente la prima (assumendosi i rischi del caso) – vede SOLO la prima. Non stiamo cioè decidendo, per ponderate ragioni di tempo, di occuparci solo del sintomo: è vero semmai che ci occupiamo solo del sintomo proprio perché non abbiamo ancora capito che di sintomo, per l’appunto, si tratta.

 

8.

Emerge dunque la necessità di una grande rivoluzione culturale, capace di costruire dei gate cognitivi efficaci, che permettano di collegare la drammatica crisi che stiamo attraversando a ciò di cui essa non è che una delle manifestazioni e, quindi, al più ampio frame su cui occorre intervenire per avere, in ultima istanza, qualche chance di successo.

L’Europa, non senza difficoltà, sta provando ad andare nella direzione giusta, ma deve portarsi dietro i propri popoli, operazione sulla quale molto è ancora da fare e che appare del tutto irrinunciabile per fare in modo che determinate opzioni politiche, i cui frutti più importanti maturano solo su tempi lunghi, si dotino della stessa resilienza alla quale lavorano per le generazioni a venire. Bisogna cioè immaginare e lanciare un brand Europa che, attraverso linguaggi semplici, veicoli l’adesione a un modello di vita, di democrazia e di sviluppo che nel mondo – soprattutto per l’attenzione all’ambiente – non ha eguali e a cui tutti noi, in realtà, siamo molto più affezionati di quanto ci piaccia ammettere.

Per riuscire in tutto questo, per fare breccia nell’opinione pubblica e dare nuovo abbrivio a quell’engagement da cui la transizione non può prescindere, non ci sono bacchette magiche o ricette semplici. Bisogna maturare, probabilmente, una disposizione simile a quella del judoka, che non contrappone la propria forza a una forza di segno opposto, secondo l’arte del colpo, ma lavora, secondo l’arte della presa, alla costruzione di un continuum cinetico che volga a suo vantaggio tutte le forze in campo. E la pandemia, in fondo, ci ha costretto o indotto in situazioni che al loro interno contengono proprio alcuni elementi che dobbiamo essere capaci di afferrare e capitalizzare.

Mi riferisco non solo e non tanto al remote working, al maggior utilizzo dei canali digitali e al rimpatrio di determinate catene di fornitura. Certo, tutti questi fattori, nella misura in cui avessero un seguito oltre i vari lockdown dei diversi Paesi, potrebbero, come scrivono gli autori di McKinsey, ridurre la domanda di trasporti e dunque le stesse emissioni di CO2, ma bisognerebbe poi considerare l’entità e l’impatto effettivo di tale contrazione. Secondo l’Economist, ad esempio, la crisi climatica ha superato tante e tali soglie di guardia che ormai non la si può più risolvere abbandonando – tout court – aerei, treni e automobili: quand’anche infatti le persone stabilizzassero definitivamente gli enormi cambiamenti introdotti nelle loro vite con le reclusioni forzate che abbiamo conosciuto (ciò che peraltro non sembra avvenire), l’insieme dei loro sforzi non varrebbe che il 10% della decarbonizzazione necessaria a centrare gli obiettivi di Parigi sul contenimento del global warming.

Nel tentativo di costruire una cultura della safety che sia non soltanto olistica ma anche osmotica, è forse più utile – allora – fare leva su quella rinnovata attenzione alla cura di sé che in questi mesi ha premiato in modo particolare l’acquisto di cibi biologici, di prodotti per la persona, di elettronica per il fitness e via dicendo.

Perché? Davvero pensiamo che il fitness e il betacarotene ci salveranno? Evidentemente no, ma è anche vero che tutto questo, pur raccontando di una prospettiva ancora egologica e abbondantemente narcisistica, costituisce già un primo scollinamento dal medicale, e riesce a tradurre la domanda di safety in un orizzonte che, per quanto limitrofo, è già diverso rispetto a quello perimetrato dalle narrazioni virocentriche. Essa sembra esprimere il sospetto che per tutelarsi, e consolidare così – fra le altre cose – il nostro sistema immunitario, occorrano non soltanto mascherine e distanziamento sociale ma anche diversi stili di vita. E proprio questi diversi stili di vita, impegnandoci in prima persona, iniziano a loro volta a sottendere un quadro di valori via via più articolato, da cui i diversi ambiti dell’esistenza risultano progressivamente riparametrati.

Prendiamo, ad esempio, il tema della mobilità, che già – del resto – comincia a schiudere il guscio del singolo su un orizzonte meno privatistico: quanto è coerente la nostra attenzione alla salute, per intenderci, con l’utilizzo di veicoli inquinanti che la minacciano in maniera tanto evidente? Non solo: che senso ha evitare i mezzi pubblici per scongiurare un contagio che il particolato emesso dalla nostra auto, subito dopo, favorisce traghettando il virus di qua e di là?

 

9.

In definitiva, il punto è che – varcata la soglia dell’io – la salute di ciascuno si precisa, per intero, come un fatto sociale, di cui conviene occuparsi a livello di comunità estese, che diventano tanto più efficaci quanto più riescono ad essere inclusive e, soprattutto, coordinate. La pandemia e il cambiamento climatico di cui essa è sintomo, in questo senso, ci hanno dimostrato che la salute non può essere garantita entro compartimenti stagni che scarichino altrove la propria entropia, perché quelle esternalità negative – presto o tardi – torneranno di rimbalzo a chiedere il conto. In un mondo interconnesso come il nostro non esistono “serre” o ambienti veramente sterili. E per la salute, quindi, non esiste alcuna Svizzera.

Nel rivendicare il diritto universalistico alla salute e a ciò che esso comporta in termini di welfare e pubblico servizio, è quindi consigliabile coltivare anche un’attitudine più attiva, che ci permetta di essere di nuovo – o forse per la prima volta – artefici di una certa salute indotta, ossia di una salute che appartiene anzitutto al sistema ambientale, sociale ed economico in cui ci troviamo e della quale possiamo godere nella misura in cui sappiamo, insieme, concorrervi.

Non si tratta di ribaltare sul singolo responsabilità che sarebbero in capo allo Stato, ma solo di capire che attraverso l’impegno di tutti è possibile contribuire a condizioni di sistema che favoriscano la resilienza delle stesse strutture pubbliche, retroagendo in maniera virtuosa – dunque – su quegli stessi diritti di cui giustamente ci dichiariamo depositari.

Una verità, questa, tanto più importante quanto più le pubbliche finanze, in ragione di particolari congiunture come quella in corso, mostrano di essere in seria difficoltà.

ENZO CUCCHI (MORRO D’ALBA, 1950) “SENZA TITOLO”, oggi all’asta alla Casa d’Aste Pananti.

 

10.

In gioco, da questo punto di vista, c’è allora anche la possibilità, per ciascuno di noi, di riconnettersi a profili di cittadinanza che risultano, a ben vedere, un po’ sfibrati dagli eventi degli ultimi mesi.

Nel periodo del lockdown, ad esempio, il principale esercizio di cittadinanza a cui abbiamo potuto dedicarci ha assunto, giocoforza, la forma di una stretta obbedienza, comprimendo – per così dire – una parte qualificante del nostro margine d’azione, pubblico e privato. Rimessi a una legislazione d’emergenza che ha necessariamente medicalizzato l’esistente, molti si sono sentiti presi in carico (o in cura) in una forma un po’ ridotta, quasi tronca. Lo stesso e doveroso “distanziamento sociale” – colpendo quell’ “animale sociale” che l’uomo è – non può che aver agito a detrimento di alcuni tratti fondanti della persona, a partire dalla sua abitudine a pensarsi assieme: per quanto si possa essere “assieme” in tanti modi, infatti, lo si è sempre per traduzione o traslazione di una forma che si produce, ab origine, nell’essere fisicamente prossimi ad altri, vera e propria sorgente di un sense of community che fatica a sopravvivere nel quadro di relazioni cui viene sospeso il diritto di integrare reale e virtuale.

Secondo i 42 esperti mondiali che hanno formato la International Covid–19 Suicide Prevention Research Collaboration, in assenza di adeguate azioni preventive, potremo addirittura assistere all’emergere di una pandemia psicologica, dal picco ritardato rispetto alla pandemia propriamente detta, cui per la verità concorreranno non solo e non tanto gli strascichi emotivi del lockdown quanto soprattutto il senso di spaesamento e vulnerabilità che potrebbe interessare, per lungo tempo, i soggetti maggiormente colpiti dal contraccolpo economico.

Si inserisce qui anche una drammatica questione di genere, in Italia ben rappresentata – purtroppo – da quelle 37 mila neo mamme che già nel 2019 (+5% sul 2018) hanno lasciato il lavoro per l’impossibilità di conciliarlo con la vita famigliare, a testimonianza di un trend che secondo gli analisti rischia di aggravarsi ulteriormente in ragione della situazione attuale.

Anche venuti meno i vincoli alla libera circolazione, insomma, molti soggetti potrebbero continuare a non sentirsi nel pieno possesso delle proprie prerogative, e non è escluso che presto ci si debba interrogare sulle iniziative da intraprendere per evitare che essi scivolino verso condizioni sclerotizzate dall’assenza di liquidità, di prospettive, di libertà, di scelta e – più in generale – di autodeterminazione. Da questo punto di vista, i modi spesso scomposti e talora del tutto imprudenti, con cui le persone si stanno riprendendo strade, parchi e piazze, non vanno salutati con eccessiva leggerezza.

 

11.

Al tempo stesso non possiamo nemmeno sperare di tutelarci all’infinito con norme e prescrizioni il cui pur sovrabbondante dettaglio non riuscirà mai a esaurire la casistica delle manifestazioni umane. Assai più che ulteriori segnali di divieto, occorrono dunque mappe affidabili e strade percorribili, grazie alle quali le persone possano riprogettare, progettare o migliorare i propri stili di vita, affinché essi favoriscano la safety complessiva del loro contesto d’appartenenza e – di riflesso – la salute stessa di chi si impegna in questa direzione, saldando così le urgenze delle vicende personali a quelle del mondo.

Le aziende, in questo senso, possono giocare un ruolo importante, perché in una economia di mercato i prodotti che ognuno di noi acquista e i servizi a cui siamo allacciati sono sostanza e punteggiatura dei nostri stili di vita, e ne determinano in misura decisiva il valore che essi assumono per ambiente, società ed economia. L’evoluzione dei modelli di corporate reporting e la loro progressiva standardizzazione dovranno in questo senso aiutarci a rendere l’impegno delle aziende sempre più misurabile e confrontabile, non solo per premiare chi fa sul serio ma soprattutto per orientare una platea di investitori che per sposare fino in fondo la creazione di long term value deve poter fare affidamento su coordinate chiare e metriche condivise.

Per le ragioni che ho provato a illustrare, del resto, non c’è effettiva sicurezza, men che meno sanitaria, che possa essere perseguita in ordine sparso, e il contrasto globale al climate change – su cui Bruxelles ha mostrato di non voler fare passi indietro – rappresenta ancora, oggi più di ieri, il frame nel quale ogni soggetto può riscoprire le ragioni di una cittadinanza attiva che diventi, per sé e per gli altri, il più potente anticorpo del futuro.


 
Edoardo Lucatti, 1981. Studioso di semiotica generativa, ha pubblicato ricerche su narratività (2009), semiotica della cultura (2010), archivistica (2013) ed epistemologia strutturale (2011, 2015), confrontandosi anche con la filosofia francese del ‘900 e proponendo la fondazione semiotica e fenomenologica di una nuova teoria del gesto (2016). È tra i fondatori del CUBE, il Centro Universitario Bolognese di Etnosemiotica. Dal 2009 lavora per il Gruppo Hera, occupandosi di relazioni con i media ed editoria. Nel 2019 ha partecipato a una pubblicazione sul tema delle circular smart city, affrontando il tema del contrasto al cambiamento climatico a partire da un ripensamento dei modelli di sviluppo urbano.

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