Vivere è correre alla morte: l’ultimo canto del Purgatorio

Rieccoci con il nostro progetto soprannominato “CCC”, cioè il Commento Collettivo alla Commedia dantesca curato da Edoardo Rialti. L’idea è quella di rivivere, con l’aiuto di cento autori contemporanei, i cento canti dell’opera. Siamo all’ultimo canto del purgatorio e il commento di oggi è firmato da Federico Tiezzi.


IN COPERTINA un dipinto di epoca medievale che rappresenta i gironi.

di Federico Tiezzi


Con il contributo di  


Tu nota; e sì come da me son porte,

così queste parole segna a’vivi

del viver ch’è un correre a la morte.(Purg.XXXIII,52-54)

Ultimissime immagini della più beckettiana delle tre cantiche.

Siamo ancora nel Paradiso Terrestre luogo insieme dell’innocenza primigenia e della colpa. Si conclude la processione con Beatrice triumphans, grande scena allegorica della storia dell’uomo, dalla sua caduta alla sua redenzione. Sulla quale si stampa e incastra la vicenda umana di un singolo, di Dante.

Come in nessun altro canto Beatrice diviene lo psicoterapeuta del poeta, esprimendosi con parole profetiche e oscure in un ultimo colloquio, così oscuro, così sublime, mentre chiama Dante, l’uomo della passione filosofica d’amore, fratello. E come uno psicoterapeuta, freudiano , se al XXX ha schiaffeggiato violentemente il nostro, adesso gli propone un cammino di passo comune alla scoperta del sé paradisiaco. Intanto profetizza che i disastri della chiesa di Roma e dell’Impero avranno riscatto con un condottiero che ucciderà la puttana corruttrice e il gigante che l’accompagna, suo mostruoso e degno amante, che abbiamo visto apparire nella lisergica processione iniziata al XXXI. C’è il tempo della caduta e il tempo del risorgere. Il Veltro è in arrivo, Beatrice come Virgilio.

Ma da questo imo pericoloso e appagante, noi lettori, ai quali negli ultimi versi il poeta si rivolge, guardiamo indietro al cammino percorso, ascensionale, erto. Da questa cima, invitati indirettamente dalle terzine finali, guardiamo con nostalgia alla spiaggia australe, alla “fila d’anime lungo la cornice”, agli operai spirituali di quell’arnia laboriosa che sono le cornici della Montagna.Come sono lontane le voci dell’Inferno babelico e plurilinguistico, dove dannati, dalla morale ancora greco-romana,  urlano il fine pena mai,  la loro  assenza dal corpo e dalla vita. Qui sulla spiaggia e poi sulla montagna esiste il tempo, ci sono i giorni , le notti, e insieme i ricordi. Si dorme, si sogna: e tre sogni scandiscono il salire a Beatrice e alla Natura, all’acqua amniotica e materna della dimenticanza e della memoria dei fiumi paradisiaci.

Esiste il corpo nel Purgatorio reale, umano. Un campo di forze dinamico. Che ha voce per cantare, pregare. Che si è visto morire e riporta l’esperienza in diretta nella testimonianza di Jacopo e Buonconte. C’è lo scandalo di un corpo che getta ombra, corpo fisico che riafferma il suo diritto oltre la mente. 

E c’è, come a teatro, il dialogo: in tutto quel domandare e rispondere e chiedere e promettere si cela il nucleo commovente del Purgatorio.

Qui al XXXIII, intanto si conclude il dire tra terapeuta e paziente iniziato col pronunciamento del nome di Dante, per l’unica volta nel poema: punto che segna l’attacco di una requisitoria lacaniana dove il soggetto è costretto alla veduta della propria identità, esposta sotto luce inflessibile.

Su quel nome, la divisione tra Auctor e Viator, cioè tra colui che compie l’esperienza del viaggio e colui che la racconta per memoria, si sutura in un unico individuo, in un’unica identità.

Siamo, in questo camminare fraterno di Dante e Beatrice, in una di quelle passeggiate con le quali, al Berghof, a Davos, Hans Castorp riacquista  salute e salvezza. 

E’ in questo territorio di acque e presenze femminili che si compie l’ultimo atto: l’immersione nelle acque dell’Eunoè, il fiume che risveglia la memoria delle buone azioni passate.

Ecco, la memoria. 

Come se la scrittura della Commedia non fosse altro che la ricerca del tempo perduto di un uomo del trecento. 

Immerso nelle acque salutari del Paradiso Terrestre, Dante (forse) ripensa al suo tragitto. E noi, lettori, con lui ci chiediamo se la Montagna del Purgatorio sia quella sacra di Jodorowsky, o quella Magica di Thomas Mann.  O il Monte Verità sopra Ascona, dove un artista enciclopedico aveva affermato  in un enunciato essenziale la costruzione della sua opera: Première idée : Lire un livre.

E’ una montagna dal clima  astratto e rarefatto: un sanatorium in cui ci si sottopone a una terapia di gruppo per arrivare a una guarigione che è insieme della mente e dello spirito. Le anime purganti sono come i malati del Berghof che si riuniscono per la cura dell’aria e del sole, sulla terrazza. E Dante come Castorp procede al suo viaggio che è insieme una riabilitazione e ricostruzione identitaria: e una elaborazione del lutto per la perdita di un amore (Beatrice ancora e sempre  come Clawdia Chauchat). 

Le anime purganti ripensano al loro passato, ne patiscono in sé stesse le conseguenze: è però il momento di scioglierlo, il passato, accettarlo, dimenticarlo. 

E’ il Purgatorio una casa di correzione dove la pena ha  fine, un Berghof dell’anima dove i pazienti sono sottoposti a un programma di disintossicazione dalla vita, per la quale, eh si!, si prova rimpianto, nostalgia: come Castorp per quella “laggiù, nelle terre basse” e per gli abitanti di quelle terre. E’ una lenta riabilitazione attraverso la cura del canto, della parola e della danza: con i suoi teatri(o cinema) rituali e terapeutici durante i quali i pazienti rivivono il percorso di liberazione dal desiderio di quell’amato laggiù: sembra, di nuovo, di stare ad Ascona. 

Immerso nelle acque dell’Eunoè Dante ha un pensiero per noi, i lettori: la cantica è finita, la lingua si prepara alla veduta epifanica dell’impronunciabile del Paradiso: l’andare dinamicamente avanti è in realtà un cammino verso il linguaggio. Ecco: il cammino che si è percorso è quello verso la propria terra d’origine, quella che Heidegger chiama terra natale, “sulla quale e nella quale l’essere umano stabilisce la sua dimora”e che per noi lettori, in italiano, è un cammino verso il territorio materno e natale della lingua, la stessa che riempie tutte le carte del poeta, la stessa del racconto-sogno di Dante, la stessa con la quale abbiamo imparato, lui e noi, a nominare il mondo. Pensiero, lingua e realtà sono la stessa cosa, e Dante lo aveva già detto:

 ”sì che dal fatto il dir non sia diverso”.

 


Il canto, integrale

Canto XXXIII, il quale si è l’ultimo de la seconda cantica, ove si racconta sì come Beatrice dichiaroe a Dante quelle cose ch’elli vide, trattando e dimostrando le future vendette e de la ingiuria nel predetto carro del grifone; e infine, veduti li quattro fiumi del Paradiso, escono verso il cielo.

’Deus, venerunt gentes’, alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;

e Bëatrice, sospirosa e pia,
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.

Ma poi che l’altre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come foco:

’Modicum, et non videbitis me;
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me’.

Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e ’l savio che ristette.

Così sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto “Vien più tosto”,
mi disse, “tanto che, s’io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto”.

Sì com’io fui, com’io dovëa, seco,
dissemi: “Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?”.

Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,

avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: “Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono”.

Ed ella a me: “Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com’om che sogna.

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
fu e non è; ma chi n’ ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sarà tutto tempo sanza reda
l’aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;

ch’io veggio certamente, e però il narro,
a darne tempo già stelle propinque,
secure d’ogn’intoppo e d’ogne sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ’ntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a’ vivi
del viver ch’è un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch’è or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l’uso suo la creò santa.

Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e più l’anima prima
bramò colui che ’l morso in sé punio.

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
per singular cagione essere eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua d’Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente.

Ma perch’io veggio te ne lo ’ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che ’l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto”.

E io: “Sì come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.

Ma perché tanto sovra mia veduta
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più s’aiuta?”.

“Perché conoschi”, disse, “quella scuola
c’ hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina”.

Ond’io rispuosi lei: “Non mi ricorda
ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che rimorda”.

“E se tu ricordar non te ne puoi”,
sorridendo rispuose, “or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;

e se dal fummo foco s’argomenta,
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude”.

E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,

quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
veder mi parve uscir d’una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.

“O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?”.

Per cotal priego detto mi fu: “Priega
Matelda che ’l ti dica”. E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: “Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che l’acqua di Letè non gliel nascose”.

E Bëatrice: “Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi Eünoè che là diriva:
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
la tramortita sua virtù ravviva”.

Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;

così, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: “Vien con lui”.

S’io avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.


A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Federico Tiezzi, drammaturgo e regista, ha fondato la Compagnia il Carrozzone (poi Magazzini Criminali) e la Compagnia Lombardi-Tiezzi. Nella sua vasta produzione registica, ricordiamo Inferno (di Edoardo Sanguinetti), Purgatorio (Mario Luzi), Paradiso (Giovanni Giudici) tra il 1989 e il 1991, Edipus di Giovanni Testori (1994), Antigone di Sofocle di Brecht (2004), Viaggio Celeste e Terrestre di Simone Martini di Mario Luzi, Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi (2009), Calderòn di Pier Paolo Pasolini (2016), Freud o l‘interpretazione dei Sogni di Stefano Massini (2018), Scene dal Faust di Goethe (2019)

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