Viviamo in una distopia futurista?



In questi cento anni Filippo Tommaso Marinetti ha vinto: l’utopia futurista si è avverata. Purtroppo però il “cretino fosforescente”, come lo soprannominò D’Annunzio, non aveva intuito che il proprio sogno non era un’utopia, ma una distopia.


In copertina e nel testo: Carlo CArrà, ritratto di MArinetti

di Francesco D’Isa

Chiunque abbia partecipato a una serata con più di due artisti, filosofi o scrittori sa che questi, dopo una certa quantità di alcool o altro, decidono di fondare un’avanguardia. O meglio ci provano, per affogare presto in -ismi che il giorno dopo annoiano anche chi li ha inventati. Elias Canetti ha ben descritto questa prassi intellettuale, che in passato godeva di ottima salute: «La ricerca dell’originalità, caratteristica dell’arte moderna, si palesa nella ricerca di modelli che sono tali solo in apparenza, e che i moderni vogliono distruggere per porsi vistosamente contro di essi; in tal modo si nascondono ancora meglio i veri modelli, quelli dai quali veramente si dipende. Questo processo può essere inconsapevole; spesso è consapevole e viene negato». In questa frase si nasconde l’inizio e la fine di molti movimenti d’avanguardia: una ricerca di originalità che si dice fondata sul rifiuto di modelli del passato, seguita dal riconoscimento, innegabile in una società post- (o post-post-post- mettetene quanti ne volete) -moderna, di dipendere comunque da essi. Anche gli artisti, dopotutto, sono invischiati nell’invisibile ma indistruttibile ragnatela della storia, che non cambia ma prosegue col suo consueto zigzagare. Torniamo ora all’incipit del mio articolo, ma ambientiamolo nella Catania del 1921:

Fu nel salotto di Simonella che nacque questa rivista di raffinati, di intellettuali baudaileriani [sic] e di futuristi. […] Mario Shrapnel, lasciando il suo tempestoso silenzio, si avanzò in mezzo al salotto e ci propose di fondare una rivista che fosse l’emanazione di questo cenacolo, impregnata di aromi tropicali e di haschisch. Nelle anime nostre si fece un’improvvisa luce alla sua parola entusiasta. Simonella, Renata batterono le mani inanellate, sull’istante si scrissero i primi articoli, le prime battute di novelle e romanzi, Marletta disegnò la sua meravigliosa copertina e Mario con forsennato dinamismo lanciò la più piccola rivista al mondo. Eccola. Giudicatela. Ma essa non è che uno spiraglio aperto sul nostro divino paradiso artificiale.

Questo resoconto, raccolto nel prezioso volume All’ombra del vulcano di Andrea Parasiliti (Olschki editore), una volta decontestualizzato e depurato dall’allure decadente dell’epoca, si traduce in: un gruppo di artisti tutti fatti fondano una rivista. Sono i futuristi, ovviamente, i più celebri pionieri dei manifesti d’avanguardia dopo Marx. Ma attenzione, non si tratta di un’accozzaglia di cialtroni come potrebbe suggerire il parallelo con la contemporaneità, anzi; nonostante la loro indubbia fama l’importanza dei futuristi è comunque sottovalutata. Chi non ci crede può guardarsi attorno, e ammirare «il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa», o «le automobili da corsa col cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo». Può contemplare ovunque la «guerra sola igiene del mondo» o «il militarismo, il patriottismo, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». In questi cento anni Filippo Tommaso Marinetti, autore dei virgolettati, ha vinto: l’utopia futurista si è avverata. Purtroppo però il “cretino fosforescente”, come lo soprannominò D’Annunzio, non aveva intuito che il proprio sogno non era un’utopia, ma una distopia.

Non gliene faccio una colpa, perché con intuito d’artista si è limitato a divenire portavoce e profeta di dinamiche che andavano ben oltre il suo controllo. Il futurismo infatti, oltre a pregevoli opere d’arte, produsse la migliore fantascienza possibile – quella che si avvera da lì a breve. Nella sopra citata rivista Haschisch, troviamo un altro esempio della potenza divinatoria dei futuristi, nelle parole di G. Marletta: «Gli artisti spesso cadono in una di quelle pause penose in cui troppe volte cadono e si perdono. E anziché afferrare la potenza delle cose, restano colpiti, soffocati, da quella potenza stessa, così da fare intendere passivamente quello che era sforzo di vita e di ardore attivo». Ignari di parlare anche di sé, i futuristi professano quel “misticismo attivo” con cui li etichettano i Teosofi («I futuristi sono i mistici dell’azione»). Vogliono cambiare il mondo, ma descrivono come il mondo cambierà, con o senza di loro. Eppure, come scrive Alex Danchev in 100 Artists’ Manifestos (mia la traduzione),

Il modello Marinetti è diventato una sorta di template. I suoi motti e buffonate di Marinetti risuonano per tutto il secolo. Lo scandaloso commento del compositore Karl-Heinz Stockhausen in merito alla distruzione delle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001 – “la più grande opera d’arte dell’universo” – era assolutamente marinettiano. Tristan Tzara, il leader del dadaismo, e André Breton, il papà del Surrealismo, hanno deliberatamente seguito le sue orme. Ogni comandante in capo di un movimento artistico è un mini-Marinetti.

Da allora i manifesti sono diventati una moda irrinunciabile per gli artisti, ma la popolarità di queste avanguardie è ormai in calo e la maggior parte si rivolge a un pubblico di specialisti ed élite dell’arte contemporanea. Anche la passione per i manifesti politici non è mai decaduta, tanto che cento anni dopo i futuristi, nel pieno della loro avverata distopia, un movimento filosofico sembra riprendere le idee marinettiane: si tratta degli accelerazionisti.

Tiziano Cancelli ne offre una buona descrizione nel suo How to accelerate (Edizioni Tlon), mentre per Laterza è stato tradotto di recente da Valerio Mattioli il Manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek. Il nucleo teorico è facilmente riassumibile: il superamento delle storture della società contemporanea si può ottenere accelerando i processi che la caratterizzano, quali il capitalismo e lo sviluppo tecnologico. Nella prefazione del libro di Cancelli, Claudio Kulesko scrive:

Lo spiccato ottimismo e l’anima progressista del futurismo e del cosmismo esemplificano l’idea che la tecnica sia in grado di esprimere il pieno potenziale dell’essere umano ‒ nonostante il disaccordo sulle modalità di tale espressione: secondo il futurismo, avverrebbe attraverso una spietata “guerra elettrica” di tutti contro tutti, mentre, per il cosmismo, mediante la convergenza degli sforzi umani in una laboriosa “opera comune”. Queste due coordinate sociopolitiche saranno successivamente recuperate da alcune delle più recenti correnti dell’accelerazionismo: quello di destra e quello di sinistra.

Accelerare per fondare una nuova società, ma di che tipo? Il movimento si divide in due fazioni opposte, destra e sinistra, che anelano rispettivamente a dittature simil-fasciste o a una qualche forma di comunismo. Scrive Cancelli:

… è possibile identificare tre correnti principali: Left Accelerationism, Right Accelerationism e Unconditional Accelerationism (che da qui in avanti abbrevieremo in L/acc, R/acc e U/acc). Per L/acc si intendono comunemente tutte quelle correnti di pensiero che fondono la dinamica accelerazionista con un approccio di tipo marxista: per questo approccio le potenzialità dell’accelerazione non sarebbero ascrivibili al sistema capitalistico, bensì verrebbero dischiuse in un livello collettivo total- mente precedente allo sfruttamento imposto dal capitalismo stesso. Questo, infatti, in quanto organismo unicamente parassitario, non farebbe altro che nutrirsi di tali potenzialità per potersi mantenere in vita, impedendo così il pieno dispiegamento delle forze della modernità. Discorso inverso invece per quanto riguarda il R/acc: il capitalismo, lungi dall’essere la causa del problema, rappresenterebbe in realtà la sua unica soluzione. Sotto questo punto di vista sarebbe il solo sistema in grado di garantire e favorire la tanto desiderata accelerazione: il problema in quest’ottica sarebbe costituito non dall’eccessiva libertà del capitale ma dal suo essere continuamente frenato da forze antimoderne come quelle democratiche, colpevoli di ostacolare la vera liberazione delle forze produttive in virtù di un’opposizione puramente ipocrita e inefficiente.

Anche qui l’eco del futurismo è forte, soprattutto per chi rammenta l’ambiguità ideologica del primo fascismo italiano. Ma a risuonare è anche la forza divinatoria del movimento, che sembra ancora una volta descrivere uno stato di cose, più che modificarlo o dirigerlo. Alcuni accelerazionisti dimostrano una notevole onestà intellettuale e rifiutano declinazioni politiche per accogliere l’Unconditional Accelerationism. Sempre Cancelli scrive: «Quando si parla di U/acc si parla in sostanza di una corrente di pensiero dichiaratamente apolitica, in grado di ragionare e rapportarsi al tema dell’accelerazione in chiave teoretica e speculativa senza però cadere nella trappola del campanilismo; la vera natura dell’accelerazione è pensata in questi termini come estranea, espressione di una forza impersonale e altra per natura inappropriabile e inesprimibile». Qui invece Kulesko: «Nel protoaccelerazionismo della CCru, tuttavia, l’atmosfera utopica che avvolge l’Europa moderna viene brutalmente dissolta: il destino messianico della tecnica lascia spazio, da una parte, a un malinconico disincanto e, dall’altra, a una simmetrica feticizzazione delle tecnologie, che acquisiscono un’aura di magica incomprensibilità. L’oggetto tecnico si tramuta in una sorta di portale per una realtà alternativa ‒ dalla quale, sfruttando la rete e le sue perturbanti connessioni istantanee, sciamano imperscrutabili entità».

L’accelerazionista più autentico, insomma, è simile a uno stregone melniboneano della saga di Elric di Michael Moorcock, che vive per e nel Caos che ha evocato, senza rifiutarlo nonostante la sua portata distruttiva – anzi, ne accelera e nutre i demoni – un parallelo che rende giustizia all’anti-umanesimo di R/acc e U/acc.

Ecco, potremmo forse definire l’accelerazionista un «mistico dell’azione»… ops! Rieccoci ai futuristi. A mancare all’accelerazionismo, forse, è “un’arte ufficiale”, presente nel futurismo e in un certo senso anche nel marxismo, se si pensa all’arte sovietica nelle sue numerose declinazioni; ma senza troppe forzature esegetiche si potrebbero attribuire agli accel i meme e l’ondata visiva post-internet.

È comunque lecito chiedersi in cosa consista l’azione di questi nuovi mistici dell’azione. Nick Land, uno dei filosofi-profeti dell’accelerazionismo, si è dimostrato coerente e ha seguito stilisticamente e umanamente l’accelerazione delle meccaniche weird del tecno-capitalismo contemporaneo, per sfociare prima in un furioso irrazionalismo e poi in tesi proprie alla destra fascista (mi ricorda qualcuno, vero futuristi?). Ma anche nella parabola anti-utilitarista dell’U/acc non c’è nulla di nuovo, se torniamo alle esilaranti avventure fiumane di D’Annunzio. All’ombra del vulcano cita in merito Marcel Mauss, che nel Saggio sul dono (1923-1924) scrive:

Nelle coordinate dell’antiutilitarismo si muove anche la bizzarra economia di Fiume occupata, dove il governo realizza le entrate non da tasse e imposte, come in tutti gli stati civili, bensì dalle ruberie degli Uscocchi, nonché dalle offerte generose dei sostenitori anonimi e illustri […]. Ricordando le imprese degli antichi pirati, D’Annunzio ha dichiarato «uscocchi» quegli ufficiali legionari pronti a tutto, specializzati in colpi di mano terrestri e marittimi con cui rifornire di viveri e di materiale l’esercito legionario.

Una piccola nazione di pirati e artisti, che, come scrive Andrea Parasiliti, «ebbe inizialmente il supporto di Ivanoe Bonomi, ministro della Guerra nei gabinetti Nitti e Giolitti, nonché di Mussolini, il quale nell’ottobre 1919 portò personalmente a D’Annunzio la prima raccolta fondi intrapresa da “Il popolo d’Italia”».

I versamenti di denaro però finiscono presto e la pratica del colpo di mano diventa il tratto peculiare dell’economia fiumana. Nell’ottobre 1919 viene catturato il piroscafo Persia, che a La Spezia aveva caricato munizioni e viveri da trasportarsi in Russia. Il pilota Guido Keller invece, “genio del provvisorio” ammirato da D’Annunzio e celebre per aver rovesciato un pitale sul parlamento italiano dal suo monoplano, andava spesso a procacciare viveri e «una volta mette a rischio la stabilità del suo velivolo, caricandovi un maiale, un’altra lo stiva di galline strepitanti». Così, di avventura in avventura, il 2 settembre 1920 gli eroici Uscocchi fanno il colpo grosso e prendono in ostaggio il Cogne, un grande piroscafo carico di sete, automobili e orologi svizzeri… in pratica è la creatività al potere.

Con questo non intendo che tutte le avanguardie sono una mera registrazione dei tempi che corrono, tutt’altro: basta pensare alla straordinaria influenza del padre di tutti i manifesti, il Manifesto del partito comunista di Karl Marx. Ogni avanguardia fa parte del percorso mai lineare della storia umana, arricciato da continui feedback e rimandi; a volte sono concretizzazioni estetiche e simboliche di ciò che già esiste, altre volte sono dei semi destinati a diventare foreste, splendide e pericolose.

Due soli manifesti però sono riusciti ad avverarsi, il primo è quello comunista, l’altro, nonché l’unico ancora ampiamente diffuso, è quello futurista. Purtroppo nessuno dei due ha salvato il mondo, anzi, l’ultimo minaccia di distruggerlo. Sembra che ogni manifesto sovrastimi l’azione dell’uomo sull’uomo, tanto che i post-futuristi (come chiamavo gli accelerazionisti, per poi scoprire che di recente anche Alex Williams e Nick Srnicek usano questo termine) tradiscono un fatalismo che di rado si trova nei manifesti, per lo più diretti all’azione rivoluzionaria. Come scriveva lo storico dell’arte Alex Danchev,

I movimenti artistici e i manifesti degli artisti si definiscono tipicamente per essere contro qualcosa. Intellettualmente non è un problema: non è difficile identificare qualcosa da combattere – di solito si tratta dei loro rivali e predecessori. In questo senso i futuristi erano unici solo per quel che riguarda la completezza della loro condanna: erano contro il passato. Specificare a cosa sono favorevoli, invece, è molto più difficile.

All’interno della distopia futurista in cui viviamo il pensiero polarizzato tipico delle avanguardie è forte e la fame di manifesti non demorde. Ma come ci insegnano (direi inconsapevolmente) gli accelerazionisti, non è più possibile ignorare la complessità del mondo e con essa la mole incommensurabile di sfumature che inevitabilmente lo compongono. Non è più il tempo dei pensieri semplici, perché solo la complessità può salvarci da se stessa. Forse dovrei farne un manifesto.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

1 comment on “Viviamo in una distopia futurista?

  1. Un’analisi complessa ma chiara e ben articolata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *