Per una volta, essere gli altri


Grazie alla realtà virtuale la cultura occidentale riscopre il corpo. Potremo vivere i sensi altrui, ma con quali conseguenze?


di Enrico Pitzianti

Lo storytelling funziona meglio in prima persona, riusciamo a immedesimarci più facilmente se ci viene raccontato qualcosa che sembra vissuto direttamente. Il gossip riguarda cose istintive, corporee, come il sesso e i sentimenti. Un rito sociale come il ciclismo, ad esempio, è appassionante se chi sta a bordo strada a vedere gli atleti pedalare per atroci salite assolate sente quelle salite proprio come le sente l’atleta: non un generico potassio che va esaurendosi, ma proprio quel potassio di quel ciclista, che si esaurisce in quei muscoli.

Un supporter che ci racconta per chi fa il tifo potrebbe mentire, perché la passione, più che di dichiarazioni, è fatta di identificazione corporea, una forma di desiderio concreto di fare pressing insieme a quella squadra, correre insieme a quel maratoneta, sperare di trasmettere le proprie forze, i propri zuccheri, le proprie contrazioni muscolari.  

È difficile esprimere a parole una sensazione fisica. Spiegare com’è venire accoltellati, correre una maratona, risvegliarsi da un’anestesia o aver vissuto  una tortura, un trip o un’intossicazione. Nel farlo si parte svantaggiati, perché di fatto viviamo in una cultura visivo-centrica, dove il linguaggio si è sviluppato per descrivere soprattutto quel che osserviamo, piuttosto che concentrarsi sui restanti otto sensi.

La prima volta che si è parlato di Weltanshauung nell’estetica di Hegel, il termine era al plurale, significando all’incirca: “le concezioni del mondo”. L’arte in ultima istanza è questo, una testimonianza di tali visioni nel loro variare lungo la storia, rese comprensibili grazie a ciò che l’arte stessa offre: una rappresentazione visiva. Da questa necessità culturale di capire come si concepisce il mondo nasce l’importanza che diamo all’arte e all’estetica. Ma l’oculocentrismo non è inevitabile: è la cultura occidentale a essere maggiormente accusata di aver dimenticato il corpo in favore delle immagini. Accuse fondate, soprattutto se si pensa che ancora oggi si considera perlopiù la mente come qualcosa di distinto dal corpo.  

E se le parole esistono quasi soltanto per parlare del visibile, capita che si formi un grosso scarto tra il mondo che si vive ogni giorno, con il corpo, la pelle, gli odori, i dolori e il tatto, e quello che possiamo esprimere verbalmente. Il mondo percepito è dipinto nella sua interezza dall’insieme dei nove sensi e della memoria (e dall’interazione tra le due funzioni). Diversamente, il mondo condiviso, che possiamo raccontare attraverso il linguaggio, dipende strettamente dalle parole che abbiamo a disposizione per renderne conto.

Da queste diverse percezioni derivano due narrazioni del mondo che non combaciano. Esistono anche dei termini specifici: idios kosmos, il mondo personale a cui si arriva attraverso i propri mezzi sensoriali, e il koinos kosmos, che è invece quello sociale, condiviso. I due termini vengono dal greco e appaiono nella descrizione dell’esperienza percettiva “assurda” per eccellenza: il passaggio dal sonno allo stato di veglia. La frase in cui i due termini furono usati per la prima volta, attribuita ad Eraclito, rende bene della differenza tra l’universo percettivo personale e quello sociale: «la veglia ha un solo mondo comune, ma il sonno rispedisce ognuno nel proprio mondo personale».

C’è un’eccezione: un punto di vista divino od onnisciente, che, per quanto sia irreale, rende perfettamente l’idea dell’enorme impatto che avrebbe vivere l’idios kosmos altrui. Se fosse possibile, molti problemi si risolverebbero: il razzismo, le liti personali, i dissapori politici, gli scontri armati, le diffidenze, qualsiasi incomprensione o problema derivante da una mancanza di empatia o di visione comune. Benjamin Netanyahu potrebbe “vivere” l’idios kosmos di un qualunque palestinese stremato dall’embargo, un capo di Hamas proverebbe il terrore di essere accoltellato alla fermata del bus a Tel Aviv. Si inviterebbero i razzisti a provare l’idios kosmos di un musulmano discriminato in quanto tale. In famiglia i momenti di rabbia e frustrazione potremmo placarli decidendo di vivere per qualche secondo l’idios kosmos della persona con cui stiamo discutendo; uno scambio equo, dove moglie e marito invertono le percezioni ed ecco che l’uno si accorge di come si sente l’altro. Ci si immedesimerebbe davvero, non soltanto con quel po’ di empatia che può regalarci il racconto verbale, gracile e imperfetto, fatto di parole che vengono da un mondo-modello che non coincide col mondo percepito. Il figlio proverebbe l’idios kosmos della madre e la madre, a sua volta, quello del figlio. Chissà quanti sarebbero curiosi di provare il mondo di Totti, Renzi, un premio Nobel o Chiara Ferragni – insomma, si potrebbe davvero essere John Malkovich.

Ma forse, proprio perché il mondo che ci raccontiamo è costruito da un linguaggio monco, molti rimarrebbero delusi: le foto dicevano chissà che, ma a vivere il corpo si scoprirebbe che c’è un universo percettivo inespresso, sincero, viscerale, cutaneo e chimico: endorfine che si infilano tra i muscoli, ormoni che ridipingono il paesaggio quotidiano sotto un’altra luce, dolori acuti, taglienti, stanchezze piacevoli e ancora travagli, ricordi corporei insondabili, piccoli e grandi shock, godimenti. Tutto il non detto (perché difficilmente dicibile) verrebbe a galla.

Ma non è solo il mondo sociale a dipendere da quello personale. Vale anche il contrario, dato che la nostra percezione, per quanto corporea e individuale, fa riferimento ai feedback che otteniamo dagli altri. Christopher Knight, un uomo che ha vissuto nelle foreste del Maine per 27 anni, ha descritto così l’idea di se stesso in assenza di feedback da altri esseri umani: «La solitudine ha aumentato la mia percezione. Ma c’è una cosa strana: quando ho applicato a me stesso la mia percezione aumentata, ho perso la mia identità. Non c’era un pubblico, nessuno per cui esibirsi. Non c’era bisogno di definirmi. Sono diventato irrilevante. […] I miei desideri se ne sono andati. Non volevo niente. Non avevo nemmeno un nome. Per metterla in modo romantico, ero completamente libero».

Ad ogni modo la tecnologia promette bene in quanto a possibilità di “fare esperienza” dell’idios kosmos altrui. Oggi provare – non solo vedere – quel che prova il protagonista di un film o di un videogioco non è più un’assurdità per tecnoentusiasti. Oltre il POV, i giochi in 3D e le GoPro, oggi finalmente la realtà virtuale, con prodotti come Oculus Rift, permette di cominciare il cammino verso l’abbattimento delle barriere corporee. Stando all’andazzo tecnologico, insomma, in un futuro non troppo distante potremmo esperire corporalmente ciò che fino ad oggi abbiamo solo timidamente osservato, il corpo altrui.

In ogni caso, anche se andasse tutto come previsto, non si tratterà di lasciare il proprio idios kosmos per arrivare al koinos kosmos, ma di lasciare temporaneamente il proprio idios kosmos per esperire un altro idios kosmos. Non che sia roba da poco, ma non sarebbe ancora quella visione trascendentale che permetterebbe un’empatia totale e un’utopica corporeità condivisa. Almeno per ora, nessuna possibile rivoluzione panteista, nessun nuovo possibile “socialismo corporeo” all’orizzonte.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: un frame dal video ANVIL di GERIKO.

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