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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti
Di Dejanira Bada
Perché siamo buddhafobici? Perché temiamo il vuoto. E perché temiamo il vuoto? Perché pensiamo che sia nulla. E perché temiamo il nulla? Perché la vita potrebbe essere nient’altro che un desiderio, una pulsione inconsapevole di morte, di passività, di ritorno alla quiescenza. D’altronde, la filosofia, come la meditazione, servono per imparare a morire, per questo motivo guardarsi dentro è divenuto insostenibile. Se poi, una volta guardato dentro, si scopre che non c’è nemmeno nessuno…
I pensieri sono come virus che possono influenzarci, ucciderci, farci impazzire. Eppure, non sono fatti. Noi non siamo i nostri pensieri.
Il buddhismo può insegnarci molto. Soprattutto oggi. Può aiutarci a sopravvivere in questi tempi schizofrenici. “Vuoto, nulla, vacuità. Il buddhismo e il pensiero moderno”, ce lo ricorda con ben tre contributi di Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton. Un buddhismo, ci dice Boon, che può e dovrebbe diventare anche politico, d’azione, impegnato. Se dentro non c’è nessuno, che senso ha accumulare ricchezze e continuare a perseguire il capitalismo? Siamo arrivati e ce ne andremo molto presto a mani vuote. Perché allora non parlare di economia del dono? Dovremmo informarci e studiare il buddhismo come filosofia, come scienza, e non solo come religione. Il buddhismo, fin dalle sue origini, non ha mai richiesto chissà quali strane ritualità, non si basa sulla devozione a una statua, dato che guardare una statua, in fondo, è come guardare sé stessi e la propria condizione di “buddhità”, che sarebbe già presente in ciascuno di noi. Troppo complicato? Anche questo libro lo è, ma una volta letta l’ultima pagina e richiuso, rimane qualcosa d’importante: una miriade d’intuizioni che ci porteranno a rimettere in discussione tutto. Perché molto probabilmente non siamo chi abbiamo sempre pensato di essere.
Bisogna vincere la paura di non essere nulla di per sé, di non essere qualcosa di separato dagli altri, anche se è chiedere troppo, forse tutto. Ne saremo capaci?



Rispondo, caro Massimo, alla prima domanda citando uno dei passi + significativi del Sutra del Diamante: “Chiunque generi, anche per un solo secondo, una fiducia pura e sincera nell’ascoltare queste parole del Tathagata, sarà conosciuto e visto dal Tathagata e, grazie a questa comprensione, otterrà una felicità incalcolabile. Perché? Perché quella persona non è prigioniera dell’idea di un sé, di una persona, di un essere vivente e della durata di una vita. Non è prigioniera dell’idea di un dharma o dell’idea di un non dharma. Non è prigioniera della nozione che questo è un segno e quello non è un segno. Perché? Se si è prigionieri dell’idea di un dharma, si è ancora prigionieri dell’idea di un sé, di una persona, di un essere vivente e della durata di una vita. Se si è prigionieri dell’idea che i dharma non esistono, si è ancora prigionieri del sé, di una persona, di un essere vivente e della durata di una vita. Per tale motivo non dovremmo essere catturati dai dharma o dall’idea che i dharma non esistono. Questo è il significato più profondo quando il Tathagata afferma: ‘Bhiksu, sappiate che tutti gli insegnamenti che vi offro sono una zattera’. Tutti gli insegnamenti devono essere abbandonati, per non parlare dei non insegnamenti”. Le pratiche che si predicano, in un modo o nell’altro, in conformità alla “dottrina” e agli “insegnamenti” buddhisti, hanno le sembianze di una zattera che ci si carica in spalla invece di abbandonarla.
Sono abbastanza in sintonia col commento di Emilio. Come per quasi tutte le dottrine soteriologiche si pone la scelta tra l’ascesi e l’operare nel e per il mondo. Ma mentre nel Cristianesimo questa opzione è più o meno plausibile in tutte le dottrine propriamente indiane, come il Buddhismo originario, non è contemplata alternativa all’uscita dal Samsara o al disvelamento della Maya che dir si voglia. È statutario nel pensiero indiano.
Stona, a mio giudizio, nella pur apprezzabile presentazione di Dejanira Bada del libro, l’appello finale al lettore all’azione, a “vincere la paura di non essere nulla di per sè”. Un’ennesima idea sottesa di pratica (in questo caso “politica”) che contraddice l’unica possibilità che resta all’uomo occidentale di fronte al nonsenso della vita, di esonerarsi dall’azione, di non agire, anche nel senso di non agire inutilmente. “Tutto quello che l’uomo intraprende gli si ritorce contro. Qualsiasi azione è fonte di sventura”, dice Cioran e dice saggiamente bene. Ne sono testimone, credente e vittima. Dopo aver praticato varie dottrine e teorie di liberazione, fin dalla mia adolescenza, compreso il buddhismo. Dopo averlo compreso, accettato e praticato nella prima e nella seconda Nobile Verità, ma fermandomi alla terza e quarta, per provato impraticabile e inconseguibile cammino di salvezza. Quindi proporre il buddhismo come ennesima dottrina “d’azione” e di liberazione sociale in occidente, dopo la delusione già vissuta come dottrina di salvezza, pur nobile opzione, per me, non serve e non salva. D’altra parte, credo, in palese contraddizione col messaggio insuperabile del Sutra del Diamante. Ovviamente, a mio modo di vedere. E ovviamente, senza sfuggire comunque all’invito del sottotesto della presentazione, a comprare e a leggere il libro di Boon, Cazdyn e Morton.
Emilio, non ho capito la contraddizione con il Sutra del Diamante. E nemmeno benissimo le attese che coltivavi sulla terza e quarta nobile verità.
Per la questione della Terza e Quarta Nobile Verità, Massimo, la Fine del Dolore e l’Ottuplice Sentiero che porta alla fine del dolore, vale il disincanto, la delusione, la lacerazione e lo scoramento, di qualche anno di pratica che lungi dal portarmi ad uno stato di “grazia”, non dico nirvanico, ma anche solo di “atarassia” o ” di serena accettazione” nei confronti degli orrori e dei rovesci
della vita, mi ha lasciato un persistente stato atrabiliare, una perfida sciatalgia e una micidiale artrosi lombare: la zattera per me era troppo pesante :-)