Walter Siti, I figli sono finiti



2000 caratteri per parlare di un libro, ogni settimana o quasi, per chi legge L’Indiscreto e vuole leggere ancora di più.


Di Gregorio Magini

Con Walter Siti ho un rapportaccio, son più di dieci anni che lo leggo, mi incazzo, ne apprezzo un aspetto, mi annoio, ci penso molto, smetto di pensarci, provo a scrivere qualcosa ma non riesco mai a mettere il dito sulla piaga anzi non riesco nemmeno a capire se la piaga è nel mio corpo o in quello di Walter Siti, per via dell’entanglement tra letteratura e vita che ha creato con la sua opera mefistofelica.

Ma reciprocamente, è proprio in virtù di quell’entanglement, che Francesco Pacifico può affermare a ragione che non si può parlare dei libri di Walter Siti, epperò (dico io) si può parlare con Walter Siti. Potendo parlare con lui – parlando con te Walter –, ti direi che grazie a I figli sono finiti e la sua fine del desiderio per via transumana, ho finalmente messo a fuoco la suddetta piaga, cioè: non mi va giù che ti sei sempre posto come interprete della contemporaneità, ma sogni in un immaginario che era già cadaverino quando ero adolescente. Già allora (anni ’90) la visione, diciamo così, del dominio dei computer iniziava a uscire dalla fantascienza per invadere la vita di tutti i giorni. Già quando fuggivo dall’Università e registravo stranito gli “adulti” appassionarsi dei teatrini della bolla televisiva sempre più fantasy e irrilevanti (il reality!? Ueeh, quelle modernité!), entravo a capo basso nella massa crescente degli sfrattati dal mondo materiale, e imparavo a programmare per non restare analfabeta. E poi dopo la crisi economica, mentre tu sfidavi Saviano per “salvare la letteratura” dal nulla mediatico, io iniziavo  – sfidando il ridicolo per disperazione – a cercare nella neuro-enteogenesi psichedelica un pericoloso sentierino per emigrare dal “deserto del reale” e forse addirittura imparare a tenere il passo con un monstrum digitale sempre più violento e indominabile (parola assai amata da Calasso che faccio mia – la neurogenesi psichedelica peraltro, pur funzionando, non ha sortito gli effetti auspicati perché subito dopo hanno iniziato a dare gli psichedelici anche ai computer – l’enteogenesi invece è stata una splendida bolla di sapone). Dal 2016, assistei alla diffusione dei temi accelerazionisti nella sinistra italiana con un senso di sollievo, perché finalmente ciò che mi era ovvio fin da quando leggevo Gibson, ascoltavo Demanufacture, guardavo Tetsuo e andavo a vedere le installazioni dei Mutoid diventava senso comune. E non sono certo un ircocervo o un bambino speciale, ho semplicemente vissuto la vita di tutti cercando di non lasciarmi travolgere dai cambiamenti.

Perciò, caro Walter Siti, il tuo I figli sono finiti arriva con trent’anni di ritardo, ma siccome sei bravo e maneggi meglio di tutti gli altri quella “melma viscida” che è l’italiano letterario, e comunque non è che la “mutazione” ha cancellato tutto quello che c’è stato prima – non è vero che c’è stato un balzo subitaneo, che il mondo di oggi è così incommensurabile con quello di ieri – continuerò a leggerti e incazzarmi con te. Grazie e buona giornata.

(La versione completa di questa recensione è disponibile nel canale Telegram La nicchia dei libri di G.M)

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