Come scrivere un messaggio da leggere dopo 10.000 anni?

La storia di una tomba finlandese, di alcuni gatti bioluminescenti e di cosa sia la “semiotica nucleare”. Oppure, alternativamente, la storia di come pensiamo il futuro e la morte.


IN COPERTINA e nel testo opere di Adriana Pincherle : “Senza titolo” (1974) oggi all’asta alla casa d’aste pananti.

 di Marco Mattei

 

L’unica testimonianza del nostro tempo

Giù, nei fondali rocciosi del golfo di Botnia, dove la parola stessa botn significa “profondità”, cinquecentoventi metri sotto le gelide spiagge delle isole Olkiluoto in Finlandia, è in costruzione una tomba. 

Non un sepolcro destinato agli uomini né ai corpi di una qualche altra creatura vivente. Non c’è nessun memento mori a incutere timore o a indirizzare la vita di chi lo visita. Infatti questa tomba è più simile alle piramidi d’Egitto che a un cimitero urbano, perché è progettata per sopravvivere a ogni essere che oggi cammina su questa Terra – e non solo, anche a tutti quelli che  vivranno nei prossimi centomila anni. Una lapide per ogni forma di vita del cosmo. Nell’anno 102023 la tomba avrà finalmente esaurito il suo compito. 

Centomila anni fa, tre grandi sistemi fluviali bagnavano il Sahara. L’Homo Sapiens iniziava il suo viaggio fuori dall’Africa. La piramide più antica ha circa 4.600 anni; il più antico edificio cristiano sopravvissuto ha meno di 2.000 anni. 

La tomba finlandese è equipaggiata da alcuni dei più sicuri protocolli di contenimento mai concepiti: più ineludibile delle cripte dei Faraoni, più sorvegliata di qualsiasi altra prigione di massima sicurezza. Ciò che è posto all’interno di questo luogo non ne uscirà mai. Nessuna agency, nemmeno quella geologica, può scalfire le sue pareti. Quale oscuro incubo, qualche orrorifico demone l’umanità ha sigillato in questa prigione maledetta?

Se dovessimo incamminarci lungo il dolce pendio asfaltato, che dal livello del mare si inabissa fino alla pietra di morte, non incontreremmo altro che cemento, desolazione, pietre e buio. Il silenzio è pànico. Dopo i primi passi, però, ci ritroveremmo davanti un enigmatico testo: 

Questo luogo è un messaggio… e parte di un sistema di messaggi… prestate attenzione!

Inviarvi questo messaggio era importante per noi. Ci consideravamo una cultura potente.

Questo non è un luogo d’onore… nessun atto di grande valore viene commemorato qui… Qui non c’è niente di prezioso.

Il nome esatto del posto in cui ci troviamo è “Onkalo”, che in finlandese vuol dire “nascondiglio”. Qui la neve copre il suolo per la maggior parte dell’anno. Porta con sé il silenzio: ricopre tutto. Qualche passo più avanti il messaggio continua:

Ciò che è qui era pericoloso e ripugnante per noi. Questo messaggio è un avvertimento di pericolo.

Il pericolo è in un luogo particolare… aumenta verso un centro… il centro del pericolo è qui… di una dimensione e forma particolare, e sotto di noi.

Il pericolo è ancora presente, nel vostro tempo, come lo era nel nostro.

Il pericolo è per il corpo, e può uccidere.

C’è la neve d’autunno ad Onkalo. La natura qui non muore, o non è mai vissuta. Punti di vista. Un velo bianco ricopre questa terra perennemente. Chi non sa dice che qui non c’è vita. C’è la neve d’estate ad Onkalo, e c’è la neve anche in primavera. C’è sempre. E con lei c’è sempre il silenzio. Nulla passa oltre questa soffice barriera. Ma nel freddo e nel gelo pullula la vita. Ogni fiocco che si posa, ogni cristallo di ghiaccio racchiude un universo imperscrutabile al suo interno. Il Mar Baltico lo sa. 

La forma del pericolo è un’emanazione di energia.

Il pericolo si scatena solo se si disturba fisicamente questo luogo in modo sostanziale. Questo luogo è meglio evitarlo e lasciarlo disabitato.

Ad osservare con cura la neve si può vedere il passato: gli oggetti lasciano tracce e la neve ricorda. Il freddo ha memoria. La neve è ontologia. I biologi hanno scoperto una peculiare razza di gatti bioluminescenti che vive in queste zone. Questi esseri particolari sono stati avvistati soltanto in poche altre zone del pianeta: Chernobyl, c’è poi chi vocifera Fukushima, e sicuramente in un deserto del New Mexico. Forse una slitta è passata da poco di qui, quattro, cinque cani. Il critico letterario Frederic Jameson ha fondato una disciplina, l’ha chiamata archeologia futura. Gli archeologi, dice Jameson, non fanno altro che cercare delle tracce del passato. Rovine, vestigia, resti, scarti… chiamateli come volete. Questi oggetti sono tracce, appunto. Segni che rimandano a un mondo antico, a una forma d’esistenza senza di noi, molto prima di noi. Così, allo stesso modo, esistono fenomeni a noi presenti, contemporanei, che non sono altro che tracce di un mondo futuro – ugualmente senza di noi, ma successivo. 

Tutti gli esseri, per natura, desiderano conoscere il futuro. Lo desideravano i greci, che si recavano a Delfi per consultare l’oracolo, e lo desideravano i profeti cristiani, che annunciarono la venuta del regno. Lo desideravano gli egizi, che veneravano Thot, e lo desiderava Aristotele, che scrisse il de divinatione per somnum. Nulla, un tempo, veniva fatto senza prima interrogare un indovino. Così i membri dell’antica dinastia Qin, come gli Zhou prima di loro, si affidavano all’I Ching per prendere decisioni che avrebbero segnato la storia del loro popolo. Allo stesso modo, i grandi imperatori romani e persiani si circondavano di chiaroveggenti, occhi e bocche dal futuro, per guidarli nelle loro gesta. Conoscere il futuro era il desiderio dei mistici ebraici e di Keplero e Galilei, entrambi impiegati come astrologi di corte. Tutti gli esseri, per natura, desiderano conoscere il futuro. C’è chi crede che la funzione stessa della coscienza sia quella di afferrarlo. Nelle scienze cognitive questa ipotesi viene chiamata predictive processing, “processi predittivi”. L’ipotesi può essere fatta risalire a Francisco Varela e Humberto Maturana, scienziati cileni, che pubblicarono nel 1972 Autopoiesi e Cognizione, e fu poi ripresa e magistralmente espansa dal neuroscienziato inglese Karl Friston e al suo principio di energia libera. L’idea che c’è alla base è che il cosmo è un’entità estremamente caotica. Pensateci: ogni giorno, ogni secondo, accadono infinite cose. Vivere, sopravvivere in un ambiente così imprevedibile, è difficilissimo. Cataclismi, predatori e inquinamento, complesse reazioni chimiche e biologiche. I primi esseri biotici erano esposti a una quantità di rischi inimmaginabile. Così, dice la teoria, i cervelli e la coscienza si sono evoluti come meccanismi predittivi: essere coscienti non significa altro che cercare di conoscere cosa accadrà nel breve futuro, così da anticiparlo e domare l’incertezza. Conoscere il futuro per sopravvivere. Essere coscienti, per natura, significa desiderare di conoscere il futuro. Eppure, c’è un limite ben evidente alla nostra conoscenza di ciò che sarà. Posso sicuramente prevedere cosa succederà da qui a dieci minuti – molto probabilmente, sono in una biblioteca pubblica di Parigi a scrivere questo articolo, a quel punto sarò arrivato alla fine del paragrafo, magari qualcuno avrà occupato il posto accanto al mio, ora vuoto – posso spingermi oltre e immaginare cosa accadrà in un paio di giorni – so che domenica sarò a Torino e mercoledì a Roma – ma oltre questo lasso di tempo diventa tutto più sfumato. Quali previsioni ho per l’anno prossimo? Fra dieci anni? Fra cento? Fra mille?

L’impossibilità di fare previsioni accurate è evidente anche nel breve tempo: cosa impedisce all’allarme anti incendio di questa biblioteca di suonare fra qualche secondo, creando così un nuovo scenario che non avevo minimamente prefigurato? Il mondo è un susseguirsi caotico e imprevedibile di eventi. Uno spillover da un contatto durato qualche istante, ha cambiato da un secondo all’altro, il destino dell’intero pianeta Terra per i successivi due anni. Un mese fa, in Europa non c’era nessuna guerra. Tutti gli esseri, per natura, desiderano conoscere il futuro. Non solo  umani, ma animali e piante, batteri e funghi. Da dove arriverà il prossimo predatore? Dove troverò la prossima preda? Le piante hanno elaborato un complesso sistema chimico di segnalazione del pericolo, per avvertire le altre foglie che qualche insetto sta arrivando per mangiarle, così da aver tempo per attuare una fitta rete di strategie difensive. Lo desiderano i virus e i batteri: dove si troverà maggior nutrimento? L’esistenza è un tentativo di domare il futuro. Ora, qui stiamo ragionando in termini puramente umani, ma su altre scale temporali, il futuro e il passato sono completamente diversi. L’esistenza media di un essere umano si aggira intorno ai settantatre anni – settantatre anni scanditi in maniera relativamente regolare, se si nasce in un paese occidentale. Ma basta spostarsi sulle bottiglie di plastica, per fare un solo esempio, che impiegano circa 450 anni a decomporsi. Questo vuol dire che una bottiglietta in plastica gettata l’anno di nascita di Caravaggio sarebbe durata fino a pochi mesi fa. Eppure questa durata non dovrebbe essere di particolare effetto: siamo abituati a scrivere libri che durano anche mille anni; anzi, lo scopo della scrittura è proprio quello di far permanere nel tempo i suoi oggetti. 

C’è la neve ad Onkalo, c’è il gelo e c’è la morte; ma, nei centomila anni a venire, nessun luogo vedrà più vita di questo. Quando (e se) raggiungerà il 102023, Onkalo sarà l’unica testimonianza del nostro tempo: ciò che vi è sepolto sono scorie nucleari di alto livello, il più oscuro demone che l’umano abbia mai evocato.

 

Segnali di Pericolo

La temporalità dei materiali radiattivivi è situata su una scala inumana. Il 16 luglio 1945 ci fu la prima esplosione nucleare nella storia della Terra. Per l’energia rilasciata dall’evento, la sabbia del deserto intorno si surriscaldò così tanto da formare un vetro verde radioattivo, chiamato trinitite. Una nuvola a forma di fungo sbocciò per quasi tredici chilometri nel cielo. Per quanto sia impressionante l’esplosione in sé, l’aspetto più distruttivo della bomba furono le radiazioni.

Su una scala molto limitata, la radioattività è qualcosa che si verifica naturalmente sulla Terra. A questo proposito, il SETI, l’istituto che ricerca segni di vita intelligente nello spazio cosmico, ha dichiarato nel 2021 che la trinitite doveva essere inclusa nella loro biblioteca di oggetti collegati a “momenti di trasformazione” di potenziale interesse per gli extraterrestri intelligenti. Anche la scultura Trinity Cube di Trevor Paglen, esposta nel 2019 al Museum of Contemporary Art San Diego come parte di una collezione tematica dell’arte di Paglen intitolata Sights Unseen, è parzialmente realizzata in trinitite. Le particelle decadono, gli atomi perdono energia e questa energia viene emessa sotto forma di onde radioattive. Ogni volta che si prende un volo di linea, per esempio, ci si espone a un bagno di radiazioni di basso livello semplicemente perché si è più vicini allo spazio. Niente di cui preoccuparsi. Ma anche rimanendo sulla terra ferma, le banane contengono potassio, e il potassio è leggermente radioattivo. Le radiazioni emesse da un’esplosione nucleare, però, sono di tutt’altra portata. Dopo il test Trinity, la prima detonazione riuscita nel New Mexico, la contaminazione sul luogo dell’esplosione fu misurata a 15 roentgen. L’esposizione a livelli normali di radiazioni di fondo per la maggior parte degli esseri umani è misurata a circa 200 milliroentgen l’anno.

Ancora oggi, sessant’anni dopo il test, i livelli di radiazione a Trinity sono circa 10 volte più alti della normale radiazione di fondo. Il sito è aperto al pubblico solo un fine settimana all’anno, e ai visitatori è vietato toccare la trinitite ancora radioattiva. 

La caratteristica più sorprendente del test Trinity si è rivelata non essere la potenza dell’esplosione originale, ma gli effetti persistenti che sono sopravvissuti per generazioni nel futuro, deformando l’energia di quel luogo e distruggendo la nostra concezione di permanenza nel tempo. Le scorie atomiche, in effetti, sono l’iperoggetto che più mettono in crisi la nostra percezione del futuro. Il plutonio ha un tempo di dimezzamento di 10000 anni – ogni diecimila anni la sua radioattività viene dimezzata – ed è stato stimato che comunque, per evitare rischi biologici troppo gravi, deve essere tenuto lontano dalla biosfera per almeno un milione di anni, o trentamila generazioni umane. 

Lo scrittore Robert MacFarlane, nel suo libro Underland, racconta del processo di estrazione dell’uranio: 

Da quando produciamo scorie nucleari, non siamo ancora riusciti a trovare un protocollo standard per smaltirle. L’uranio è stato creato nelle esplosioni di supernovae circa 6,6 miliardi di anni fa e fa parte della polvere spaziale da cui si è formato il pianeta. È possibile trovarlo comunemente nella crosta terrestre, insieme ad elementi quali lo stagno o il tungsteno, ed è disperso nelle maggior parte delle rocce. Lentamente, in modo costoso, o miracoloso, o dannoso, abbiamo imparato a convertire l’uranio in energia. Sappiamo come produrre elettricità dall’uranio e sappiamo come produrre morte, ma non sappiamo ancora come smaltirlo al meglio quando la sua utilità per noi è finita. Più di un quarto di milione di tonnellate di scorie nucleari di alto livello che necessitano di stoccaggio sono attualmente ritenute esistenti a livello globale, cifra a cui si aggiungono circa 12.000 tonnellate ogni anno. Oggi, l’uranio viene estratto in Canada, Russia, Australia, Kazakistan e, forse, presto anche nel sud della Groenlandia. Il minerale appena raccolto viene frantumato e macinato; l’uranio viene poi immerso nell’acido, convertito in gas, arricchito, consolidato e poi trasformato in pellet. Un pellet di uranio arricchito, da 1 centimetro di lunghezza e diametro, rilascia tipicamente la stessa quantità di energia di una tonnellata di carbone. Questi pellet sono sigillati all’interno di barre di combustibile scintillante, di solito fatte di una lega di zirconio, che sono impacchettate insieme a migliaia e migliaia e poi collocate nel nucleo del reattore, dove la fissione viene avviata. La fissione produce calore che viene usato per aumentare il vapore; il vapore viene convogliato alle turbine, facendo girare le loro pale e producendo elettricità.

Una volta che il processo di fissione è rallentato sotto un orizzonte di efficienza, le barre devono essere sostituite. Ma sono ancora intensamente calde e letalmente radioattive. L’ossido di uranio instabile continua ad emettere particelle alfa e beta, e onde gamma. Se qualcuno dovesse stare vicino ad un fascio non schermato di barre di combustibile appena uscito dal nucleo, la radioattività saccheggerebbe il tuo corpo, distruggendo le cellule e corrompendone il DNA. È probabile che la morte sopraggiunga nel giro di poche ore, vomitando ed in preda ad emorragia. Così le barre esaurite vengono fatte scivolare fuori dal reattore con una macchina, tenute sempre sott’acqua o un altro liquido schermante mentre vengono spostate, poi tipicamente immagazzinate in profonde piscine di combustibile esaurito per diversi anni, prima di essere inviate al ritrattamento o allo stoccaggio in contenitori a secco. Nelle piscine di combustibile l’acqua assorbe pazientemente la grandine di particelle delle barre. Poiché questa grandine riscalda l’acqua, essa deve essere continuamente fatta circolare e raffreddata per evitare che arrivi a bollore e lasci le barre disastrosamente non schermate. Anche dopo decenni nelle piscine, però, le barre sono ancora calde, tossiche e radioattive. L’unico modo per renderle innocue per la biosfera è il decadimento naturale a lungo termine. Per le scorie ad alta attività questo può richiedere decine di migliaia di anni, durante i quali il combustibile esaurito deve essere tenuto al sicuro: segregato dall’aria, dal sole, dall’acqua e dalla vita.

 La migliore soluzione che abbiamo escogitato per mettere al sicuro queste scorie è la sepoltura. Le tombe che abbiamo costruito per ricevere questi resti sono note come depositi geologici, e sono la Cloaca Maxima – la Grande Fogna – della nostra specie.

Fu, in effetti, proprio a causa dei rifiuti nucleari, racconta Roberto Paura nel suo nuovo libro Occupare il futuro, che l’umanità si interrogò davvero per la prima volta sul tempo profondo futuro, la longue durée, e venne così a contatto con una dimensione completamente nuova del perturbante. 

Nel 1973, a circa 42 km ad est di Carlsbad, nel Nuovo Messico (USA), venne costruito il Waste Isolation Pilot Plant (impianto pilota per l’isolamento dei rifiuti) o WIPP, un sito di deposito geologico profondo per conservare prodotti di scarto transuranici derivati dalla fabbricazione di armi nucleari degli Stati Uniti. Rifiuti di questo tipo impiegano circa diecimila anni per essere smaltiti, diecimila anni durante i quali continuano ad essere profondamente radioattivi e dannosi per qualsiasi creatura vivente. Bisogna fare attenzione. Il successo dell’isolamento delle scorie altamente radioattive per lunghi periodi di tempo, richiede non solo che le scorie non siano influenzate da eventi e processi naturali, ma anche che l’isolamento delle scorie sia soddisfacentemente indipendente dalle future attività umane. Notevoli preoccupazioni sono state espresse da un certo numero di individui e organizzazioni che, in un momento successivo al sigillamento del deposito, forse in un futuro estremamente lontano, gli esseri umani potrebbero impegnarsi in qualche tipo di attività nel sito del deposito – o nelle sue vicinanze – che potrebbe causare una grave diminuzione nell’isolamento delle scorie. Dopotutto, diecimila anni sono un’eternità da prevedere, figuriamoci centomila.

Nel frattempo, dieci minuti sono passati. Il posto accanto al mio è stato occupato da una ragazza che legge un libro di Agrippa d’Aubignè, sono ben oltre la fine del paragrafo e non c’è stata nessuna emergenza incendio. Sono stato fortunato. Però, c’è stato un problema alla rete internet e ora non c’è connessione: imprevisto. 

A volte, seppelliamo materiali affinché si conservino per il futuro. Altre volte, seppelliamo materiali per preservare il futuro da essi. Alcuni tipi di sepoltura aspirano alla reintegrazione; altri aspirano all’oblio. A Barbarastollen, ad esempio, vicino Friburgo, una miniera in disuso è stata convertita in una casa sicura per il patrimonio culturale tedesco. Più di 900 milioni di immagini sono conservate lì su microfilm in teche, a più di 1.300 piedi sotto terra. L’archivio è progettato per sopravvivere a una guerra nucleare e per preservare il suocontenuto per un minimo di 500 anni. La Biblioteca del futuro (conosciuta anche come Future Library, in norvegese Framtidsbiblioteket), invece, è un progetto culturale di land art concettuale presentato nell’agosto 2014 dall’artista scozzese Katie Paterson e supportato dalla città di Oslo. Prevede la realizzazione di una biblioteca composta di 100 opere inedite, offerte una all’anno a partire dal 2014 da altrettanti autori di diversa nazionalità, età, genere letterario, selezionati “per il loro eccezionale contributo alla letteratura e alla poesia e per la capacità delle loro opere di catturare l’immaginazione di questa e delle generazioni future”. Mille abeti rossi piantati nello stesso anno nella foresta di Nordmanka, alla periferia della capitale norvegese, forniranno la materia prima per stampare questi manoscritti. La particolarità di questo progetto? I manoscritti verranno pubblicati e resi disponibili solo nel 2114, 100 anni dopo l’avvio dell’iniziativa. Secondo la sua ideatrice, Katie Paterson, il progetto coinvolge l’ecologia, “l’interconnessione delle cose, coloro che sono in vita e quelli che devono ancora venire”, mettendo in discussione l’attuale tendenza a concentrarsi su intervalli di tempo circoscritti: è una riflessione sulla memoria e sulla nozione del tempo, e un ponte gettato fra generazioni. È rivolta ai lettori e agli autori del futuro, ma si fonda, a partire dal presente, sul coinvolgimento di un folto gruppo di persone impegnate nel progetto: dalla Municipalità di Oslo e dai forestali che sovraintendono alla crescita degli alberi, ai bibliotecari e gli informatici che si occupano della conservazione delle copie manoscritte e dei file digitali, agli organizzatori della cerimonia, agli sponsor. Un’altra questione che il progetto solleva è quello della leggibilità delle lingue nel futuro: il manoscritto di Sjón è scritto in islandese, una lingua di cui non è possibile prevedere l’evoluzione, se non addirittura l’esistenza – nei prossimi cento anni. La stessa Atwood ha affermato di ritenere che i lettori nel 2114 per leggere i libri della Biblioteca del futuro probabilmente avranno bisogno di un “paleo-antropologo”. (Gli scrittori e le scrittrici finora nel progetto sono: 2014 – Margaret Atwood, Scribbler Moon;  2015 – David Mitchell, From Me Flows What You Call Time; 2016 – Sjón, As My Brow Brushes On The Tunics Of Angels or The Drop Tower, the Roller Coaster, the Whirling Cups and other Instruments of Worship from the Post-Industrial Age; 2017 – Elif Shafak, The Last Taboo; 2018 – Han Kang, Dear Son, My Beloved: 2019 – Karl Ove Knausgård; 2020 – Ocean Vuong). Eppure, anche qui parliamo solo di cento anni. A Svalbard, il Global Seed Vault conserva un’immensa varietà di semi e piante anticipando un’epoca dopo la catastrofe in cui la flora e la biodiversità della Terra potrebbero aver bisogno di essere ricostituite. Entrambi questi caveau guardano in avanti a un tempo di scarsità futura; entrambi leggono implicitamente il presente come un tempo di abbondanza. Onkalo, al contrario, è costruito con il desiderio che il suo contenuto non venga mai recuperato. È un luogo che ci mette di fronte a scale temporali che disprezzano le nostre misure abituali. Il tempo radiologico non equivale all’eternità, ma funziona attraverso spazi temporali di tale ampiezza che i nostri modi convenzionali di immaginazione e comunicazione crollano. Decenni e secoli sembrano brevemente brevi, il linguaggio sembra irrilevante se paragonato al profondo spazio temporale di Onkalo e a ciò che esso riserverà. L’emivita dell’uranio-235 è di 4,46 miliardi di anni: tale cronologia decentra l’umano, schiacciando la prima persona a un’irrilevanza. Ma pensare nel tempo radiologico è anche, necessariamente, chiedersi non cosa faremo noi del futuro, ma cosa il futuro farà di noi. 

Anna Fasolato, ricercatrice in comunicazione e nuovi media tra Torino e Potsdam, si è occupata anche di semiotica nucleare, lo studio dei segnali di pericolo legati alle scorie radioattive. La contatto per approfondire il discorso e mi spiega quanto il problema delle scorie nucleari abbia modificato profondamente il nostro concetto di tempo: “Quale eredità ci lasceremo alle spalle, non solo per le generazioni che ci  ci succedono, ma anche per le epoche e le specie che verranno dopo la nostra? la nostra? Siamo dei buoni antenati…?” Il concetto di “buon antenato”, di dice, nasce così. Ancor prima del cambiamento climatico i primi passi verso quella che sarebbe diventata l’etica intergenerazionale vennero fatti dallo studio sul nucleare.

Nel 1980, infatti, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti convocò un team di esperti di comunicazione non-verbale, antropologi e linguisti, per formare un gruppo di ricerca dal nome inquietante: lo Human Interference Task Force, la task force per interferire l’umano. Compito della task force era quello di trovare un metodo per comunicare, alle società del lontano futuro, il rischio di contaminazione nucleare. Il problema, dunque, era progettare un qualche tipo messaggio che sarebbe stato in grado di durare e  rimanere comprensibile per circa diecimila anni. Come si legge nel documento ufficiale, il team di esperti convocati scrisse che le “present society should make all reasonable efforts to transmit to future societies information about the repository, its contents, and the risks of interference”

Il fisico e scrittore Gregory Benford, chiamato per coordinare la task force, affermò che portare a compimento tale compito era semplicemente impossibile: non si può mantenere un significato così a lungo nel tempo. Diecimila anni fa ci trovavamo all’inizio dell’Olocene, la quarta estinzione di massa stava iniziando, il mammooth e la tigre dai denti a sciabola ancora giravano sul pianeta e in Mesopotamia l’essere umano stava per scoprire l’agricoltura. Cosa ci è rimasto dei simboli di quel periodo? Sostanzialmente nulla. Qualche settimana fa, è circolata sul web una barzelletta sumera – uno dei più antichi esempi di comicità che abbiamo – risalente a circa 6500 anni fa (secondo le stime più larghe) o 3900 anni fa (secondo le stime più prudenti). Il senso della battuta è andato per noi completamente perduto. Eppure, il tempo che è trascorso tra noi e i Sumeri è circa la metà del tempo di conservazione del messaggio di avvertenza nucleare. Ecco, il compito che Benford e il suo team era chiamato ad affrontare era questo: immaginare di essere un uomo della Mesopotamia preistorica e dover trovare un modo per comunicare con noi. Nessun simbolo, nessun significato è durato così tanto, nessuna istituzione né cultura: l’ebraismo ha poco meno di tremila anni. 

Così, una prima proposta, fu quella di utilizzare una serie di immagini sequenziali – da mettere nei dintorni del WIPP – che mostrassero legami di causa effetto: ad esempio disegnare il wipp e un uomo che, avvicinandosi, man mano si corrode fino a morire. Design di questo tipo, però, sono ancora ricchi di assunzioni umane troppo umane: ad esempio, per indicare i collegamenti di causa-effetto bisogna assumere che la direzione di lettura della specie che esisterà fra diecimila anni sarà da sinistra-destra come la nostra oggi (e pensare che nemmeno tutto il mondo contemporaneo legge da sinistra a destra). Si potrebbe ovviare a questo problema inserendo sullo sfondo un segnale naturale di passaggio del tempo – come la crescita di un albero, ad esempio – in modo da forzare la lettura in una specifica direzione. Ma anche così facendo, si suppone che le immagini si conservino nella loro interezza allo stesso modo. E se però col tempo tutte le illustrazioni andassero perdute, eccetto quella con l’uomo vicino al WIPP? Non potrebbe invece essere interpretata come un invito così?

Un’altra idea fu quella di modificare l’architettura stessa del WIPP, inserendo elementi giganteschi e terribili, volti a instillare orrore e paura a chiunque vi si avvicinasse: spine, campi di stalagmiti letali e affilate, gigantesche torri, enormi blocchi e piramidi per bloccare gli ingressi. Il design del luogo doveva sfruttare istinti naturali come quello della paura e dell’ansia, per scoraggiare la presenza futura in quei luoghi. Eppure, gli stessi progettisti non riuscirono a decidere se tali temibili strutture avessero funzionato davvero come architetture della paura o se avessero instillato un profondo fascino, come degli antichissimi monumenti misteriosi – pensate alle piramidi o a stonehenge adesso. Due tendenze uguali e contrarie si stavano sfidando: il terrore e la fascinazione per il mistero. Come si progetta un luogo in modo tale da allontanare chiunque si avvicini? 

Scrive Vincenzo Grasso, in un articolo per Il Tascabile sui tentativi falliti di comunicazione tra umani e non-umani, scrive che “Dopo questa panoramica di tentativi votati al fallimento, nasce un dubbio: che nell’imbarazzante solitudine dell’Antropocene non siamo effettivamente alla ricerca di una forma di vita extraterrestre, ma che stiamo, in realtà, ancora alla ricerca di noi stessi”.

La stessa cosa si applica al nostro caso. Se i simboli non vanno bene, le illustrazioni non possono funzionare, e le strutture fisiche sono da scartare, cosa rimane per mandare un messaggio nel futuro? 

 

Don’t change color, kitty

Le quartier entier déménage quand le chat change de pelage

Antico proverbio francese

La parola greca per “segno”, sema, è anche la parola per “tomba”. ‹‹Dicono alcuni che il corpo è séma (segno, tomba) dell’anima, quasi che ella vi sia sepolta durante la vita presente; e ancora, per il fatto che con esso l’anima [semaínei] (significa) ciò che [semaíne] (intende esprimere), anche per questo è stato detto giustamente séma›› scrive Platone. Il problema della comunicazione futura racchiude i corpi, dunque le vite, ma anche i segni e le tombe, dunque le morti. 

Intorno alla metà degli anni ‘80, è nato il campo di ricerca della semiotica nucleare. Con i piani di interramento delle scorie radioattive, emerse negli Stati Uniti la questione di come avvertire le generazioni future del grande e durevole pericolo che si trovava in profondità. Divenne importante dunque un “sistema di marcatura” che potesse scoraggiare l’intrusione in un deposito “per i prossimi 10.000 anni”.

Nel 1984, il German Journal of Semiotics, pubblicò un inquietante documento chiedendo a semiologi e filosofi di imbarcarsi nella ricerca di un modo per comunicare messaggi che trascendessero le immense distanze temporali. Tra gli accademici che vi presero parte, c’erano il linguista Thomas Sebeok, lo scrittore Stanisław Lem e i filosofi Paolo Fabbri e Francois Bastide. Questo gruppo notò che l’unica cosa che può durare così tanto tempo sono le pratiche: la cultura materiale di una civiltà. Come già detto, l’ebraismo è durato quasi tremila anni, e le pratiche – le tradizioni – vengono tramandate di generazione in generazione. Thomas Sebeok dunque propose la creazione di una Chiesa Atomica, un gruppo di esperti i cui membri verrebbero sostituiti tramite nomine da un consiglio. Simile alla Chiesa Cattolica – che ha conservato e autorizzato il suo messaggio per quasi 2000 anni – questa Chiesa Atomica avrebbe dovuto preservare la conoscenza dei luoghi e dei pericoli delle scorie radioattive creando riti e miti sulle aree proibite e le successive conseguenze. 

La soluzione di Fabbri e Bastide, invece, era ancora più speculativa. I due accademici proposero lo sviluppo di cosiddetti “gatti bioluminescenti“. I gatti hanno una lunga storia di convivenza con gli esseri umani, resistono dall’Antico Egitto ad oggi, più di quanto qualsiasi altra cosa sia durata, e questo approccio presuppone che il loro addomesticamento continuerà indefinitamente. Dunque, questi gatti bioluminescenti avrebbero dovuto cambiare significativamente di colore quando si sarebbero avvicinati alle emissioni radioattive e servivano come indicatori di pericolo viventi. Tuttavia, per rendere il modello funzionante, l’importanza dei gatti sarebbe dovuta essere fissata nella coscienza collettiva attraverso fiabe e miti, a loro volta trasmessi attraverso la poesia, la musica e la pittura. Proprio come lo Human Security System di Nick Land, la Human Interference Task Force trovò nella cultura ciò che protegge l’essere umano dalla dissoluzione.

Fabbri e Bastide suggeriscono di affidarci al naturale istinto umano, al nostro bisogno di condividere, al nostro bisogno di raccontare storie, di scrivere canzoni, di fare arte. In breve, utilizzare queste inclinazioni per diffondere la leggenda dei radiogatti. Il folklore persisterà e continuerà ad essere ripetuto. E un giorno, 10.000 anni nel futuro, su ciò che resta del pianeta Terra, i radiogatti cammineranno sulla terra, cambiando colore, e ogni essere che conosce la storia lascerà quello che sta facendo e scapperà. La soluzione proposta dai filosofi è da un lato intelligente, dall’altro profondamente weird. Estremamente semplice, questa soluzione postula un’agency inumana all’interno delle storie – dei miti – che ci tramandiamo di generazione in generazione. Nel 2014 è stato prodotto un podcast, varie canzoni sono state scritte, è nato un progetto artistico e il mondo è venuto a conoscenza dei radiogatti. I nostri moderni sistemi di comunicazione su internet hanno semplicemente accelerato la fase due ed elevato il suo successo. La gente parla, i giornalisti parlano, gli scienziati iniziano a parlare. La fase due della proposta di Fabbri e Bastide ha avuto successo. Ma allora la domanda viene spontanea: cosa si nasconde dietro i prodotti culturali più antichi?

 

Fantasmi e Naufragi

Il 19 novembre 1941, al largo della costa autraliana, scomparvero 645 persone. La HMAS Sydney, la nave che li ospitava, era stata affondata. Eppure, il relitto non fu mai trovato.

Per 67 anni, il governo australiano ha impiegato le sue migliori risorse allo scopo di far luce sull’accaduto, inutilmente. Complotti e leggende iniziarono a circolare fra la popolazione su quello che è stato il più grande caso di informazioni perdute nella storia dell’ultimo secolo. Sommozzatori, marinai, ingegneri, forze dell’ordine, nessuno riuscì a trovare la verità. Il caso fu gravissimo, e la popolazione australiana rimase a lungo senza una risposta. 

Finché, nel 2008, due psicologi risolsero il mistero. 

Come è possibile? Cosa può fare la psicologia che non possono fare i sonar?

Questa è la storia di come, nelle leggende metropolitane, nei racconti, e nella cultura di massa, si nascondono informazioni incredibili, provenienti da un passato dimenticato – e di quali messaggi persi nel tempo ci portano, una volta decifrate. 

La HMAS Sydney era entrata in contatto con un’altra nave da guerra, la tedesca Kormoran. Dopo una battaglia durata trenta minuti, entrambe le navi affondarono, in due esplosioni che furono visibili da molti sulla costa australiana. I pochi sopravvissuti, da entrambe le parti, riuscirono ad arrivare sulla costa solo dopo molto tempo. I loro resoconti della battaglia, e del luogo preciso dell’affondamento delle navi non era per nulla affidabile. In più, numerosissime testimonianze furono raccolte dalle persone che assistettero alle esplosioni dalla riva, alimentando ancor di più la confusione. 

L’evento fu così traumatico ed importante, che le leggende sulla battaglia fra le navi e la loro distruzione continuarono a essere tramandate di generazione in generazione, fino a moltiplicarsi in migliaia di versioni diverse, che non avevano nulla in comune fra loro, alcune più vicine al mito che al resoconto. Eppure, dopo più di cinquant’anni, ed utilizzando tecnologie all’avanguardia, i relitti non riuscivano ad essere ritrovati. 

L’evoluzione culturale è una branca delle scienze cognitive che, in diretta opposizione alla memetica, si propone di studiare come le informazioni culturali si trasmettono e si modificano di generazione in generazione. Al contrario della memetica, l’evoluzione culturale non segue alla lettera l’analogia evoluzionistica darwiniana, non postula un’entità culturale minima (come il meme), non ritiene che l’imitazione sia l’unico meccanismo di trasmissione culturale ed utilizza i metodi della biologia delle popolazioni e delle scienze cognitive invece che della genetica per modellare la trasmissione di informazioni. Kim Kirsner e John C. Dunn, nel 2008, decisero di applicare questi metodi per vedere cosa si nascondeva dietro le innumerevoli leggende riguardo il naufragio dell’HMAS Sydney e della Kormoran. Innanzitutto, tracciarono ogni possibile variante esistente della storia e le confrontarono tra loro, cercando gli elementi in comune e gli elementi in disaccordo. Così, procedendo cladisticamente, individuarono nove diversi nuclei tematici. Così a partire da questi, procedettero a ritroso, confrontandoli con i racconti iniziali dei superstiti ed incrociando i dati con le testimonianze geografiche. Alla fine scoprirono che tutte queste testimonianze eterogenee potevano essere ricostruite in una megatestimonianza unitaria e coerente, e, dal punto di vista delle coordinate marine, estremamente precisa. Qualche mese più tardi, dopo sessan’tanni di ricerche, le due navi vennero ritrovate a soli 5km dal punto predetto dagli psicologi. 

Il punto è che innumerevoli informazioni si nascondono nelle storie che raccontiamo tutti i giorni, basta solamente saperle cercare. Lo psicologo Frederic Bartlett, pioniere dell’evoluzione culturale, già all’inizio del ‘900 aveva condotto degli studi su alcune leggende “sovrannaturali”, scoprendo che molte avevano origine da eventi completamente mondani – e fu in grado di ricostruirli con una precisione spaventosa. Quello che succede è che, nelle testimonianze di alcuni eventi, la memoria col passare del tempo aggiunge inconsciamente informazioni irrilevanti, esagera dettagli circostanziali, le informazioni vengono corrotte col passare da una generazione all’altra, alcuni altri dettagli vengono adattati al tempo e così via in un gioco del telefono intergenerazionale. Questo approccio però ci suggerisce che davvero l’unico modo per comunicare col futuro lontano è lasciare penetrare in qualche modo il messaggio in un pezzo rilevante di cultura. I miti, le leggende, le storie, o più in generale, le pratiche narrative, sarebbero dunque una sorta di impalcatura cognitiva, sulla quale le nostre psicologie si appoggiano per svilupparsi. La cultura, infatti, può modificare le persone in maniera indipendente dalle differenze genetiche. Come scrive Joseph Heinrich, psicologo, e autore di WEIRD:

Per esempio, se state leggendo questo articolo significa che il vostro cervello è stato alterato. Nello specifico: il vostro corpo calloso si è ispessito; la parte di corteccia prefrontale coinvolta nella produzione del linguaggio si è modificata; il processo di riconoscimento facciale si è spostato dall’emisfero sinistro all’emisfero destro, riducendo parecchio la vostra capacità di identificare i volti. Il tutto per sviluppare un’abilità che la nostra società stima molto: la lettura, appunto.

In un articolo sul Tascabile, Laura Antonella Carli commenta il paragrafo precedente così: 

Circa 10.000 anni fa la domesticazione di piante e animali selvatici ha permesso lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento. Secondo Henrich all’uomo è successo qualcosa di simile: l’evoluzione culturale ha innescato un processo di auto-domesticazione che ha trainato la nostra evoluzione genetica rendendoci più docili, socievoli e capaci di attenerci a un sistema di regole sociali fatte rispettare dalla comunità. È inutile quindi contrapporre “biologia” e “psicologia”. Geni e ambiente si influenzano in modo reciproco, la cultura è in grado di riprogrammare fisicamente il nostro cervello e così facendo modella il nostro modo di pensare. E influenza, di conseguenza, il corso della storia.

Chissà, dunque, quale tipo di informazione potrebbe celarsi dietro le storie religiose, o i miti dell’epoca classica…

 

Conclusione

Alla fine, la semiotica nucleare è un campo di studi ancora aperto. Né la Human Interference Task Force, né il Journal of Semiotics sono riusciti a trovare una prassi da standardizzare per comunicare il rischio di sversamento di scorie nucleari nel lontanissimo futuro. La centrale nucleare finlandese di Onkalo utilizza il messaggio riportato nel primo paragrafo. Il WIPP, invece, alla fine ha deciso per una soluzione simile.

Vicino al WIPP sarà costruita una “Hot Cell”: una struttura in cemento armato che si estende per una sessantina piedi sopra la terra e trenta piedi in profondità. “Hot” perché ospiterà ospiterà piccoli campioni di rifiuti radioattivi interrati, così da dimostrare la radioattività di ciò che è sepolto molto più giù. All’interno del perimetro della barriera sarà costruita una camera informativa costruita in granito e cemento armato, progettata per durare almeno 10.000 anni. La camera sarà equipaggiata da lastre di pietra in cui saranno saranno iscritte più mappe, linee temporali e dettagli scientifici sulle scorie e dei suoi rischi, scritti in tutte le attuali lingue ufficiali dell’ONU e in Navajo. Dunque, man mano che passa il tempo e si alternano le generazioni, questa stanza verrà aggiornata per tenere viva la memoria del messaggio. Seppellito direttamente sotto questa camera informativa, infatti, ci sarà l’effettiva stanza dello stoccaggio delle scorie. Quattro piccole entrate, ognuna assicurata da una porta di pietra scorrevole. Qui ci saranno messaggi di avvertimento tagliati nella nella pietra. Il testo, nella sua versione italiana, è paurosamente simile alla soluzione di Onkalo – e, come ad Onkalo – sembra una poesia horrorifica sui demoni creati dall’uomo:

Vi diremo cosa c’è sottoterra, 

perché non dovreste disturbare questo posto, 

e cosa potrebbe succedere se lo fate.

Questo sito era conosciuto come WIPP (Waste Isolation Pilot Plant Site) quando fu chiuso nel 2038.

Le scorie sono state generate durante la produzione di armi nucleari.

Armi nucleari, chiamate anche bombe atomiche.

Crediamo di avere l’obbligo di proteggere le generazioni future dai pericoli che abbiamo creato.

 

Questo messaggio è un avvertimento di pericolo.

 

L’idea dietro questo tipo di soluzione è che qualsiasi civiltà del futuro sia in grado di arrivare sin lì, sarà ipso facto anche tecnologicamente abbastanza avanzata da rilevare le radiazioni nucleari e dunque da capire a cosa sta andando incontro. In un certo senso è una prospettiva ottimista: esclude il caso che una guerra o qualche altra catastrofe futura possano portare l’umanità a regredire dal punto di vista tecnico o culturale. Forse, vedendo la piega che la storia sta prendendo in questi giorni, è una prospettiva fin troppo ingenua. Nel dubbio, siate prudenti. Se vedete un gatto emettere una strana luce, scappate. 


MARCO MATTEI (FROSINONE, 1997 – TORINO, ANCORA PER MOLTO) HA TANTE IDEE MA SCRIVE RARAMENTE. I SUOI TESTI SONO APPARSI SU KAIAK, RADIO 3, LEGANERD E COSMOS.ART. HA COLLABORATO CON L’INSTITUTE OF THE COSMOS PER LA BIENNALE DI RIGA ED È TRA LE FIRME DEL PROGETTO INSTAGRAM REINCANTAMENTO. SI INTERESSA DI MENTE, NATURA E SOCIETÀ, MA SOPRATTUTTO DI PATAFISICA.

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