La paralisi nel sonno

Circa una persona su tre ha vissuto un episodio di paralisi nel sonno. Per una minoranza di queste, alcuni sintomi come la paralisi, il panico e le presenze malvagie sono il preludio a una fase ancora più spaventosa, in cui il sistema di sicurezza tra realtà e fantasia collassa e scoppia il finimondo. Per questo la paralisi nel sonno è stata nei secoli fonte di miti, dai demoni notturni degli antichi sumeri ai Succubi e Incubi ninfomani del folclore medievale e alla strega notturna di Terranova.


IN COPERTINA e nel testo, Roberto Coda Zabetta, Senza titolo (2007) – Acrilico su tela – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da Scura è la notte, lumiose le stelle di Paul Broks. Ringraziamo Atlantide per la gentile concessione.


di Paul Broks

«Carla!». 

Carla si sente chiamare per nome nel sogno, ma non è questo a svegliarla. È il gatto che si muove felpato sulla sua spalla; deve essere entrato dalla finestra. Prova a girarsi ma non ci riesce. I suoi arti sono esanimi. È paralizzata. Muove solo gli occhi, che scovano un estraneo in piedi sulla porta. Il suo cuore sussulta, ma l’uomo si limita a guardare disinteressatamente la stanza e poi prosegue per la sua strada. Ai suoi piedi c’è un piccolo baio, delle dimensioni di un cane. Sono solo i primi intrusi. Ora nella stanza c’è un ronzio elettrico e appare un vecchio con le fattezze di uno gnomo. Di fianco a lui, all’altezza della cintola, è accucciata una creatura per metà ragno e per metà granchio. Il vecchio si avvicina a Carla con passi piccoli e veloci. Si piega verso di lei e le sputa forte sulla palpebra. La donna sente l’impatto e l’umidità. Poi le dita di lui sul collo. 

Carla è bloccata in uno stato di paralisi nel sonno. Il tempo può rallentare fin quasi a fermarsi. Era questo a turbare il suo amico Joe, un altro giovane affetto dallo stesso problema. Trenta secondi, aveva detto, possono sembrare ore. Questo aspetto era causa di grande preoccupazione. Se la mente è in grado di dilatare i secondi fino a renderli ore, perché non anche giorni? E se giorni, perché non anni? 

«Carla».
Adesso è una voce mesta, lieve e gentile a chiamarla, la voce 

del padre. Lui si piega e la bacia sulla fronte. Un gesto tenero, ma lei è bloccata, non può rispondere, non riesce a muoversi. Niente, neanche un dito, nemmeno un millimetro. Carla è intorpidita in una bara. Ora è dentro la terra. Sente la pressione attorno. Non c’è aria da respirare. 

E se anni, perché non l’eternità? 

Siamo in un pub di Londra e, davanti ad alcune pinte di stout, ci stiamo raccontando storie di paralisi nel sonno, ma non posso competere con Carla. In confronto, i miei episodi sono insulsi. Seguono la progressione tipica: iniziano con un sibilo ronzante nelle orecchie, poi ci sono paralisi e panico. So soltanto che c’è qualcosa di malvagio nascosto nel buio e sono terrorizzato, nonostante tutti i tentativi di aggrapparmi a una prospettiva razionale. È la paralisi nel sonno! È innocua! Immagino l’attività cerebrale: l’aumento di flusso sanguigno nell’emisfero destro non razionale; l’amigdala (preposta a rilevare le minacce) che va su di giri. Non fa alcuna differenza. Ma, per me, è tutto qui. La mia esperienza non arriva fino all’apparizione spaventosa di streghe, goblin e ghoul. E mi sarà capitato cinque o sei volte in tutta la vita. Carla MacKinnon, una trentaduenne intelligente e con la testa sulle spalle, lo sperimenta cinque o sei volte a settimana. Carla è una regista che, svolgendo delle ricerche per un cortometraggio sulla condizione che l’affligge, ha raccolto le testimonianze di un considerevole gruppo di persone, alcune delle quali hanno avuto esperienze persino più estreme delle sue. 

La paralisi nel sonno è un sintomo della narcolessia, un raro disturbo neurologico che causa un’eccessiva sonnolenza diurna. La maggior parte di chi, come Carla, è colpito da questo tipo di paralisi non è però narcolettico. Né malato di mente, come spesso si teme. Circa una persona su tre, a un certo punto della sua vita, vive un episodio di paralisi nel sonno. Può essere causato dai cicli irregolari di sonno-veglia o da un consumo eccessivo di alcol. Per una minoranza di queste, la paralisi, il panico, le presenze malvagie (e talvolta una sensazione di schiacciamento) sono solo il preludio a una fase ancora più spaventosa in cui il sistema di sicurezza tra realtà e fantasia collassa e scoppia il finimondo. È come se venisse aperta qualche stanza dell’inconscio collettivo e ne uscissero fuori tutti gli archetipi mostruosi: streghe, vampiri, goblin, demoni e ogni altra strana creatura. 

La paralisi nel sonno è fonte di miti, dai demoni notturni degli antichi sumeri ai Succubi e Incubi ninfomani del folclore medievale e alla strega notturna di Terranova. Nella mitologia dei nativi del Sudamerica troviamo il delfino, o bonto, del Rio delle Amazzoni, che cambia forma e di notte diventa un uomo che fa sue le donne che riposano a letto. Deve indossare un cappello per nascondere il suo sfiatatoio che, nonostante la mutazione, rimane dov’è. Gli antichi greci avevano Efialte, un’altra figura capace di assumere forme diverse per minacciare le sue vittime ma che veniva comunemente identificato con Pan, il lussurioso dio della natura selvaggia che con le sue corna e i suoi zoccoli diventò simbolo del demonio nell’Europa medievale. I demoni dell’era spaziale, i “Grigi” extraterrestri che ricorrono nei racconti di rapimenti alieni, sono l’ultima incarnazione dei malvagi incursori notturni. 

La paralisi nel sonno è uno stato inconsueto e inquietante nel quale cadere, ma fermiamoci a riflettere sulla stranezza del sonno ordinario. Se dormite una media di otto ore a notte e vivete ottant’anni, avrete dormito per buoni ventisei anni della vostra vita, e per circa un quarto di quel tempo avrete sognato, il che vuol dire che avrete passato più o meno sei anni e mezzo a girovagare in un mondo di immagini involontarie e logiche disarticolate. Ogni notte ci mettiamo a letto e perdiamo il contatto con la realtà, e con noi stessi, fino a quando, al mattino, il nostro cervello riunisce nuovamente i fili del sé e del mondo, preparandoci a un altro giorno di coscienza ordinaria nel mondo ordinario. A pensarci è piuttosto bizzarro. La scoperta dell’andamento di fondo dell’attività cerebrale ha in un certo senso accresciuto il mistero del sonno. 

Gli studi scientifici sul sonno si svilupparono negli anni Cinquanta con il lavoro di due fisiologi di Chicago, Eugene Aserinsky e Nathaniel Kleitman. I loro strumenti di indagine primari furono l’elettroencefalogramma (eeg), che registra l’attività elettrica del cervello attraverso elettrodi applicati sullo scalpo, e l’elettrooculogramma (eog), che misura il movimento degli occhi. Combinando i due metodi, scoprirono che il sonno ha un’elaborata architettura nascosta. Lungi dall’essere un semplice spegnimento, un sonno notturno ordinario è un viaggio attraverso cicli di attività cerebrale ben definiti, ognuno dei quali ha una progressione strutturata di cambiamenti di onde cerebrali eeg. Ma il dato più rilevante venne dalle registrazioni dei movimenti oculari. Già si sapeva che gli occhi di chi dorme a volte si spostano a destra e a sinistra sotto le palpebre. Ciò che scoprirono i ricercatori di Chicago fu che questi movimenti erano associati a uno specifico, e sorprendente, schema di attività cerebrale, e anche al sogno. Su questa base divisero il sonno in due tipi. Il sonno rem (Rapid Eye Movement) è la fase in cui gli occhi e il cervello hanno un’elevata attività. Di solito si manifesta circa novanta minuti dopo l’inizio del sonno. La cosa straordinaria è che le onde cerebrali a frequenza mista e di basso voltaggio associate alla fase rem (onde beta) sono simili allo schema della veglia. Per questo motivo il sonno rem viene definito talvolta sonno “paradossale”. Se da tutti i punti di vista la persona sembra addormentata, il suo cervello risulta però in piena attività. Prima di arrivare alla fase rem, il soggetto è passato attraverso tre fasi di progressivo addormentamento, ognuna delle quali caratterizzate da un diverso eeg ma senza movimenti oculari. Si tratta del sonno nrem (non-rem), durante il quale si possono presentare dei sogni che sono però meno vividi e più difficili da ricordare, con un contenuto narrativo minore e sono privi della qualità surreale di molti sogni rem. Un’altra importante differenza tra i due tipi di sonno è che quello rem si accompagna a una paralisi muscolare, la cosiddetta “atonia”, che praticamente paralizza la persona. Al contrario, nel sonno nrem i muscoli volontari sono perfettamente funzionanti, ed è nello stadio profondo con onde molto lente della fase nrem che possono presentarsi fenomeni come il parlare nel sonno, il sonnambulismo e l’enuresi notturna dei bambini. 

L’ordinaria coscienza di veglia è ampiamente strutturata e vigorosamente orientata verso l’ambiente esterno, con sensi vigili e calibrati. Se i nostri muscoli scheletrici sono funzionanti, siamo in grado di agire nel mondo secondo le nostre percezioni e intenzioni. Durante il sonno rem invece, con i sensi assopiti, la coscienza è focalizzata verso l’interno; non siamo consapevoli del mondo esterno, e i muscoli scheletrici sono inibiti. Nella paralisi nel sonno sembra esserci una sovrapposizione tra insonnia e sonno rem, tale che la coscienza risulta recettiva sia verso l’interno che verso l’esterno, il reale e l’onirico, mentre i muscoli sono bloccati come sempre nello stato rem. Per questo il cervello di Carla si ritrova inceppato tra sonno e veglia. Su un piano, pienamente cosciente, lei vede nel dettaglio la sua stanza da letto e ciò che vi si trova, ma altre parti del suo cervello sono incastrate nel sogno. È intrappolata e indifesa. L’atonia muscolare del sonno rem ci impedisce di agire nei nostri sogni. Nella paralisi nel sonno diventa una camicia di forza. Le apparizioni frequenti in questa condizione sono state descritte come proiezioni dei sogni nell’ambiente reale, il che potrebbe essere appropriato, ma in un certo senso sono quasi non oniriche. I sogni ordinari sono in gran parte visivi, mentre le allucinazioni della paralisi nel sonno coinvolgono tutti i sensi. Carla ha percepito le dita di un vecchio sulla sua gola. Ha sentito i suoi bisbigli scellerati e ha annusato il suo respiro. 

Roberto Coda Zabetta, Senza titolo (2007) – Acrilico su tela – Asta Pananti in corso

I sogni implicano, in larga parte, interazioni con altri umani, ma il mondo delle paralisi nel sonno è popolato dai frutti dell’immaginazione e da personaggi del folclore popolare. 

La letteratura del diciannovesimo e ventesimo secolo contiene numerose descrizioni di esperienze simili, incluse le opere di Thomas Hardy, Herman Melville, F. Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. Il racconto di Guy de Maupassant L’Horla, pubblicato nel 1887, ne è un esempio famoso. Si tratta della storia di un ricco uomo che inizia a perdere la ragione dopo aver salutato d’impulso uno stupendo battello bianco che passava lungo la Senna. E finisce per credere che quell’azione innocente abbia agito come un invito per un essere malefico soprannaturale a infestare la sua casa e la sua mente. Infatti comincia ben presto ad avere incubi di un invisibile creatura che gli si avvicina mentre dorme e tenta di strangolarlo, «sale sul mio letto, […] si inginocchia sul mio petto, […] mi prende il collo tra le mani e stringe… stringe… con tutta la sua forza per strangolarmi». Sembra che la creatura sia il precursore di un’orda di alieni che vuole distruggere la razza umana. Dal momento che aveva seguito le lezioni tenute dall’eminente neurologo Jean-Martin Charcot all’ospedale Salpêtrière di Parigi, Maupassant aveva una certa competenza in psicologia e neurologia e il suo acume psicologico fu oggetto di grande ammirazione da parte di Nietzsche. Ma la descrizione della paralisi nel sonno contenuta ne L’Horla si basa probabilmente tanto sulle esperienze dirette quanto sul sapere accademico. Con l’aggravarsi della sifilide, Maupassant divenne particolarmente incline ai disturbi del sonno, alle allucinazioni e ai pensieri paranoici. Questo racconto di una mente che si disintegra venne costruito mentre il cervello stesso dell’autore andava disintegrandosi. 

In Dracula di Bram Stoker c’è una descrizione della paralisi nel sonno quasi da manuale. Ecco il racconto del primo incontro di Mina Harker con il vampiro: 

Nella stanza c’era la stessa nebbia biancastra che avevo notato in precedenza. […] Provavo lo stesso vago terrore che avevo già sperimentato prima, la stessa sensazione di una presenza estranea. […] E allora, mi sono sentita mancare il cuore: accanto al letto, come se fosse uscito dalla nebbia – o meglio, come se la nebbia si fosse trasformata nella sua figura […] – si drizzava un uomo alto, magro, tutto vestito di nero. […] Avrei voluto urlare, ma ero come paralizzata. 

La progressione di Mina, che passa dalla paura alla percezione di presenze e forme fisiche minacciose agglomerate nell’ombra o nella nebbia, è tipica di molti racconti sulla paralisi nel sonno. 

Un punto centrale della tradizione dei vampiri, effettivamente creata da Bram Stoker, è l’idea che queste creature non si riflettano negli specchi. Questa scoperta viene fatta dal marito di Mina, Jonathan, durante la sua permanenza nel castello del conte Dracula in Transilvania: 

Avevo appeso accanto alla finestra il mio specchio da barba, e stavo per rasarmi. Improvvisamente ho sentito una mano sulla spalla. […] Ho sussultato, stupito di non averlo visto, giacché nello specchio si rifletteva tutta la stanza alle mie spalle. […] Questa volta, non potevo sbagliare, quell’uomo mi stava accanto, girandomi potevo vederlo. Ma la sua immagine non si rifletteva nello specchio! 

Grazie a Carla mi sono imbattuto in un caso di paralisi nel sonno che mi è subito sembrato l’equivalente reale dell’immaginazione gotica di Stoker, la precisa fusione delle esperienze letterarie di Mina e Jonathan. Quando aveva appena vent’anni a Francine, sviluppatrice trentenne, venne diagnosticata una forma di narcolessia. Un fine settimana, a casa di un amico dal quale era rimasta a dormire, fu protagonista di un episodio di paralisi nel sonno particolarmente spaventoso che culminò con l’apparizione di una strega dai capelli selvaggi e gli occhi infuocati. La strega si materializzò nell’ombra, si avvicinò rapida ai piedi del letto e con un balzo l’aggredì violentemente con sputi, imprecazioni e affondando le unghie affilate nel suo collo. Al culmine dell’attacco, Francine girò lo sguardo verso il grande specchio appoggiato al muro di fianco. Vide la stanza nella penombra dell’alba, e si osservò stesa immobile sul letto. Non c’era nient’altro. Tutto era calmo. Nessuna traccia della strega. Da un certo punto di vista l’osservazione è ordinaria, conferma solo che, per quanto terribilmente reali possano sembrare, le allucinazioni ottiche non fanno parte del mondo fisico e oggettivo. Sono esperienze soggettive. Eppure quando immagino la scena, con il furore nella stanza e la quiete nello specchio, non posso fare a meno di sentire un brivido perturbante. È come se, attraverso gli occhi di Francine, una parte di me si convincesse della realtà del mostro. Ma sarebbe stato così sorprendente se la strega fosse apparsa riflessa nello specchio? Se il nostro cervello è in grado di evocare allucinazioni multisensoriali intensamente realistiche (una persona affetta da paralisi nel sonno mi ha detto che le creature sono “reali come il reale”), si potrebbe pensare che gli basterebbe fare un passo in più per far apparire anche i riflessi nello specchio. Ma a quanto pare non può. Gli specchi, come le macchine fotografiche, non mentono, e quello appoggiato al muro della stanza di Francine era il portale della realtà. Lo specchio di Alice al contrario. 

Nel modo in cui fonde fantasia e realtà, forse la paralisi nel sonno apre una finestra su un’antica dimensione dell’esperienza, oggi ampiamente dimenticata: la realtà immaginale all’origine di tutte le creazioni di miti. La prima volta che ho incontrato l’espressione “realtà immaginale” è stato nel libro di James Hillman Pan and the Nightmare, che contiene una lunga citazione di un articolo di Charles Boer in cui il mitologo afferma che, fino al quinto secolo avanti Cristo, i greci percepivano i loro dèi come entità visibili, udibili e tangibili. Non erano semplici personificazioni di idee astratte. Quando Pan apparve a Fidippide sul monte Partenio lo fece davvero, e diede veramente voce alle sue rimostranze verso gli ateniesi, proprio come avrebbe fatto un essere umano in carne e ossa. Hillman sostiene che per millenni le figure divine e demoniache sono state percepite come presenze reali tangibili, «ma la Weltanschauung scientifica, operando una cesura tra l’osservatore e ciò che viene osservato, ci ha distaccato da questa testimonianza, e le sue prove sono diventate pensiero magico, credenze primitive, superstizioni e follie». Non credo che qualcuno stia insinuando che Pan avesse una presenza fisica tale che si sarebbe potuto mettere sulla bilancia per pesarlo. Ma va presa in considerazione l’idea che l’esperienza di Fidippide ecceda i confini dell’immaginazione moderna e forse anche la nostra attuale comprensione della parola “allucinazione”. 

Per riallacciarsi a un concetto che ho messo in campo prima, prendiamo per buona la distinzione tra realtà e immaginazione e diciamo (in maniera banale, ma credo incontrovertibile) che la realtà è ciò che continua senza di noi dopo che siamo morti, mentre l’immaginazione si spegne con noi. Ora, si può suddividere la realtà in tutti i modi che vogliamo – fisica, sociale, concettuale, ecc. – ma nella sua essenza è qualcosa di indipendente dalla mente individuale, e quindi più oggettiva che soggettiva, più esteriore che interiore. Quando io e voi ce ne saremo andati, il mondo andrà avanti senza di noi. E andrebbe avanti, almeno da un punto di vista fisico, anche se tutta la vita sulla terra venisse improvvisamente distrutta da una catastrofe cosmica. Al contrario la fantasia – immagini e ragionamento controfattuale (“e se”) compresi – è interiore e soggettiva. Grazie al linguaggio e all’arte potremmo, in una certa misura, condividere i prodotti dell’immaginazione, ma la fonte dell’esperienza immaginativa è inviolabilmente privata. Proprio in questo momento sto facendo apparire nella mia mente un’immagine assurda. Posso senz’altro dire che nessuno nella storia si è mai raffigurato questa scena, e mai lo farà. Non dirò di cosa si tratta. Rimarrà un segreto, e alla mia morte il ricordo di quest’immagine assurda scomparirà con me (se non si sarà prima affievolito a causa del decadimento cerebrale). Ecco cosa intendo quando affermo che l’atto di immaginare è inviolabilmente privato e interiore. Il mondo continuerà a girare attorno al sole, ma il mio piccolo lampo di assurda immaginazione ci sarà stato e sarà scomparso, ignoto e inconoscibile a chiunque altro. 

In un certo senso, riesco a proiettare ciò che immagino nel qui e ora, nel mondo reale. Potrei, per esempio, raffigurare Kate in piedi accanto a me. Posso immaginare una conversazione con lei. Ma si tratta di una debole e pietosa rappresentazione di ciò che è stato. Non posso percepire il calore della sua mano, o sentire il ritmo della sua voce. E lei non potrebbe dire niente di veramente sorprendente, divertente o istruttivo, perché sono io a dare vita alle sue parole. In questo allestimento scenico, realtà e immaginazione si bilanciano ma rimangono categoricamente distinti. La stanza in cui mi trovo ha la qualità comune e realistica dell’esteriorità, l’immagine mentale di mia moglie no. Nonostante mi sforzi di riportare in vita i dettagli più accurati, tutto rimane miseramente attenuato rispetto alle forme e ai colori degli oggetti nella stanza. 

La realtà imaginale, come sto cercando di formularla, è la fusione di immaginario e reale, e non una semplice giustapposizione. È un collasso parziale della separazione tra interiore ed esteriore e, in una certa misura, tra soggettivo e oggettivo. L’immagine e il ragionamento vengono proiettati, involontariamente e con grande vivacità, nel mondo reale e sono quindi percepiti come esterni al sé. Nella realtà immaginale, invece di essere una pallida e spettrale immagine interiore, Kate sarebbe stata in piedi accanto a me, reale come il reale. Avrei percepito il calore della sua mano e sentito il ritmo della sua voce. Mi avrebbe anche detto delle cose che non sapevo o a cui non avevo mai pensato. 

Se ordiniamo tutte queste esperienze per portata di indipendenza (volontario/involontario), di intensità (realistico/attenuato) e di posizione (interiore/esteriore) possiamo distinguere l’immaginazione, i sogni ordinari e la realtà immaginale nel seguente modo. I prodotti dell’immaginazione sono volontari, tenui e interiori. Per esempio, Carla immagina di essere accolta dal cane di un amico. Evoca l’immagine di un cane che scodinzola, ma è un’immagine pallida rispetto alla vista di un vero cane scodinzolante. Non c’è dubbio che l’abbia inventata ed esperita nella sfera della sua mente cosciente. Le immagini oniriche invece sono involontarie, e in qualche modo più vivide e legate a una percezione esteriore, come se ci entrassimo dentro e venissimo avvolti da un mondo diverso. Carla sogna di essere inseguita per strada da un cane rabbioso. Non ha costruito questa situazione volontariamente, come accaduto invece per l’incontro con il cane dell’amico. È stata gettata in questa situazione senza aver voce in capitolo, e in qualche misura la percepisce reale, o quantomeno abbastanza reale da provare paura. Eppure è un’esperienza priva della qualità multisensoriale, tridimensione e piena, che contraddistingue l’essere inseguiti da un cane rabbioso nella vita reale. E ora che ci penso, anche l’ambientazione non è proprio quella giusta. Svoltato l’angolo, Carla si ritrova nella via dove è cresciuta da bambina. Sembra irreale. I sogni lo sono. Sono onirici. 

Le apparizioni delle paralisi nel sonno hanno una struttura vivida e complessa, dettagli multisensoriali (“reali come il reale”) e avvengono all’esterno, in un’ambientazione reale che può essere osservata e analizzata mentre i mostri si danno da fare con le loro malvagie attività. Carla vede, ascolta e annusa il vecchio estraneo con le fattezze da gnomo. Percepisce l’umido del suo sputo e la pressione delle dita sulla gola. I mostri hanno una loro autonomia nella misura in cui sembrano parlare e agire con un’intenzione che non è controllabile dalle loro vittime, ma del resto è quel che fanno anche i personaggi meno realistici dei sogni ordinari. Ciò che li rende “reali” in maniera così convincente è la combinazione letale di intensità multisensoriale, autonomia e comparsa in un’ambientazione vera. Anche se quest’esperienza ha tutte le qualità dello stato di coscienza vigile, le apparizioni deviano dalla realtà perché, nonostante l’evidenza sensoriale stringente, sono comunque soggettive. Non può vederle nessun altro. Non si riflettono negli specchi. Non continuano senza di te dopo che sei morto. 

Le allucinazioni delle paralisi nel sonno sono abbastanza convincenti e spaventose, ma le definirò la “versione debole” della realtà immaginale e, spingendoci oltre in direzione degli dèi greci, avanzerò l’ipotesi che possa esserci anche una “versione forte”. In quella debole, le apparizioni sono vissute come esteriori e hanno un grado di autonomia terrificante perché eccedono il controllo volontario del soggetto, ma si tratta di semplici allucinazioni – proiezioni irrazionali e subpersonali della mente inconscia. Sono autonome nella misura in cui saltano fuori da sole e si presentano accanto a percezioni reali (per parafrasare la definizione di “allucinazione” del filosofo e psicopatologo Karl Jaspers) ma, al netto di questo, sono irrazionali e totalmente soggettive. Nella versione forte della realtà immaginale, superano questa sensazione di irrazionale e limitata autonomia. Hanno una parvenza di senno. In un certo senso sono extrapersonali (ovvero, indipendenti dalla mente della persona) e non subpersonali, e hanno quindi un certo grado di presenza oggettiva. Come dirà qualsiasi persona affetta da paralisi nel sonno, queste creature hanno negli occhi un bagliore di senzienza, lo sguardo intelligente e determinato a fare del male; ma questi racconti, per quanto convincente possa essere la percezione su cui si basano, non forniscono alcuna prova del fatto che i mostri abbiano una loro precisa intenzionalità. E io non sto insinuando che la abbiano. Affatto (sarebbe la “versione molto forte”). Ciò che sto cercando di dire è che per un certo periodo, nell’antica Grecia, deve esserci stata una specie di via di mezzo tra il soggettivo e l’oggettivo, qualcosa nella mentalità e nella cultura greca che ha reso sensibili alle allucinazioni multisensoriali di figure archetipiche – gli dèi – la cui funzione era influenzare il comportamento dell’uomo con consigli, indicazioni e avvertimenti. In tal senso, gli dèi avevano un certo grado di individualità indipendente. 

Se tutto ciò ha una qualche credibilità (e lo so che si tratta di un grande salto speculativo) allora la paralisi nel sonno e le sue apparizioni archetipiche potrebbero presentarsi come un modello della psicologia satura di dèi della mentalità greca. Noi moderni diamo per scontato che ognuno abbia un mondo intellettuale unico, privato e interiore, uno spazio interno in cui si sviluppano ricordi, pensieri, immagini e intenzioni: la sfera della coscienza. Potremmo presumere che la mente umana sia sempre stata strutturata così. Ma secondo il classicista Bruno Snell si tratta di una maniera relativamente nuova di pensare, che ha avuto inizio con i greci. Nel suo autorevole saggio intitolato The Discovery of the Mind in Greek Philosophy and Literature, Snell tratteggia la progressiva scoperta della vita mentale interiore, dai poemi epici di Omero, composti attorno all’ottavo secolo avanti Cristo, agli scritti di Platone. Secondo lo studioso, i progressi cognitivi della terza metà del primo millennio avanti Cristo portarono a una rivoluzione della mente, alla comprensione che abbiamo un mondo intellettuale unico e singolare alquanto distinto dal mondo esterno (gettando incidentalmente i semi del moderno “problema corpo-mente”, come vedremo in una successiva discussione sul tema della coscienza). La nostra scienza, la letteratura e la filosofia hanno origine proprio in questo periodo della civiltà greca. I greci non si limitarono a definire nuovi metodi di indagine, e nuovi temi di studio, ma crearono l’esatta concezione dell’uomo come essere intellettuale, individuale, introspettivo che riflette su se stesso. Come afferma Hillman, «Persino l’idea di un’idea è greca». Prima di quel periodo, i confini tra interiore ed esteriore, soggettivo e oggettivo, sé e altro, dovevano essere più fluidi. Saresti stato molto meno sicuro che pensieri, affermazioni e intenzioni appartenessero a te, perché era proprio la concezione e la percezione di “tuo” a essere più debole. 

Posso solo ipotizzare quanto ciò rendesse le persone più sensibili alle allucinazioni multisensoriali e invasive, fantasie fuse con la realtà. Eppure, quando si presentavano, le apparizioni degli dèi (aspetto, carattere e affermazioni modellate da chiare aspettative culturali) non dovevano avere solo la consistenza reale delle creature della paralisi nel sonno, ma anche una certa autonomia d’azione, vale a dire pensieri e intenzioni coerenti svincolati dalla volontà della persona affetta da allucinazioni. Questi pensieri e intuizioni, filtrati attraverso la cultura prevalente, erano modellati dal cervello individuale tramite però sistemi che operavano in maniera indipendente da quelli responsabili del mantenimento dei confini dell’ego (relativamente poroso), dell’“io” soggettivo, e quindi non venivano rivendicati come propri. 

Credo in questo modo di proporre null’altro che una variante dell’interpretazione psicotica delle allucinazioni acustiche come residui della “mente bicamerale” degli eroi omerici avanzata da Julian Jaynes. Nella sua ricostruzione della storia della coscienza, molto criticata (e secondo i detrattori totalmente squinternata), lo psicologo americano affermava che gli esseri umani hanno iniziato a sentirsi autori dei propri pensieri e delle proprie azioni solo di recente – dal secondo millennio avanti Cristo. Prima, i comportamenti erano guidati da voci allucinatorie percepite come esterne e di origine soprannaturale (anche se in realtà sorgevano dall’emisfero destro del cervello). «Nell’Iliade in generale non esiste coscienza», dice Jaynes a sostegno della sua tesi. «In generale, perciò, non vi compaiono neppure parole per designare la coscienza o atti mentali». Achille e Agamennone erano, a tutti gli effetti, degli automi – marionette degli dèi. 

Secondo Jaynes, la mente bicamerale (con due camere) dei nostri antenati proto-coscienti rifletteva una più ampia separazione funzionale degli emisferi cerebrali. Il fatto che noi oggi siamo autonomi e introspettivi non è dovuto a un cambiamento dell’hardware del cervello, bensì a sviluppi del software provocati da modificazioni sociali e culturali. Ma i residui della mentalità premoderna abbondano. Sono evidenti, ad esempio, nel desiderio universale di autorità e rituali religiosi. L’ipnotismo e le allucinazioni uditive associate alla schizofrenia sono altri casi citati da Jaynes. La sua psicoarcheologia potrebbe essere in parte sospetta, ma ci sono valide testimonianze per le quali in alcuni casi le voci sentite da psicotici sono dovute a una errata attribuzione del discorso subvocale. Il sistema esecutivo del cervello non riesce a monitorare alcuni componenti del processo di produzione del discorso, e la voce interiore assume vita propria. 

Non è necessario accettare tutte le speculazioni di Jaynes per essere stimolati dalla sua idea chiave, secondo la quale i più importanti cambiamenti storici sono stati guidati dall’evoluzione dell’autocoscienza. Lo psicologo americano ha senza dubbio avuto dei detrattori, ma la sua ampia visione teoretica ha attratto alcuni importanti ammiratori tra filosofi e scienziati cognitivi. Daniel Dennett, per esempio, prende molto sul serio l’idea di “archeologia del software” proposta da Jaynes. Ma, quali che siano i meriti dell’ipotesi della mente bicamerale, direi che le apparizioni multisensoriali della paralisi nel sonno ci avvicinano all’immagine degli dèi che si presentava alla mente greca più di quanto faccia la teoria delle allucinazioni del “cervello diviso” di Jaynes. Non sono sicuro che l’idea del cervello diviso sia utile a tal proposito. Per quanto riguarda la funzione cerebrale, ho avanzato l’ipotesi di un collegamento tra la paralisi nel sonno e il possibile sovrapporsi sonno rem/veglia, ma posso spingermi al massimo fino a qui. 


Paul Broks è uno scienziato e neuropsicologo inglese. Scura è la notte, luminose le stelle è il suo secondo libro.

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