Una storia d’amore che racconta l’arte di un secolo



La storia di Franco Gentilini e di sua moglie racconta del potere del colore e della rappresentazione 


In copertina: franco gentilini, dettaglio di Cattedrale (1973)  – Asta Pananti del 16 febbraio

di Simone Di Biasio

 

«A questo punto faccio tacere i miei Diari, troppo dettagliati, troppo penosi, quasi illeggibili. (…) Le lettere che noi non ci siamo scritte erano però racchiuse in ogni atto del nostro vivere comune e, per quanto mi riguarda, in ogni parola che ho pronunciato su di te in tutte le interviste che ho rilasciato e in ogni parola che ho detto parlando di te. Le sole due lettere che ti ho scritto le ho vergate dopo la tua morte, perché sono certa che tu le hai lette nel luogo nel quale ora ti trovi. Riposte in un angolo della libreria, forse qualcuno, trovandole un giorno, le leggerà. Ma questo farà parte di un’altra mia vita. La mia vita “oltre”».

 

La prima volta in cui ho incontrato Luciana Giuntoli Gentilini, moglie del pittore Franco Gentilini, era un piovoso pomeriggio d’aprile. In piazza Navona, a Roma, la facciata di Sant’Agnese e di fronte quella d’un palazzo in ristrutturazione: si specchiavano il bianco sporco architettonico della chiesa e la lucida promozione di smartphone made in China. A giganteggiare in mezzo il fontanone, quel cavallo con la sua postura e la luce delle sei a infilarsi nelle fenditure della scultura: ancora si guardavano in cagnesco Bernini e Borromini. Una pozzanghera rifletteva l’obelisco sopra i Quattro Fiumi, e i raggi filtrati dalle nubi ingrigivano l’aria che sul pavimento bagnato era d’un colore verdemare. Così ho incontrato gli occhi di Luciana, che sente ancora addosso quelli di Franco Gentilini, suo compagno per oltre dieci anni, conosciuto che ne aveva appena sei. Tutto, o quasi, raccontato in “Una vita oltre” (Silvana Editoriale, 2017).

Franco Gentilini è un pittore faentino classe 1909. Giovanissimo, lavora come apprendista ceramista: da qui proviene la maestria del colore. A vent’anni realizza un bronzo e una terracotta, ma restano tra i pochissimi esempi di scultura della sua produzione: la materia sarà tutta dentro la tela, nel disegno, nel gheriglio delle tinte. A Roma arriva nel 1931, dove divide con lo scultore Edgardo Mannucci uno dei suoi primi studi nella capitale, al numero 122 di via Flaminia. Vive con poco, spesso costretto a sfamarsi solo a sera inoltrata, quando razzia letteralmente le paste invendute dal barista di fronte allo studio. Dopo le prime sortite alla Terza Saletta del Caffé Aragno, entra in contatto con la scuola di via Cavour: il rosso allucinato di Scipione, l’espressionismo barocco del dipinto “Piazza del Popolo” del 1949, investono anche la sua ispirazione, così come lo influenzano il surrealismo e Chagall, da cui attinge quando inizia a frequentare assiduamente Parigi. Nella ville Lumiere si reca per la prima volta già nel 1930, per studiare dal vero gli impressionisti e Cézanne. Il successo arriva piuttosto in fretta: dopo la prima esposizione romana del 1933, due anni dopo è alla Biennale di Venezia, poi anche alla Quadriennale di Roma, città in cui si stabilisce e insegna al Liceo Artistico. Nel 1940 Gentilini sposa in prime nozze Stefania Giorgi, figlia d’un medico pisano nella cui casa per la prima volta incontra Luciana, quando va a presentarsi ai genitori di lei. La fa sedere sulle sue ginocchia, è appena una bambina con gli occhi verdemare e le trecce. «Come ti chiami?», «Luciana»; «allora tu sei Lucianina!». E sarà Lucianina per sempre, anche se non poteva immaginarlo. Si incontreranno di nuovo negli Anni Sessanta, si sposeranno nel 1970.

«Se c’è un surrogato dell’amore, è la memoria», scrive Iosif Brodskij in “Fuga da Bisanzio” (Adelphi, 1986) per descrivere l’accorato lavoro di Nadezda Mandel’stam che in due libri ripercorse e interiorizzò l’attività poetica del marito. Nadezda era «una vedova della cultura», e, come scrive ancora Brodskij, «se ripeteva giorno e notte le parole del marito morto, è certo che non lo faceva soltanto per comprenderle sempre più a fondo, ma anche per risuscitare la voce stessa di lui, le intonazioni che erano sue e di nessun altro, per procurarsi almeno la fuggevole sensazione della sua presenza». Non è difficile immaginare Luciana ripetere a voce alta i dipinti di Gentilini. Ripeterli, come versi. Anzi, lei confessa di avere una casa infestata di fantasmi, e che una volta di mattina presto aveva sentito un peso, come d’una persona appoggiata sul suo corpo mentre dormiva. Destatasi dal sonno, aveva visto quella figura guardarla in tralice da un angolo del salone: non s’era impaurita, piuttosto aveva preso a rincorrerla, ma svanì. Non si fatica a crederle, specie a credere che sia una delle figure gentiliniane ad essersi animata, alzata da un tavolo su cui stava giocando a carte o poggiando un bicchiere. Che si sia ritrovata, d’emblée, a Gentilinia, come Buzzati aveva definito in uno scritto («Le Chiese di Gentilinia») una città onirica e poetica, con 756 abitanti, nessun prete ma un gran numero di chiese, cattedrali, battisteri.

Le due amiche (1944) – Olio su tela

«Non sarei più riuscita a vivere in una casa che non avesse le pareti adornate dai tuoi dipinti, come erano allora le pareti della nostra abitazione di piazza Navona e come lo erano state quelle della precedente abitazione di via Gradoli. Ritornando col pensiero a quei giorni, oggi posso affermare con certezza che non si diventa la vedova di un pittore dall’oggi al domani. Ci vuole tempo, molto tempo, prima di imparare a districarsi non solo nella marea dei consigli, ma soprattutto nella marea delle proposte troppo spesso fatte in malafede, con lo scopo di carpire la mia fiducia per trarne un qualunque vantaggio». Franco Gentilini muore a Roma il 5 aprile del 1981, dopo aver tentato un “Autoritratto” commissionatogli dagli Uffizi. Non v’erano colori intensi, solo il bianco e il nero. Lei, Luciana, aveva presagito: «Tu sei il maestro delle tinte, perché vuoi consegnare un’opera così buia?». «Non vedo più il colore», le confessò il pittore. A guardare certi ritratti che Gentilini ha realizzato durante tutta la vita, specie quelli alla sua Luciana, s’intuiscono bene due cose: la cognizione del colore, tratto gentiliniano distintivo, e, di riflesso, l’enorme capacità di trasferire quel colore agli occhi del pubblico. Viene da pensare che sia stato proprio lui a donare il verdemare agli occhi di Luciana, e non il contrario. Da qui il rammarico del buio dell’assenza, il tono del vuoto che inizia a comparire col velarsi degli occhi del pittore. Eppure Luciana ha colmato quel dolore, ha colmato quel colore.

È mirabolante osservare come la galleria privata della lucente signora Gentilini si sposi con le pitture emerse dalle mura originarie del palazzo che la ospita, a proseguire un dialogo, un confronto primordiale radicato nei dipinti parietali della civiltà latina classica. Entrare nei diari di Luciana ed entrare dentro la sua casa è la stessa operazione: si varca una soglia di tempo e di devozione. Si accede al tempio del colore. Dapprima s’abbassa il capo in segno di riverenza, poi s’alzano gli occhi per guardare le opere che baciano le mura. In mostra c’è ancora Gentilini artista internazionale di chiara fama, che ha esposto da Venezia a Parigi a New York, ma anche in Giappone e in Brasile: «Non lavoro, sogno», era solito dire. Come nell’opera “Camera incantata”, il gioco prende possesso della sua maturità stilistica, forse riappropriandosi di una infanzia mai pienamente goduta. I suoi corpi si fanno via via più statuari, le scene stralunate, gli oggetti ritagli, scrostature, affreschi rinvenuti, «quel biancore delle mense spesse e calcinate che appaiono nel presbiterio di Sant’Apollinare in Classe» (L. de Libero, “Gentilini”, 1963). Nella presentazione del catalogo nel centenario della nascita il critico Claudio Strinati scrive: Gentilini «conosce le più importanti linee di tendenza, europee ed americane, ma sembra quasi fare apposta a presentarsi come uno sbalordito provinciale (…). Impone una sua linea dove l’ingenuità conduce alla saggezza e la semplificazione formale cela uno studio accurato e consapevole dell’articolazione dello spazio». Gentilini è «maestro del controllo», maestro del controllo del colore, come ci “raccontano” le cattedrali dipinte negli Anni Cinquanta.

La tecnica e le tinte della pittura gentilianiana si confondono con la vita: tagli, strappi (come con l’amico Orfeo Tamburi, «un equivoco durato cinquant’anni»), materia che s’ispessisce con sabbia di fiume e colla, erosioni e incisioni con oggetti appuntiti. Nel 1981 Gentilini muore a pochi giorni di distanza – incredibile caso – da Libero de Libero e Leonardo Sinisgalli, poeti che seguirono il suo intero percorso e lo interpretarono, ne scovarono la chiave di lettura, ne furono vasi comunicanti. Sinisgalli, ad esempio, scrisse questa nota che ben si confà anche all’opera gentiliniana: «La nostra ottica ci fa trovare logico l’angolo retto, ci fa trovare aberranti le altre possibili geometrie. Un universo fatto a forma di zucca non ci convince. Eppure tutto quanto nasce e cresce è storpio e strambo. Il corpo umano è un intruglio miserevole, gli alberi sembrano accidenti, i sassi eccezionali». Davanti agli occhi si parano allora le geometrie allucinate di piazza San Pietro o le forme oblunghe dei personaggi che abitano le sue case, o le piazze coloratissime di Roma. Di Sinisgalli Luciana Gentilini narra nel diario aneddoti, ricordi esilaranti:

«Quando Milena [Milani], abituata a mettere il becco dappertutto, a un certo punto rimproverò il giovane cameriere, che nel rivolgersi a Sinisgalli lo chiamava “ingegnere”, disse: “Perché lo chiami ingegnere? Non sai che questo signore è un gran poeta?”. “Lascia perdere il poeta – si risentì Sinisgalli – anche il portiere dello stabile in cui abito mi chiama sempre ingegnere ed è giusto, perché chi cazzo credi che paghi le spese condominiali del mio appartamento, il poeta o l’ingegnere? (…) Tanto – precisò con azzeccata ironia – che cazzo volete che io faccia tutto il giorno, che scriva poesie dalla mattina alla sera?»

Visitando il Museo della Scuola Romana a Villa Torlonia c’è anche un dipinto, intitolato “Il poeta nello studio” (1944), in cui mi pare d’intravedere proprio Libero de Libero in piedi e con la sigaretta tra le dita, e un gatto in un angolo. Allo scrittore e critico d’arte, oggi ingiustamente dimenticato, Luciana Gentilini dedica pagine inedite: nessuno prima di lei ha descritto gli ultimi anni di vita, le difficoltà, le amnesie, le fragilità del poeta di “Scempio e lusinga” (Mondadori, 1972). «In Libero era divertente l’aggressività e quella posa impettita, con la quale riusciva a sfruttare fino all’ultimo centimetro la sua bassa statura. Ora ha assunto un aspetto dimesso, che suscita un sentimento che è un misto di tenerezza e di compassione. I suoi frequenti vuoti di memoria, particolarmente gravi in chi, come lui, vive da solo, preoccupano notevolmente i suoi amici» (29 marzo 1980). Nel 1975 de Libero aveva ricevuto, a sorpresa, la nomina a Soprintendente del Teatro dell’Opera di Roma, a cui rinunciò dopo appena qualche mese:

«De Libero è prima di tutto un poeta e, come tale, un uomo dotato di scarsissimo senso pratico, cioè privo della qualità essenziale di cui deve essere largamente provvisto l’individuo che si imbarcherà in quell’impresa. (…)  L’avventura ha avuto anche i suoi lati comici, per esempio quando Libero si è sentito dire al telefono: “Sono il suo autista e sono qua con la macchina a sua disposizione”, mentre lui strillava che non ha mai posseduto macchine in vita sua, e tanto meno autisti, o quando si è visto recapitare, attraverso mille canali, lettere di persone mai conosciute che, “in nome della loro vecchia amicizia”, chiedevano favori o raccomandazioni».  

Cattedrale (1973) – Acquerello su carta riportata su tela

Ma la carrellata di amici del diario è davvero infinita, da Giuseppe Ungaretti («Chi vedeva Ungaretti anche un’unica volta, mai avrebbe potuto dimenticare quel suo sorriso totale e quei suoi occhi eternamente socchiusi») a Milena Milani, da Alfonso Gatto a Piero Chiara e artisti e critici internazionali come Alain Jouffroy e Patrick Waldberg. Il merito di Luciana è anche quello di aver restituito un affresco della Roma tra gli Anni Sessanta e Settanta, come la pittura di Gentilini che «promette l’affresco» (E. Maselli su “L’Italia letteraria”, 1935) . Indimenticabile quella volta in cui alla Galleria Ca’ d’Oro «De Chirico, una volta arrivato, mi prese sottobraccio e iniziammo il breve percorso della mostra. Affiancatasi a noi e giunta davanti a un disegno di Cagli che rappresentava uno scalpitante cavallo, la giornalista ruppe il ghiaccio, dicendo: “Guardi, Maestro, che bel disegno di Cagli”. De Chirico rispose placido, dopo un’occhiata distratta: “Credevo che fosse mio…”. Come se non bastasse, la poveretta incalzò: “Penso, Maestro, che lei ami molto i cavalli, visto che nella sua pittura compaiono tanto spesso”. Ma De Chirico rispose, secco: “Veramente amo molto di più gli asini”».

Il libro “Una vita oltre” di Luciana Gentilini è un tentativo di abbozzare un ritratto, e colorarlo. Inconsciamente, il pennello si muove da sé e disegna una storia in cui possiamo persino riconoscerci, o almeno riconoscere la geometria stralunata dell’amore, la lucida calce della devozione. Appena si apre il volume, v’è una chiara sorpresa: un ritratto di Franco eseguito dalla stessa Luciana nel 1977. È una immagine di profilo. Giunge l’eco di un passo del diario “Borrador” (a cura di L. Cantatore, Nuova Eri, 1994) di Libero de Libero: «Vi lascio dentro un’immagine di profilo, non lo nego, ma io stesso non volli mai guardarmi negli occhi». Essendo appena tracciato a penna, il ritratto non ha colori, prosegue quasi quella senile cecità dello sguardo che è al contempo melanconica e soave, biancore degli affetti. Quando ha perduto il maestro del colore, Luciana una mattina ha scostato le tende e lasciato che il sole di Roma ancora entrasse in quella casa in cui non pensava di riuscire a restare. Ha lasciato ancora brillare il verdemare degli occhi spalancati sull’opera e sul volto. Ha permesso al colore di stratificarsi al dolore, al colore di sopravvivere all’artista.


Simone Di Biasio  (Fondi, 1988) è dottorando all’Università di Roma Tre, dove si occupa di scienze della lettura. Scrive anche per Doppiozero e Huffington Post. scrive anche poesia (“Partita Penelope”, Fusibilia, 2016), un saggio di storia dei media (“Guardare la radio”, Mimesis, 2016).

3 comments on “Una storia d’amore che racconta l’arte di un secolo

  1. Alessandro Z.

    Sono riuscito a vedere gli occhi verdemare di Luciana, e ad entrare nella casa del Gentilini. Una storia romantica che suscita invidia per non averla vissuta personalmente e soprattutto per non poterla comprendere appieno.

  2. Libero

    Da Bucarest ho letto il tuo scritto… bellissimo ma è riduttivo il mio scritto. Grazie

  3. Pasquale Valentino

    Simone Di Biasio non si smentisce e non tradisce mai l’acutezza dell’osservatore attento e affamato. D’arte e Poesia. Inoltre, da profondo conoscitore dell’ opera di De Libero, come un novello Holmes della letteratura riesce, con cerchi concentrici e mai casuali, ad aggiungere, a connettere, la Roma vissuta da De Libero e tutto il movimento artistico è culturale dell’epoca. La pittura di Gentilini diventa elemento di quel mare artistico nel quale anche De Libero navigava è viceversa. Infatti, Simone non si cala nei panni del critico d’arte ma conduce il lettore in quella che era l’aria che si respirava, dove i colori di Gentilini sono equiparati a versi.

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