L’Europa smarrita, di Robert Musil

Alla fine della prima guerra mondiale, Robert Musil scrisse un saggio alla ricerca dell’essenza dell’uomo – senza trovarla, perché «l’esperienza della guerra ha verificato in un immane esperimento di massa che l’uomo può senza sforzo toccare un estremo e tornare indietro senza mutare nella sua essenza. Muta, ma non muta in 


IN COPERTINA: Remo Brindisi, Oppositori, Asta Pananti di ottobre

Questo testo è tratto da L’Europa Smarrita, di Robert Musil. Ringraziamo Meltemi per la gentile concessione.


di Robert Musil

Così risulta la storia mondiale da vicino: non si vede alcunché.

Si replica che si è troppo da presso. Questa però è una similitudine. Tirata dal senso della vista; si può essere troppo incistati in un oggetto per poterlo abbracciare con lo sguardo; ma come si può esserlo così tanto in una conoscenza da non poterla afferrare? La comparazione non sta in piedi. Noi ne sapevamo a sufficienza per formarci un parere sul presente e sul recente passato, e a ogni buon conto ne sappiamo più di quanto ne sapranno i tempi a venire. Da un’altra radice del paragone deriva che saremmo troppo partecipi. Ma lo siamo mai stati?

La famigerata distanza storica consiste nel fatto che dei cento fatti di partenza novantacinque vanno perduti, ragion per cui i rimanenti si lasciano disporre a piacimento. L’oggettività risulta dal considerare questi cinque come una moda risalente a venti anni addietro o come un dialogo acceso fra individui, di cui nulla si percepisce. Il lato grottesco delle azioni umane ci atterrisce non appena che risultino solo un po’ stagionate, e noi ci industriamo a spiegarle a partire da tutte le circostanze che non sono il fatto in sé, vale a dire da quelle storiche.

Storico è tutto ciò che non si farà mai da sé. Il suo contrario è ciò che vive. Se il nostro tempo fosse un’epoca, allora potremmo domandarci se ne siamo all’inizio, alla fine o al centro. Ammessa l’esistenza di un uomo gotico, e di lì, un pregotico, un altogotico, un gotico pieno e un tardogotico, allora in che posizione si trova quello moderno rispetto al suo zenith? Posto che ci sia una razza tedesca o bianca, in quale fase biologica scorre? Se la verifica di siffatta ascesa e declino non può essere solo a posteriori e a buon mercato, allora si dovrebbe disporre di una tabella dei sintomi con cui tali albe e tali tramonti in generale si manifestano. Questa sarebbe un’altra oggettività, ma è ben lontana da noi. O forse i fatti storici vivi non sono affatto univoci, e lo sono invece quelli morti? E la storia viva alla fin fine non è storia affatto, cioè non è qualcosa che si lasci catturare con le volgari categorie della storia?

Ciò perché in effetti vi partecipa un curioso sentimento di casualità.

[…]

Un modo di vedere “storicamente”, che scomponga l’accaduto in epoche che si susseguono e che poi faccia sì che a ciascuna corrisponda un dato tipo storico umano – pressappoco come l’uomo greco oppure l’uomo gotico o il moderno – e poi prosegua come si desse un’ascesa e un declino (qualcosa come il greco antico – il greco – il greco pieno – il tardo greco – il greco declinante e il non greco), insomma come ci fosse un qualcosa che fiorisca e appassisca, non un mero dispiegamento, ma un’essenza che si dispiega, una specie umana, una razza, una società, uno spirito realmente efficace, un mistero: un siffatto modo di vedere la storia, che oggi è moneta corrente non solo nella saggistica, ma di frequente anche nella stessa ricerca storica, lavora su una mera ipotesi.

Della cosa nella sua interezza si dà il solo il fenomenico: un certo tipo di edifici, di poesie, di sculture, di azioni, di eventi, di forme di vita e il loro evidente essere in stretti rapporti e in mutua appartenenza. Che questo sostrato fenomenico di determinati lassi di tempo, epoca, cultura possa passare di primo acchito per una irripetibile unità, apparsa solo in quel luogo e in quel preciso momento, non impedisce di osservare che questo non è del tutto esatto; è noto che elementi della vita orientale hanno influito nel mondo ellenico, e quest’ultimo ha infiltrato la vita fino ai nostri giorni. Invece similari manifestazioni di vita (e nella storia si ha a che fare solo con affinità e analogie) formano, ripartite per lungo tempo, un continuum, che solo in determinati punti si manifesta per condensazione o, si potrebbe dire, che a determinate condizioni precipita.

Una siffatta immagine del fenomeno fa rammentare a chi abbia avuto un po’ di familiarità con il lato statistico della natura esterna o interna l’azione combinata di un elemento fisso, che generalmente chiamiamo determinante, con variabili; e se la costituzione umana è questo determinante fisso, allora non può allo stesso tempo essere la causa prima delle diverse epoche e società – intese nel senso di essenze che producono effetti reali, non meramente come espressione collettive innocuamente descrittive; e le cause devono risiedere nelle circostanze.

La botanica, per esempio, distingue in una porzione di terra così esigua come la Bassa Austria all’incirca tremila forme di rosa selvatica e non sa se queste debbano essere ricondotte in trenta o trecento specie. Tanto incerto è il concetto in cui consiste la specie, persino quando si dipone così tanti caratteri univoci. E la storia dovrebbe essere così intrepida da fare connessioni e combinare con caratteri affatto univoci e niente affatto “essenziali”, come sono le complicate manifestazioni di edifici, opere e forme di vita? Non si mira certo con tali considerazioni a negare l’esistenza fenomenica di differenti epoche né a negare che in un certo senso in ciascuna risieda anche un uomo diverso: ma si tratta di capire quale sia questo senso!

***

L’uomo dal 1914 è risultato essere una massa sorprendentemente più malleabile di quanto comunemente ci si attendesse.

Per motivi di natura religiosa, morale e politica una siffatta constatazione non si era mai voluta ammettere. Mi ricordo ancora perfettamente di un simpatico saggio di un rappresentativo poeta tedesco, nel corso del quale egli si meravigliava del fatto che l’uomo non fosse come a lui sembrava, ma fosse invece così malvagio come lo aveva invece visto Dostoevskij1. Altri forse potrebbero aver presente l’importanza che si annette nel nostro sistema morale al “carattere”, cioè all’esigenza che l’uomo faccia riferimento a se stesso come a una costante, mentre sarebbe non solo possibile, bensì probabilmente necessaria, una morale matematica un po’ più complicata: da un pensiero, che è assuefatto alla finzione di un habitus psichico costante, fino ad accettare il tipo, l’epoca e cose simili è solo un passo.

Questa rigida suddivisione confligge però con le esperienze della psicologia e della nostra vita. La psicologia mostra che i fenomeni si distendono gradatamente dall’uomo sotto la norma fino a quello sopra la norma, senza salti, e l’esperienza della guerra ha verificato in un immane esperimento di massa che l’uomo può senza sforzo toccare un estremo e tornare indietro senza mutare nella sua essenza. Muta, ma non muta in .

Remo Brindisi, Oppositori, Asta Pananti di ottobre

La formula per queste esperienze, approssimativamente, dovrebbe così suonare: grande ampiezza nelle espressioni esterne, minima all’interno. Basta poco a fabbricare l’uomo della civiltà moderna a partire da quello gotico o dal greco antico. Basta una ridotta, duratura pressione, esercitata in una data direzione da parte di circostanze, di casi esterni all’anima, accidentali. Questa “essenza” è ugualmente idonea al cannibalismo come alla critica della ragion pura. Non si dovrebbe ritenere sempre che si fa ciò che si è, bensì che si diviene ciò che si fa – e lo sa Dio per quale ragione –. Il monaco fa l’abito, ma anche l’abito fa il monaco, e la fisiognomica è come una membrana che risponde alla pressione esercitata dall’esterno e dall’interno.

Naturalmente ciò non autorizza a negare la differenza fra le culture primitive e le società sviluppate; essa risiede in una più accentuata versatilità del cervello, che si sviluppa solo di generazione in generazione – ma allo stesso modo in cui il mento si è accorciato e l’andatura è divenuta eretta, vale a dire come una effettiva differenza fisiologica, funzionalmente condizionata – mentre non si genera alcuna differenza funzionale se si sottopone il cervello a una ginnastica aristotelica o kantiana. Quando ammettiamo, senza tali vincoli, l’ascesa, la pienezza e la caduta di una determinata specie umana o società, si colloca troppo al centro il fattore decisivo e propulsivo; si deve invece andare a cercarlo, molto più frequentemente di quanto accade, nella periferia, nelle circostanze, nella salita al potere di determinati uomini o gruppi in assetto entro una miscela quasi interamente indifferenziata, o nel caso oppure, detto più esattamente, in una “necessità senza legge”, dove una cosa tira l’altra, non casualmente, ma sotto il regno di una catena che si estende senza legge alcuna.

(Giusto un esempio: con la nostra organizzazione tecnica noi potremmo edificare una cattedrale gotica in un paio di anni e, se si dovesse segnare un record, anche in poche settimane con i nuovi modelli di impalcatura Gilbreth e con la “gestione scientifica del lavoro”. Verrebbe su in quattro e quattr’otto conforme al progetto, e quand’anche ci avvalessimo del progetto originale, riuscirebbe un lavoro spoglio, difettando il tempo, il succedersi delle generazioni, l’incoerenza, la crescita organica, che è anche realizzazione inorganica, e via discorrendo. La durata insolitamente lunga degli impulsi della volontà, in cui riposa l’espressione dell’anima gotica, origina da una lenta tecnica di attuazione a cui bisognava attenersi; e il lato tecnico, commerciale, spirituale e politico si aggroviglia mille volte tanto in un garbuglio di cause già con questo esempio, se solo lo si sviluppasse ulteriormente).

[…]

Come mai?

Di certo la sua ultima manifestazione risale al tempo dei Lumi; al declinare di quel diciottesimo secolo gli uomini credevano che ci fosse un quid in noi, che sarebbe stato sufficiente liberare per scattare in piedi. La chiamavano “ragione” e riponevano le proprie speranze in una “religione naturale”, in una “morale naturale”, in una “educazione naturale”, e persino in una “economia naturale”. Conferivano alla tradizione scarso valore e si ritenevano capaci di rifare da cima a fondo il mondo sulla base dello spirito. Il tentativo, condotto su un fondamento teorico troppo angusto, crollò lasciando in eredità un cumulo di macerie. Il tempo presente provò orrore davanti a questo tentativo (più esattamente di fronte alla replica tentata nel diciannovesimo secolo, indebolita poiché basata sulle scienze della natura) un orrore ancora impresso nei libri di Flaubert o di Dostoevskij, ma anche in quelli di Hamsun; il “razionalismo” era alla fine divenuto spregevole e ridicolo.

È comprensibile che all’insuccesso del costruttivismo razionale segua un bisogno di irrazionalità, di pienezza di fatti, di realtà. Si arrivò a una biforcazione: e una via della controtendenza imboccò la storia. In un certo senso quell’improvviso risveglio di interesse per la storia fu una ricaduta indietro dall’arroganza dell’uomo adulto al ciucciare del bambino; vastità, quiete, un farsi accompagnare, un lasciare che la ragione cresca nell’uomo a partire dalle cose: in luogo dell’asprezza etico-attivistica un modo di pensare più universale, più conciliante, ma anche più vago. E la pienezza dei fatti, ahimè, è cresciuta in esuberanza; la ricerca storica, di fronte alla dismisura di fatti, è divenuta necessariamente sempre più pragmatica ed esatta; risultato: un incubo, una montagna di fatti che cresce di ora in ora, un guadagno di sapere, una perdita di vita; per l’anima un fallimento, per evitare il quale certo non è da rimettersi a lei sola.

La storia, in effetti, a partire grosso modo dalla generazione dei nostri nonni, vale dire in un periodo di crescente pragmatismo dell’intero pensiero, dove la filosofia si guardava bene dal filosofare, ha dovuto assumersi, come incarico secondario, il compito di spiegare la vita, e ne è risultata perciò parimenti affetta da una doppia cattiva coscienza: una pragmatica, che si fa beffe dell’inattualità di una filosofia della storia, e una filosofica, che si lagna del pragmatismo senza anima, poiché non vale nulla senza grandi punti di vista ordinatori.

Se tuttavia qui si è ricorso a termini come pragmatismo e positivismo vorrei che non li si prenda alla lettera né come specifiche designazioni filosofiche. Non ho di mira alcuna teoria, ma un aspetto della vita.

Dal momento che nel Rinascimento la fisica si rivolse dalla speculazione della scolastica all’accertamento dei fatti e alla loro connessione funzionale, non fu per ciò il razionalismo a emergere – giacché la scolastica era già razionalistica – bensì semplicemente una restitutio in integrum; la degenerata razionalità speculativa fu di nuovo collocata sul solido terreno antico dei fatti, dove però imboccò una direzione per cui i problemi della filosofia, e lo stesso valeva per la matematica, erano prevalentemente discussi tramite la quantificazione delle scienze naturali. Fin dall’inizio fu l’ottica quantitativa, quella, a usare una fortunata etichetta d’oggi, che desacralizzata e priva di spirito divampò come un fuoco. Keplero scrisse: “Una vera conoscenza c’è solo dove sono conosciute le quantità”. Il portoghese Sanchez – morto nell’anno in cui nasceva Locke – esigeva per la filosofia lo stesso spirito aggressivo dell’osservazione e dell’esperimento. Il grande Galilei – con una concezione più vasta di quella di Keplero, ed emblema della svolta epocale – ma anche un artista come da Vinci condivisero questo furore del distacco a favore della positività, dell’oggettività, dell’imparzialità e della testimonianza dell’intelletto e dei sensi.

Questo va separato dall’eccesso che presto arrivò (Descartes); e oggi, dove il mondo dello spirito si lagna dei legacci di un “arido meccanicismo”, ci si deve rammentare di tutta l’insistenza che un tempo per quei grandi uomini ha avuto la forza e l’ardore di una nuova esperienza liberatrice.

***

La formula per tutto questo suona così: non fartela dare a bere. Affidati ai tuoi stessi sensi. Vai sempre al nocciolo. È un potente induttore di astinenza dall’anima, dal quale si è originato un potente impulso dell’anima in una nuova direzione; e non ci si dovrebbe ingannare sul fuoco e sulla forza che ancora reca dentro di sé.

Vero è che anche qui lo sviluppo è andato più in estensione che in profondità; le scienze dei fatti si sono suddivise fino allo smembramento dello specialismo, le sintesi teoretiche, benché abbiano conseguito singolarmente prese notevoli risultati, non tennero il passo; si potrebbe quasi dire che si verificarono tutti gli svantaggi di una democrazia dei fatti; la montagna, l’incubo che anche qui si ammassò e che ha già seppellito l’umano prodotto della storia. Ma questo è stato concepito quasi sempre in maniera totalmente erronea, come se fosse di una mera caratterizzazione negativa del nostro tempo il fatto che – per dirla brevemente – esso non abbia una filosofia, semplicemente come se fosse intrinsecamente incapace di generarne una; ma si tratta invece di un segno da valutare positivamente, poiché l’uomo pragmatico, il rocciatore dalla presa salda sui fatti, deride ciò che i suoi custodi gli spacciano per filosofia. Questo tempo non ha filosofia non perché non è in grado di produrne una, ma piuttosto perché respinge offerte che non vanno d’accordo con i fatti. 

Sotto questo riguardo, nonostante tutte le differenze, il commerciante e il politico, che sono i dominatori pratici, sono imparentati con il tipo del dominatore spirituale del nostro tempo. Anche il capitalismo ha come base spirituale l’esclusivo calcolo dei fatti, l’affidamento solo a sé stessi, la conquista, il lavoro su solide basi, l’indipendenza dell’uomo in quanto tale; ma anche la desolazione fuori dall’orario di lavoro. La politica, così come la si concepisce oggi, è la rivale più genuina dell’idealismo, quasi la sua perversione. L’uomo che specula al ribasso sull’uomo, che si richiama alla Realpolitik, che considera reali solo le bassezze dell’uomo, vale a dire le considera come attendibili, ebbene costui non edifica sulla convinzione, ma sulla costrizione e sullo stratagemma. Ma ciò che durante la guerra e anche dopo si è mostrato nel suo grifo più orrendo è che in fondo non vi è altro spirito se non quello in cui si accordano fra loro anche i ministeri di un solo e medesimo stato, tosto che in una questione abbiano un comune interesse, quello spirito per cui il commerciante avveduto tratta sempre con i suoi pari. Nel punto più abissale di questo inferno è conficcato – ma il singolo non è più consapevole – come il vertice di un cono un luciferino disprezzo per l’impotenza dell’idealismo, che non solo per i depravati, ma così spesso anche per gli uomini più forti del nostro tempo è moneta corrente.

Questo è proprio tanto della più profonda fiducia che il tempo nutre in se stesso quanto della sua disperata situazione. È come un nuotare sott’acqua in un mare di realtà e trattenere il respiro con ostinazione ancora un po’: certo con il pericolo che il nuotatore non riaffiori più.


Robert Musil, dal 1917 al 1919 Robert Edler von Musil (Klagenfurt, 6 novembre 1880 – Ginevra, 15 aprile 1942), è stato uno scrittore e drammaturgo austriaco. La sua opera principale è il romanzo (incompiuto) Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità, una delle pietre miliari della letteratura di tutti tempi, di cui il primo volume pubblicato nel 1930, prima parte del secondo volume edita nel 1933, e ultima parte, rimasta incompiuta dopo la morte dell’autore).

1 comment on “L’Europa smarrita, di Robert Musil

  1. Rammento l’incipit meteorologico del L’umo senza qualità: quella visione cosmica dispiegata d’incommensurabile (Wittgenstein) logica scientifica, suppongo abbia in codesta riflessione la propria fonte sia fenomenica che irrazionale (?). Grazie, gentili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *