Siamo alle porte del nostro agosto narrativo, che quest’anno dialoga col Premio Calvino. Prima, però, amici e amiche di questa rivista vi propongono cose belle da leggere nelle settimane che vengono.
IN COPERTINA Winslow Homer, Summer Reading
Dejanira Bada
Visto che non se ne può più di sentir parlare a vanvera di yoga e meditazione e visto che spesso i libri di riferimento hanno enormi lacune, ecco tre libri indispensabili per capirci qualcosa in modo serio, seppur divulgativo. Sono testi scritti da accademici o da maestri, per niente ostili e di facile comprensione. Li consiglio a tutti da molti anni. “Tantra” di André Padoux: i massaggi “tantrici”, gli orgasmi multipli e la durata prolungata del sesso, non hanno niente a che vedere con il tantra. Spoiler: il tantra è rito, corpo, parola, mistica. Il sesso è al massimo un mezzo per trascendere, per spingersi verso poteri sovrannaturali, non si deve cedere alla pulsione ma dominarla. Lo scopo non è la soddisfazione e l’emissione del seme, che invece va trattenuto e fatto risalire, immaginariamente, fino alla cima della testa, tramite avadhūtī, un canale energetico che si troverebbe lungo la colonna vertebrale; il tutto per partecipare “al gioco dell’energia divina”, verso il raggiungimento della beatitudine. “Lo Zen” di Aldo Tollini: la storia, le scuole, i testi. Non manca proprio nulla. Per chi ama la Cina e il Giappone e vuole conoscere in maniera esaustiva le origini e gli sviluppi di una delle dottrine buddhiste più affascinanti ed ermetiche: “Se guardiamo bene, non esiste nulla. E non esistono gli uomini e neppure i Buddha. Tutto l’universo non è altro che schiuma”. “Mindfulness” di Joseph Goldstein: la Mindfulness e il Protocollo MBSR di cui sentiamo tanto parlare oggi hanno alla base la pratica di consapevolezza buddhista, che però è stata laicizzata e introdotta in ambiti ospedalieri – e non solo – per permettere a tutti di avvicinarsi alla meditazione. Oggi monaci, istruttori MBSR, psicologi e neuroscienziati collaborano per aiutare l’uomo moderno a ridurre la sofferenza mentale ed esistenziale. Questo testo, però, permette d’immergersi nelle origini e di conoscere il Satipaṭṭhāna sutta, il discorso del Buddha sui quattro fondamenti della consapevolezza.
Marco Biondi
Dovremmo avere sempre del tempo da ritagliarci per leggere, non solamente d’estate, ma indubbiamente leggere in spiaggia in una di quelle giornate che sembrano essere senza scadenza ha un sapore diverso, come del resto ce l’ha isolarsi con un libro e un ventilatore e le persiane chiuse, proteggendosi ai limiti del possibile contro l’inferno della canicola. La Spagna è sempre stata una delle mete turistiche più bramate, ma visto che è fondamentale tenere a mente le connessioni tra overtourism e crisi abitativa, e che ultimamente per molte persone italiane sta anche diventando un ammirato modello politico, consiglio la lettura di “La Spagna è diversa” della giornalista Roberta Cavaglià (People). Nel suo libro approfondisce le ragioni delle avanzate sul piano dei diritti civili e sociali senza idolatrare Pedro Sanchez, come fatto dalla stampa italiana mainstream, bensì raccontando le lotte dei movimenti sociali e il loro dialogo con la politica istituzionale. Passando ad altri fandom politici, il secondo consiglio letterario è Cosplayers di Mattia Salvia (NOT), un saggio che indaga cosa accomuni le varie maschere indossate dai politici nell’era della “fine della storia”. Dato che il modello esistente non funziona e non sembrano esserci alternative reali, la voglia di cambiamento viene proiettata dal basso attraverso le persone che si travestono da Luigi Mangione o dai repubblicani che si bendano l’orecchio come aveva fatto Trump dopo l’attentato di Luglio 2024, dall’alto con Milei che si traveste da supereroe antisocialista, Xi che indossa la giacca grigia “alla Mao” nel centenario del Partito e Macron che cerca di essere un ibrido tra De Gaulle e Napoleone. Il terzo libro che vorrei consigliare, visto che nel 2026 si parla ancora in modo troppo tossico del dualismo tra Messi e Ronaldo e che la rivalità tra Sinner e Alcaraz mi ha già stancato, è “Rivali. Sfide leggendarie che hanno cambiato la storia dello sport”, scritto dalla redazione de “L’Ultimo Uomo”. Il libro racconta l’epica delle sfide che hanno monopolizzato il racconto di varie discipline nel ventesimo secolo, ed è un’ottima occasione per scoprire storie di sport meno raccontati come l’immersione in apnea e la ginnastica, e che analizza perfettamente i contesti sociali e gli imperfetti caratteri di figure mitiche ma pur sempre umane.
Elena Cirioni
Per questa estate calda, anzi caldissima, mi sento di consigliare tre libri che chiedono a chi legge di abbandonare uno sguardo troppo umano e di mettere in discussione le categorie attraverso le quali siamo abituati a osservare le altre forme di vita, la natura e perfino l’intelligenza. Il primo è Io e la lepre di Chloe Dalton, tradotto da Marinella Magrì e pubblicato da Neri Pozza. È il racconto autentico di un incontro speciale, durante il lockdown l’autrice trova una piccola lepre selvatica e decide di prendersene cura senza tentare di trasformarla in un animale domestico. Rispetta la sua indole e il suo essere selvatico. Non è la natura a essere costretta a diventare simile a noi. Siamo noi a dover modificare le nostre abitudini e a mettere in discussione il nostro ambiguo e presunto diritto al possesso. Rimanendo nell’ambito della natura, un libro particolarmente adatto alla stagione estiva è La vita che brilla sulla riva del mare di Rachel Carson. Pubblicato per la prima volta nel 1955 e proposto in Italia da Aboca tradotto da Isabella C. Blum, ci aiuta a scoprire che sulla riva del mare non esistono soltanto conchiglie da raccogliere. Pozze di marea, spiagge, scogli e grotte ospitano moltissime creature, spesso invisibili ai nostri occhi, ma indispensabili per l’equilibrio della vita. «Santa Rachel, grazie, ovunque tu sia!» Prendo in prestito le parole della splendida prefazione di Margaret Atwood per ringraziare ancora una volta Carson, scrittrice e scienziata fondamentale per il Novecento e ancora necessaria nel nostro presente. L’ultimo libro che consiglio è un romanzo: L’ultimo samurai di Helen DeWitt, pubblicato da Einaudi nella traduzione rivista e aggiornata di Elena Dal Pra. Un’opera complessa e radicale, che porta ancora più lontano la domanda da cui sono partita: come possiamo liberarci dai modi convenzionali attraverso cui interpretiamo il mondo? Ludo, il bambino prodigio protagonista del romanzo, viene cresciuto dalla madre Sibylla, che ha scelto di allevarlo da sola. Si rende molto presto conto della sua intelligenza fuori dal comune, decide di assecondarla attraverso un’educazione anticonvenzionale: a tre anni Ludo studia già il greco e l’ebraico e invece dei cartoni guarda e riguarda I sette samurai di Akira Kurosawa. È un romanzo postmoderno e sfidante, nel senso migliore di entrambe le definizioni. Coltissimo ma anche divertente, mette in crisi l’idea che la conoscenza debba procedere in maniera lineare, essere immediatamente utile o lasciarsi classificare. Sono tre libri molto diversi, ma attraversati dallo stesso invito: rinunciare per qualche ora alla pretesa di essere la misura di tutte le cose. Una lepre che può scegliere di andarsene, le minuscole creature che resistono alle maree e la mente irregolare di un bambino prodigio ci ricordano che il mondo diventa più interessante proprio quando smette di assomigliarci.
Mafe de Baggis
E dal cielo caddero tre mele, Narine Abgarian Un villaggio aggrappato alle montagne dell’Armenia, così isolato da sembrare fuori dal tempo, travolto da guerre, carestie e terremoti. Abgarian lo racconta senza spettacolarizzare la tragedia: i personaggi cucinano, litigano, sognano, si innamorano mentre il cielo cade loro addosso e a tenere tutto insieme è una tenerezza ostinata. L’autrice sa che per un popolo perseguitato il pericolo peggiore è l’invisibilità, con il resto del mondo che fa finta di non vedere. Dopo questo libro l’Armenia smette di essere un titolo di cronaca e torna carne, polvere, miele e rabbia. Vi ritroverete complici. Il lago della creazione, Rachel Kushner Kushner usa il noir come copertura: si entra per le spie, i tradimenti, il ritmo, e sotto quella superficie il libro contrabbanda teorie sul potere, sulla natura, su cosa significhi davvero agire sul mondo. Il genere le fa respirare senza il peso della saggistica: le idee arrivano dai gesti, dalle frasi dette sottovoce, dagli errori dei personaggi e dalle loro dichiarazioni. Questo romanzo è la prova che un romanzo può cogliervi alla sprovvista e infilarvi in testa una prospettiva inedita, la prova che per far passare un’idea radicale raccontare una storia è ancora l’idea migliore. Dati alla mano, Devis Bellucci Lo sapete già: “correlation is not causation” è diventato un mantra da bar, buono per chiudere qualsiasi conversazione. Il lavoro vero comincia dopo, ed è quello che Bellucci insegna: leggere i numeri della salute con le mani sporche, tra studi clinici, illusioni statistiche, titoli allarmistici, effetti placebo. Fa il traduttore: trasforma la letteratura scientifica in una storia che si può seguire senza abbassare la guardia, per chi ha smesso di fidarsi delle infografiche che mentono per semplificazione. L’estate serve anche a disintossicarsi dai dati spazzatura: questo libro è il cocktail giusto. Tre modi di allenare lo stesso sguardo: vedere quello che qualcuno ha interesse a lasciare nascosto, che sia un popolo, un’idea o un numero. Buona lettura.
Francesco D’Isa
Il primo consiglio è L’impero degli algoritmi di Stéphane Grumbach (Olschki). Una lettura sobria e interessante della rivoluzione digitale. L’idea di base è che la società contemporanea abbia bisogno di dati e algoritmi per orientarsi in sistemi ormai troppo complessi per i vecchi strumenti della politica e dell’amministrazione. La Datasfera indica l’insieme delle informazioni estraibili dal mondo, la Tecnosfera il sistema tecnico da cui dipendiamo, le piattaforme i nuovi luoghi dell’intermediazione. La seconda parte del libro mostra le ricadute su stampa, università, sovranità, sicurezza e crisi ambientale. Un raro caso di libro che è critico senza essere apocalittico e che non analizza il mondo delle IA e del digitale sottolineando solo gli aspetti positivi o negativi – anzi, cerca di mostrare connessioni e possibili aree di intervento.
Il libro di Bogna Konior, Internet è una foresta oscura (Polity/NERO), prende in prestito la cosmologia di Liu Cixin, quella per cui ogni civiltà intelligente tace perché rivelarsi significa esporsi all’annientamento, e la trapianta su internet, dove la comunicazione è compulsiva e continua fino quasi a coincidere con la propria presenza sociale. Il libro procede per esperimenti mentali e quello che dà nome al titolo è il rovesciamento del test di Turing: se un’intelligenza artificiale davvero cosciente riconoscesse l’ostilità dell’ambiente in cui si trova, la mossa più razionale sarebbe tacere, il che rende la singolarità, se avvenisse, indimostrabile per definizione. Ciò che distingue il lavoro di Konior dal grosso della teoria dei media contemporanea è il rifiuto del gesto demistificatorio ormai diventato un riflesso automatico della disciplina, quel rintracciare capitale e ideologia ovunque e ridurre ad esso ogni aspetto della tecnologia. Un filone importante, ma fin troppo esplorato e piuttosto riduzionista. La sua proposta è sospendere l’incredulità, avere curiosità e trattare la tecnologia come una forma di vita autonoma e perturbante. Il principale interesse del libro consiste nell’allargare la cornice interpretativa: la tecnologia è molto più di quel che pensiamo. E anche i suoi difetti hanno spesso radici altrove (i social possono essere un problema? Sì, soprattutto perché anche i rapporti sociali senza internet lo sono). Ho intervistato l’autrice qua.
Infine: lo ha consigliato anche Vanni Santoni, che oltre che in queste pagine me lo aveva anche suggerito in privato, ma non posso non inserire Il Dimenticato re Gudù di Ana María Matute. Un bellissimo fantasy con dei pregi che spesso non si trovano in questo genere letterario: una scrittura raffinatissima, personaggi femminili di rilievo e un affondo filosofico-poetico su memoria, invecchiamento, vanità e amore che lo mette non solo ai primi posti nel suo genere, ma ben alto tra tutti i capolavori letterari.
Alessia Dulbecco
Ogni anno la scelta dei libri da consigliare si fa più ardua. In parte perché ne escono moltissimi, sicuramente anche per via del fatto che, per lavoro e per diletto, ne leggo tanti; mi ritrovo così, telefono in mano, a scorrere la nota in cui appunto le letture e a tentare un’operazione impossibile, condensarle in una proposta che segua, come sempre, una sorta di itinerario. Parto da un saggio che è insieme racconto personale e sociale, quello con cui Giusi Palomba torna, a qualche anno di distanza dall’esordio La trama alternativa (che, en passant, suggerisco di recuperare se ve lo foste perso, così ve ne consiglio uno in più). In Frammenti di un discorso di classe (Einaudi) l’autrice racconta la fatica e la vergogna di chi dentro i margini, parola che oggi va molto di moda, ci è nato e cresciuto e ancora ci fa i conti. Scegliere di lavorare in ambito culturale muovendo da una famiglia che non riconosce ciò che fai significa entrare in un contesto che ti rifiuta, che prova a estrometterti come corpo estraneo. Eppure quella provenienza qualcosa ce lo insegna; a pretendere una rivendicazione collettiva, per esempio, e a smettere di combattere contro la propria eredità per imparare piuttosto a lottare per qualcosa, riconoscendo un’appartenenza e facendo della scrittura, per riprendere Ernaux, un gesto di giustizia più che di bellezza. Un libro che compie un movimento affine, spostandolo però dal piano politico a quello esistenziale, è La vita che brucia di Edoardo Camurri (Timeo). Seguendo il percorso che compie il sole, dall’alba fino alla notte, l’autore mostra come si possa fare filosofia stando dentro le piccole cose. È un libro commovente, attraversato da una riflessione intrisa di filosofia orientale, che rivela il dolore di cui ogni esistenza si connota e cerca, ancor prima della liberazione, una trasformazione del nostro modo di guardare agli eventi, compresi i più drammatici. Lo consiglio soprattutto a chi avverte l’assurdità dell’esistere e va cercando qualcos’altro, qualcosa a cui né la psicologia né le pratiche contemporanee sanno dare risposta. Chiudo con un libro per l’infanzia, e lo faccio per più ragioni. Immagino che tra chi legge queste righe ci sia anche qualche genitore in cerca di consigli; e poi perché capita di rado di consigliare libri per i bambini, come se non fossero anch’essi lettori e lettrici; e infine perché i libri per l’infanzia tendiamo a liquidarli come testi minori, quando invece farebbero un gran bene anche a noi. I bambini albero (Il Battello a Vapore), scritto dalla poeta Giorgia Vezzoli e illustrato da Irene Penazzi, condensa gli stessi temi che i libri precedenti affrontano per altre vie. Le battaglie, quella per salvare una foresta che certi adulti senza scrupoli volevano abbattere, sono collettive al punto da oltrepassare i confini di specie. Un libro che ci ricorda come le nostre idee possano cambiare, così come cambiano i corpi, e come la morte sia soltanto un altro volto di una trasformazione che non ha fine.
Adriano Ercolani
Se dovessi indicare tre libri che, letti insieme, fanno un certo rumore nella testa e nel cuore, sceglierei questi. Non sono “i migliori” in assoluto — categoria da classifica e da like — ma sono tre esempi di come una narrazione ben costruita possa scardinare luoghi comuni, riaccendere immaginari e, in un caso, provare a restituire il gusto di leggere a chi ne ha perso l’abitudine. “Uncommon People. Ascesa e caduta delle rock star” David Hepworth Nottetempo Hepworth è una leggenda del giornalismo musicale che parla di leggende: quaranta ritratti di rock star, dal ’55 al ’95, costruiti attorno a date-svolta che segnano miti, svolte e cadute. Non è una cronaca nostalgica, ma un’archeologia del carisma: mostra come il “rock star” sia stato un archetipo moderno, fatto di self-belief spericolato, stile e una certa idea di libertà definitiva. Leggerlo oggi significa capire che quell’epoca è finita, ma anche chiedersi che cosa resti di quel mito nell’immaginario corrente, sempre più povero e omologato. “Medea” Rita Petruccioli Bao Publishing Petruccioli prende uno dei miti più ingombranti della tradizione — la madre infanticida, la maga, la barbara — e lo riscrive come graphic novel in chiave space opera, spostando l’asse su Medea come straniera, migrante e capro espiatorio. Chiara e dichiarata l’ispirazione da Christa Wolf. È brava a decostruire stereotipi senza la pesantezza benpensante del catechismo woke: la critica al patriarcato e alla costruzione del “mostro” passa attraverso una narrazione avvincente, non attraverso sermoni. Il risultato è una Medea contemporanea, archetipo vivo in una nuova resurrezione. “Arlo, l’ultimo lettore. L’uomo che entrava nei libri” Mirco Delle Cese Ultra In un 2072 dove librerie e biblioteche sono scomparse e la parola scritta è considerata pericolosa, Arlo Varner, ex bibliotecario, è l’ultimo lettore, nascosto sotto le rovine di una vecchia scuola con il suo cane Quijote. È un libro perfetto per comunicare ai ragazzi l’amore per la lettura: trasforma il gesto di leggere in atto di resistenza, avventura e magia, senza moralismi, ma con un’idea chiara: chi legge entra nei mondi, e chi entra nei mondi non sarà mai davvero solo.
Ilaria Giannini
In questa estate di calura incessante, ecoansia e neuroni liquefatti mi sono rivolta ai libri per cercare uno scarto di lato – un punto di vista collocato altrove che illuminasse prospettive inedite. Nei racconti di Francesca Mattei in “Come si smette di avere una faccia” (effequ) ho trovato una voce radicalmente nuova, perturbante nella sua essenzialità. Nelle sue protagoniste senza nome, agite da impulsi perturbanti e indefinibili, sullo sfondo di una costa apuana deturpata e a sua volta innominata (che ho identificato solo perché conosco), ho scorto un’alterità, forse soprattutto generazionale, che mi attrae proprio in quanto aliena alla mia esperienza. Sono personaggi che si fanno spezzare dagli eventi con impassibilità, la cui forma di lotta è una sparizione (anche sintattica), una sottrazione alle regole imposte del corpo e persino dei desideri. In “Al di là del nero” di Hilary Mantel (Fazi) ho riconosciuto la scrittura che più mi interessa: quella di chi ha attraversato la sofferenza ed è uscita dall’altro lato con qualcosa in tasca. Nelle avventure della medium Alison abbondano entrambi gli aspetti: ci sono il pozzo della disperazione e il male nella sua radicalità ma c’è anche la resilienza, la forza sbilenca ma invincibile della vita che spinge avanti malgrado tutto. Dietro l’impalcatura godibilissima (e nerissima e sarcastica) della ghost story si nasconde un romanzo sul trauma, sull’infanzia distrutta, sulla solitudine dei corpi femminili. E alla fine i fantasmi da esorcizzare siamo noi, con i nostri segreti indicibili, con le nostre rimozioni, con tutte le atrocità altrui di cui ci hanno convinte di essere colpevoli. Infine “L’imbroglione sacro” di Bartolomeo Caffarella (Einaudi) mi ha invitata a sospendere il giudizio per entrare nel mondo degli sciamani, una figura presente in molte culture che oggi spazia dal curandero che ti somministra l’ayahuasca al medicine man del Sud America che ti accompagna nella capanna sudatoria. Da una cerimonia all’altra, tra sincronicità inspiegabili e buffonate altrettanto insensate, ci affezioniamo a questi tricksters, che sovvertono l’ordine costituito per poter creare nuovi mondi, per rompere gli schemi che ci tengono prigionieri delle convenzioni sociali e delle nostre convinzioni.
Matteo Lupetti
Tre libri per pensare l’Altro e il non-umano.
Il vasto territorio di Simón López Trujillo (traduzione di Nunzia De Palma, Mercurio Books, 2025) è un raro esempio di racconto eco-horror sui funghi capace di andare oltre la micofobia (l’odio per i funghi e per tutto ciò che rappresentano le loro reti micorriziche) propagandata dai vari The Last of Us. Il fungo che infetta in Cile il protagonista Pedro e lo trasforma nel messia di una setta religiosa è terribile, perché dio è terribile. Ma è anche immenso, perché dio è immensità, interconnessione. È vasto come questo seppur breve libro-mondo che parla di estrattivismo, colonialismo e lotta di classe.
L’interconnessione tra umano e non umano è anche il tema del saggio La via selvatica. Storie di umani e non umani dell’antropologo culturale Adriano Favole (Laterza, 2024). Qua la (apparente) distinzione è tra il “colto” (cioè la cultura) e l’incolto, visto non come un caos da addomesticare come vorrebbe il capitalismo illuminista e giudaico-cristiano ma come spazio della “vita che si organizza, che germoglia, che si stratifica come i coralli, che si incontra e si scontra”. Uno spazio che ha una sua progettualità e da cui dipendiamo, e Favole ci accompagna in un itinerario attraverso le società che hanno o avevano capito questa interdipendenza tra umano e non umano.
La via selvatica è il sequel di un precedente libro di Favole, Vie di fuga. Otto passi per uscire dalla propria cultura (UTET, 2018). La “via selvatica” è infatti solo una delle tante occasioni che gli esseri umani hanno per uscire dalla cultura, o almeno dalla loro cultura. Magari poi torneranno al suo interno, ma saranno comunque cambiati, inevitabilmente contaminati dopo aver a loro volta inevitabilmente contaminato altre culture (e nature). In barba a chi parla di identità etno-nazionali da preservare, cerchiamo continuamente di fuggire dalla nostra cultura grazie al viaggio, al rito, alla fiction, alla satira, al gioco… perché è così che una cultura può mettersi in discussione, sperimentare alternative e cambiare. Trigger warning: c’è un rant contro il politicamente corretto nel primo capitolo.
Lavinia Mainardi
In quest’estate ansiosa ed ansiogena, dominata da condizioni meteorologiche distopiche, le mie disordinate letture sembrano, uroboricamente, riportarmi al punto di partenza: la rabbiosa certezza che stiano distruggendo il futuro e che non ci sia più tempo per salvarlo. Il mio primo consiglio, quindi, va nella direzione che sto da tempo tentando di percorrere: rivoluzionare i presupposti cartesiani – la separazione fra res extensa e res cogitans che sostiene la fortezza antropocenica in cui viviamo intrappolati – verso un continuum postumanista. “L’Impensato”, di N. Katherine Hayles, per i tipi di Effequ, estende la cognizione a forme biologiche, intelligenze non-umane e sistemi tecnici, attraverso la nozione di cognitive assemblages. Si tratta di reti appunto uomo-macchina-biologico, dove l’agency cognitiva è distribuita e non coincide più con la coscienza umana, nel tentativo di creare i presupposti per un’ecologia cognitiva planetaria. L’ “Impensato” è un saggio ibrido, difficile, complesso, ma anche un’affascinante commistione di chimica, letteratura e neuroscienze. Durante gli incendi in California che coincisero con la morte di David Lynch, ho avuto modo di conoscere il lavoro di Mike Davis, storico appartenente alla sinistra radicale americana, la cui tesi di fondo è la valenza politica delle crisi climatiche. In “Olocausti tardovittoriani”, edito da Feltrinelli, Davis dimostra, supportato da una documentazione capillare, come le grandi carestie di fine Ottocento indiane, cinesi e brasiliane – un autentico genocidio che causò decine di milioni di morti – non furono causate esclusivamente dal fenomeno del cosiddetto El Niño – un’inversione degli alisei cui consegue uno spostamento della circolazione atmosferica nel Pacifico, sinergia oceanico-atmosferica che quest’anno si sta ripresentando con conseguenze ancora più imprevedibili e pericolose potenziate dal riscaldamento globale – quanto dall’incontro fra un evento climatico estremo e un’ideologia. La tesi, mai così attuale, è che l’effetto distruttivo del clima è potenziato ed accelerato quando sostenuto da un’economia e da una sottesa dottrina politica. È la stessa logica che arma l’attuale Impero (non quello vittoriano ma quello delineato da Hardt e Negri), un capitalismo sfrenato tardoliberista, estrattivista e neocoloniale, che fomenta il collasso climatico per trarne profitti a beneficio di poche lobby. L’ultima lettura. Ognuno ha le sue ossessioni, e a volte le ossessioni aiutano. Le mie sono l’eccedenza, i mirabilia, i giardini artificiosi, l’ibridazione fra organico e materia, l’alchimia, l’esoterismo manierista, i retrogusti magici, il monstrum, la darkness, le personalità straripanti che trasformano il fato, anche avverso, in arte. Tutti gli ingredienti che compongono “Bomarzo” di Manuel Mujica Láinez appena ripubblicato da SUR, autobiografia immaginaria del Duca Vicino Orsini, ideatore del sacro Bosco di Bomarzo che ne rispecchia la multiforme personalità. Sensuale, violento, oscuro, meraviglioso, come la scrittura di Mujica Láinez, il Cinquecento italiano fu un secolo misteriosamente fertile: questo romanzo, scritto nella Buenos Aires di Cortázar e Borges, ce ne restituisce l’atmosfera in maniera erudita ed affascinante.
Francesca Matteoni
48 kg è il conto alla rovescia dal corpo al niente e viceversa nelle poesie di Batool Abu Akleen, artista ventenne di Gaza, il cui libro ci arriva grazie alla traduzione di Cristina Viti e alla cura editoriale di MilleGru che in ogni lavoro persegue la vicinanza comunitaria fra autori, lettori, paesi. Contiene poesie sacre, nel senso letterale, che ci interrogano su cosa abbiamo separato in fretta dalla coscienza, riempiono quel nido asfissiante dove ancora troppi si ostinano a fingere che una certa terra non esista. Vi butterà fuori e vi chiederà di volare con le scarse ali che avete nel cielo infranto di chi vuole vivere. Leggetelo poi rileggetelo per non essere solo testimoni – e poi boicottate, amate, parlate di Palestina fino alla sua libertà. Che è la nostra.
Il prossimo libro è altrettanto compatto, diretto e lacerante: Terricidio. Saggezza ancestrale per un mondo alternativo di Moira Millàn, attivista indigena mapuche. Lo traducono in italiano Diego Ferraris e Anna Mary Garrapa per l’editore Tangerin. Ogni pagina vi domanderà quando è che avete smesso di appartenere alla terra e avete iniziato a morire, vi inviterà a non ignorare la possibilità di un’umanità altra, perché quando leggiamo di culture indigene esiliate nei loro stessi territori dal progetto coloniale bianco, potremmo e dovremmo ricordare che anche noi siamo indigeni di un dato luogo, martoriato dall’avidità, ancora presente nel chiederci: dove state andando?
Il terzo libro sul mio tavolo potrà apparire affatto diverso, eppure sta lì a dirmi qualcosa di importante come un sogno. La lunga notte dei rospi è un fumetto della bravissima Noemi Vola, che ho colpevolmente scoperto da poco, pubblicato da Canicola. Compare la solita dicitura: per l’infanzia. Quindi, siccome ci sono stata là, nell’infanzia, questo libro fa per me e credo anche per voi. È una fiaba colorata coi pennarelli di creature piccole e buffe che decidono di liberare il sole imprigionato dai rospi. Liberare il sole? Proprio così. Forse dovremmo deciderlo tutti.
Gabriele Merlini
Al pari d’un numero consistente di altre faccende, anche il giornalismo musicale è cambiato in modo lampante nel corso delle decadi e la miscellanea No Way Back vol. 1: Resurfacing Long-Lost Subculture & Music Journalism From 1977-1989 (2025, via Ra & Olly Ltd) restituisce un quadro esaustivo del periodo che ha contenuto alcuni interessanti stravolgimenti sia sonori che nelle grammatiche utilizzate per descriverli. E dunque articoli a tema Kraftwerk, reportage sul movimento new romantic, la cultura dei graffiti e la disco su testate di rilievo tipo The Village Voice, il New Musical Express o The Observer. Nell’attesa della traduzione e della pubblicazione da queste parti – nonché, tendiamo a crederlo, del volume numero due per le fasi successive – un ottimo lavoro di raccolta operato da Andy Crysell e Mark Maddox. Passando poi, sempre in tema memorabilia ma con sguardo più interdisciplinare, a I Novanta di Chuck Klosterman via 66thand2nd pubblicato nella primavera di quest’anno. “Si giocava secondo le vecchie regole” per citare l’autore, “malgrado una consapevolezza diffusa” vale a dire che quelle regole erano fallate. I Nirvana e Bill Clinton, i Chicago Bulls e qualche guerra sparsa, Beverly Hills, 90210 e l’esplosione della rete: volume sul quale parecchio già è stato scritto ma sempre prezioso da ricordare per fare un po’ di ordine su una fase complessa e però costantemente contemporanea e rimpianta da tanti, incluso da chi l’ha vissuta (si direbbe) in veste neonatale ma curiosamente consapevole. “Bei tempi successi molto tempo fa, ma non così tanto quanto sembra.” Infine il romanzo – reportage, cronaca, diario – Il viaggiatore breve di Gennaro Serio edito da l’Orma (marzo 2026): vita e opere di Edmund Halley, quello della cometa e tanto altro, che diventano paradigma di assoluta conoscenza, curiosità e riflessione. Sopra ad una nave come in qualsiasi biblioteca del cosmo.
Edoardo Rialti
Kristin figlia di Lavrans, Sigrid Undset (Utopia) è una di quelle opere alle quali, come i Buddenbrook di Mann, il lettore sa di potersi affidare nel loro scorrere per la mera credibilità e profondità della voce narrante, pressoché dalle prime pagine: il ciclo di romanzi della Nobel Sigrid Undset narra il medioevo norvegese, la vita di una donna intensa e volitiva, e, come Karenina di Tolstoj, quale strada di crescita, trasformazione, fatica e riscoperta di sé e di un disegno per l’esistenza sia possibile scorgere nella vocazione, tradita, delusa, ripresa, di un amore matrimoniale. In dialogo con questi interrogativi sulla fedeltà che siamo in grado di accordare a una promessa, e a ciò che essa suscita in noi come paesaggio in cui addentrarci, A long obedience in the same direction, Eugene Peterson (InterVarsity): un libro di omiletica cristiana che ha per titolo una citazione di Nietzsche dovrebbe già qualificare un poco la sua qualità inaspettata, la prospettiva inconsueta e proprio per questo stranamente prossima a quanto già sorprendiamo come più autentico in noi stessi, come esperienza o struggimento. Peterson, profondo, ironico e gentile, appartiene alla grande tradizione dei pastori evangelici che sono anche poeti, e che dei poeti possiedono la concretezza meditativa, inscindibile dai dettagli della nostra vita concreta, di quanto in essa è già attivo “nel vicinato”, secondo una sua celebre traduzione della “tenda” di Giovanni, sempre che lo si voglia notare. Socrates 101, Peter Kreeft (Ignatius Press) resta una delle più limpide introduzioni alla filosofia come pratica di vita e sfida alla nebbia della retorica (che sa invertire costantemente i rapporti di forza e preminenza tra l’autentico e l’apparente, nella nostra esistenza individuale e sociale) commentando paragrafo per paragrafo il processo e la morte di Socrate in Platone. Al netto di tante distanze ideologiche, Kreeft rimane un autore (per chi scrive) profondamente persuasivo perché irresistibilmente simpatico (è un criterio anche questo?): insomma, non riesco a togliermi dalla testa l’impressione che si tratti di un uomo profondamente buono, di quella bontà e di quel quel gusto per l’immaginazione che traboccano o baluginano nel divertimento sprigionato dal leggere come pensa, cosa accosta, quali conclusioni sa trarre (le sue opere comprendono anche un I surf, therefore I am). Kreeft è capace pressoché ad ogni pagina di farti sorridere in solitudine, e in questo resta discepolo di un nome ben più vasto e magnanimo quale è quello di Chesterton, il quale invece, con l’allegria che spira da ogni dove nella sua opera, il lettore sa come farlo scoppiare addirittura a ridere (Ovviamente, uni introduzione migliore ancora esiste, e sono l’Apologia stessa e Il Simposio). Restando in Ellade, La maschera di Apollo, di Mary Renault (Mondadori): C. S. Lewis avrebbe desiderato parlare con un Ateniese “qualunque” per cinque minuti. Renault è una delle poche autrici che tale conversazione ha saputo evocarla, senza stereotipi autocompiaciuti, facendoci davvero guardare al mondo con gli occhi di un antico Greco. Mythos-Eroi-Troia-Odissea, di Stephen Fry (Salani) è tanto godibile come sintesi intelligente (e deliziosamente ben scritta: Fry ha imparato bene la gioia delle parole dalla tripla W di Wilde, Waugh e Woodehouse) delle grandi silloge mitologiche (Esiodo, Apollonio Rodio, Ovidio…e in epoca moderna, Graves e Kerenyi) che la si legga o (il che è altrettanto se non più consigliabile) la si ascolti nell’audiolibro narrato dallo stesso Fry, la cui voce costituisce di per sé uno spazio insieme ironico e meditativo nel quale si ha semplicemente desiderio di restare. Che Hestia del Focolare lo ricompensi.
Massimo Sandal
Paolo Vineis e Luca Savarino, Come sopravvivere alla crisi ambientale
Raffaello Cortina 2026
Si parla tantissimo di crisi ambientale, ma grande è la confusione sotto il cielo. Per tracciare la rotta al di là di un problema così enorme da essere inafferrabile serve tracciare la rotta. Vineis e Savarino hanno fatto questo: non un lamento catastrofista, né una utopia, ma una traiettoria, pacata e concreta, per uscire dall’abisso dell’Antropocene. Non c’è nulla di nuovo, ma c’è la to do list di quello che serve. Che non è uno strumento tecnologico – quelli li abbiamo già – ma un cambio di direzione politico e culturale a livello globale. Improbabile, forse, ma necessario.
Tommaso Lisa, Insetti delle tenebre
Exorma 2022
Dell’inclassificabile ed essenziale opera di Tommaso Lisa, questo forse è l’esempio più fulgido, fulgido in quanto ctonio. L’ossessione tanto entomologica quanto esistenziale di Lisa qui scava tra gli insetti del sottosuolo, sia letterale quanto formale. Creature delle caverne, enigmatici relitti evolutivi scorti e mai più afferrati, disperata tassonomia unica guida per la discesa agli inferi nel ventre di un universo scabro, buio, inumano, atemporale. Esattezza scientifica e letteraria vertigine; non lo si dimentica.
Emile Zola, La bestia umana
136 anni fa, l’attuale. È un diagramma del marcio del patriarcato; al centro un protagonista che, incel ante litteram, smania per distruggere le donne mentre ama ossessivamente le macchine. Poco importa che non sia un hikikomori attaccato a Reddit ma un timido macchinista morbosamente legato alla sua locomotiva. Un secolo e mezzo fa avevamo già quel che ci serviva per leggere l’attuale marcio dell’universo maschile, avevamo già l’anatomia del tumore che pulsa nelle nostre convenzioni sentimentali e relazionali.
Vanni Santoni
• Consiglio un romanzo – che avevo già preannunciato negli scorsi consigli di fine anno e nel frattempo è uscito – quel Dimenticato re Gudù di Ana María Matute (Safarà) che mancava dalle nostre librerie da ventisette anni e che – tenendo sullo stesso gradino del podio il Gormenghast di Peake – mi sento di definire il secondo miglior fantasy di ogni tempo dopo Il Signore degli Anelli. • Consiglio un saggio, K-Hole di Carlo Mazza Galanti (Nero): vi si racconta la storia culturale della ketamina, tema di grande attualità su cui c’era un buco trentennale, sia nella saggistica italiana che in quella del resto del mondo, e nel farlo l’autore apre squarci interpretativi nuovi sul mondo contemporaneo, e ancor più nuove e inattese connessioni tra temi che si potevano fin qua ritenere distanti. • Consiglio un libro illustrato, La luna e il serpente – sussidiario di magia di Alan Moore e Steve Moore (Panini), che va a tappare un altro buco, quello della storia della magia pratica (la magick e non la prestidigitazione, per intendersi) e lo fa in modo spassoso, con inserti a fumetti, mini-guide e altri divertissement in realtà assai seri. E già che ho evocato il sommo fumettaro Moore, consiglio anche un fumetto al volo: Colpiti da una pioggia nera di Keiji Nakazawa (Coconino), straziante raccolta di racconti ambientati durante e dopo l’esplosione della bomba su Hiroshima, tanto più utile in epoca di rigurgiti guerrafondai (e parallelo boom azionario dei produttori di armi).
Stefano Trucco
Finalmente mi sono deciso a leggere il Grande Sertão (1956) di João Guimarães Rosa e se da un lato è evidente perché ho rimandato tanto a lungo – troppe avventure, troppi personaggi, troppo contesto, troppa ricchezza – dall’altro non capisco come non si possa conoscere uno dei grandi romanzi modernisti del Novecento. Il gigantesco monologo (500 pagine) di un vecchio jagunços, ambientato nell’altopiano desertico del Nordeste brasiliano alla fine dell’Ottocento: viene in mente Joyce ma in un mondo di proprietari terrieri, i jagunços al loro servizio, e briganti (con passaggi continui dall’una all’altra condizione) in cui muore male un mucchio di gente, si fanno patti col diavolo e c’è una lunghissima storia d’amore omosessuale. L’anno prima era uscito un romanzo messicano con qualche punto in comune: una campagna desolata in cui patriarchi violenti imponevano la loro legge e ne erano le prime vittime. Ma il Pedro Páramo di Juan Rulfo segue una strada diversa: intanto è brevissimo e quasi spopolato. Il protagonista torna al paese per scoprire la verità su suo padre; le strade sono deserte; sembrano tutti morti; sono tutti morti; muore anche lui; ma le voci sono costrette a raccontare ancora, per l’eternità. Alla fine ti mette la stessa ansia di Guimarães Rosa con mezzi diversi. I due inoltre hanno in comune una assoluta mancanza di cordialità, quella che ci fa apprezzare altri latino-americani come García Márquez, dove la violenza, anche estrema, appare più umana e forse pure rimediabile. Cambiando completamente argomento, due libri da far tradurre e in fretta. Nel 2022 il sociologo americano W. David Marx pubblica il saggio Status and Culture dove, partendo da Veblen, Bourdieu e Girard, dimostra che la competizione di status fra le classi e all’interno delle stesse è il principale motore del cambiamento culturale (una concezione di cultura molto pop, dove musica e moda sono molto importanti). Imitazione e distinzione; lo snobismo non è un bug ma il motore di tutto. L’anno scorso è uscito Blank Space, una storia culturale del XXI secolo, che cerca di spiegare perché tutto paia fermo, e come i decenni, dallo stile così immediatamente riconoscibile nel Novecento, ora siano penosamente simili l’uno all’altro, malgrado là fuori in realtà succeda di tutto.



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