Dobbiamo smetterla con lo storytelling, e ricominciare a narrare

Il capitalismo ha trasformato il narrare in storytelling, una prassi narrativa che ha come scopo creare dei racconti che hanno la forma di oggetti di consumo.


In copertina e nel testo, opere di Charles Bell (1986-90)

di Stefano Vernamonti

François è un uomo camerunense di 38 anni che, come tanti, sogna l’Europa. Avrebbe sperato di raggiungere l’Italia su un barcone una sera del settembre 2023, insieme alla sua famiglia: era il suo terzo tentativo di traversata. Nei primi due casi il motore dell’imbarcazione s’era rotto e a recuperarli in mare erano stati dei pescatori. Quella volta, invece, è stato intercettato e successivamente portato dalla Garde Nationale, la gendarmeria tunisina, al confine tra la Tunisia e l’Algeria, dove è stato abbandonato in una zona desertica lontana da tutto, senza acqua, cibo e senza una qualsiasi forma di assistenza. 

«Eravamo disperati. Siamo stati lasciati lì alle 4 del mattino. Faceva freddo. Nessuno aveva un maglione o un cappotto». Scaricato come spazzatura: quando racconta in francese, usa la parola «ordure».

Inizia con questa descrizione Desert Dumps, l’inchiesta internazionale coordinata da Lighthouse Reports, alla quale hanno partecipato IrpiMedia, The Washington Post, Der Spiegel, Le Monde, El Pais, ARD, Inkyfada ed Enass Media, pubblicata a maggio 2024. I giornalisti sono stati sul campo in quattro Paesi e hanno raccolto interviste con migranti vittime del sistema delle espulsioni nel deserto, ma anche funzionari, accademici, attivisti e altri esperti. Nell’inchiesta si descrivono i processi di respingimento all’interno del continente africano. Paesi come Tunisia, Marocco e Mauritania espellono ogni anno decine di migliaia di esseri umani nel deserto o in aree remote, per impedire loro di arrivare in Europa. I migranti “vengono arrestati arbitrariamente dopo essere stati intercettati in mare o alle frontiere, presi nelle loro case o fermati per strada, poi abbandonati a centinaia di chilometri di distanza senza accesso ai beni di prima necessità”, nelle aree desertiche che diventano così discariche umane. E non si può dire neanche sia la peggiore delle sorti: lungo il confine tra Libia e Tunisia ci sono stati casi di “consegne” tra la Garde Nationale tunisina e non meglio identificate milizie libiche, che hanno destinato i prigionieri ai centri di detenzione e ai trattamenti disumani che avvengono al loro interno. Tutto questo con la complicità dell’Unione Europea, che però non sembra granché preoccupata: a gennaio 2024, la Commissaria europea agli Affari Interni Ylva Johansson ha ammesso di aver visto questi report, negando però ogni corresponsabilità europea. Peccato che l’inchiesta dimostri anche che “mezzi e strumentazioni fornite dall’Ue e dai suoi Paesi membri sono della stessa tipologia di quelle impiegate dalle forze coinvolte nelle espulsioni di massa in Tunisia, Marocco e Mauritania”.

Questa inchiesta si inserisce in un filone specifico di ricerca, che tenta di raccontare i fenomeni migratori a partire dalle storie individuali dei migranti, le cui vicende sono punti di vista privilegiati sulle ragioni economiche, sociali, politiche che spingono gli esseri umani ad abbandonare i loro luoghi d’origine. Penso ad Archivio Memorie Migranti, o al Progetto DIMMI, o ancora alle testimonianze raccolte quotidianamente da Medici Senza Frontiere, Save the Children, Emergency: insieme, questi racconti riescono a descrivere la società tardocapitalista in una delle sue declinazioni particolari, quella delle vite ai margini, della “spazzatura” del capitalismo. 

Le storie, scrive Bauman in Vite di scarto, sono come i faretti di un palcoscenico, che nel gioco di luci e ombre separano ciò che si ritiene importante da ciò che non lo è; in questo senso rappresentano uno strumento di intervento sulla realtà perché, elevando il mondo a oggetto comprensibile, ne mostrano anche la sua disponibilità al modellamento. Ogni storia è un tentativo di riordinare il mondo o la nostra esperienza personale, rendendoli conformi a un’idea che ci spinge ad agire. Il mondo umano, scrive Bauman, è saturo di Sollen, di dover essere kantianamente inteso, cioè di idee “che vogliono diventare esse stesse realtà” e che per questo, tramite le storie che raccontiamo, hanno un effetto sul mondo sociale, facendo emergere una direzione nella quale muoversi. Ma non tutte le storie sono uguali, e occorre fare una digressione.

Raccontare è una prassi a cui noi esseri umani siamo piuttosto affezionati. Gli esseri umani sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su loro stessi, scrive Mark Rowlands ne Il lupo e il filosofo, e lo stesso fa Yuval Noah Harari in 21 Lezioni per il XXI secolo, quando scrive che siamo una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. L’Homo Sapiens è quindi Homo narrans, per utilizzare l’espressione coniata dal teorico della comunicazione Walter Fisher. Dalle citazioni si capisce quanto le narrazioni siano fondamentali per ordinare in maniera significativa la vita psicologica individuale e sociale. Quando vogliamo esporre degli eventi passati della nostra vita, o conferire loro significato, utilizziamo lo strumento della narrazione. Mettiamo in fila gli eventi, selezionandone alcuni ed escludendone altri, in modo tale da creare un continuum da cui possa emergere qualcosa di significativo, che spieghi come e perché nel presente siamo ciò che siamo, e in che modo siamo rivolti verso il futuro. Lo facciamo in maniera così pervasiva che dagli anni Ottanta, a partire dagli studi pioneristici di Dan McAdams, si è presa in considerazione l’idea che la nostra identità sia sostanzialmente una narrazione che “ricostruisce il passato autobiografico e immagina il futuro in modo tale da fornire alla vita di una persona un certo grado di unità, scopo e significato”. Il concetto di identità narrativa serve soprattutto a questo, a riconoscere nella nostra vita una storia che si è percorsa per arrivare dove si è nel presente, e a far emergere una direzione futura che in qualche modo scaturisca da tutta l’esperienza accumulata. Conseguenza di questa analogia è che molti concetti della teoria della narrazione sono confluiti in questa teoria della mente, tra cui l’importante differenza tra storia e narrazione. N. J. Lowe, nel suo The Classical Plot and Invention of Western Narrative, definisce i due concetti:

“Fabula (in inglese, solitamente, ‘story’) è la serie di eventi che l’opera racconta, ma immaginato spogliato di tutti gli artifici dello storytelling […]. Al contrario, sjuzhet [narrative discourse, narrazione, n.d.R.] è il resoconto di quegli stessi eventi che otteniamo, riordinati e rimodellati nel processo di narrazione per raggiungere e colpire il pubblico o il lettore in modo particolare e deliberato”.

L’implicito, condiviso da numerosi studiosi, è che “narrare” e “fare storytelling” siano sostanzialmente sinonimi, purché ci siano degli eventi da raccontare. Probabilmente, nella teoria della narrazione, la sovrapposizione è giustificata. Tuttavia, alla luce degli aspetti sociali che confluiscono nel discorso una volta che consideriamo questi elementi come analogie per la costruzione delle nostre identità, questa sovrapposizione è quantomeno contestabile poiché, pur essendo strutturalmente simili fra di loro, nel relazionarsi con il mondo le nostre identità si diversificano.

Per rendersene conto, è sufficiente leggere il citato racconto di François in Desert Dumps, o i dialoghi con i rifugiati somali (disponibili su Archivio Memorie Migranti) portati avanti nel Cerchio Narrativo: H., ad esempio, racconta di come la sua passione per lo studio sia stata condizionata dalle lotte di potere fra le corti islamiche e il governo somalo, fino alla decisione di abbandonare Mogadiscio: “a me piaceva tanto studiare, quando non ho avuto la possibilità di fare quello che desideravo ho pensato di andare via. Questo è il motivo per cui ho deciso di partire”. Esistono anche racconti che intrecciano la storia personale a quella politica, come quello di Hawani, donna Oromo in esilio, che racconta dei soprusi (mai cessati) che dal 1975 l’etnia Oromo subisce in Etiopia: “ora capisco cosa intendono gli Oromo quando dicono che il destino di ognuno è deciso alla nascita. Tale è stato il mio destino. È stato il mio destino di essere nata Oromo. Testimoniare la sofferenza della mia famiglia e preoccuparmi con gli adulti per il prossimo che sarebbe stato arrestato e ucciso”. Gocce di un oceano di testimonianze, in cui i temi sono molti: il rifiuto della leva militare in contesti di guerra civile, la disoccupazione giovanile, l’impossibilità di studiare, ma il filo rosso sembra essere ciò che i somali chiamano buufis, un concetto al centro della cultura somala e che ha numerose sfumature ma che, soprattutto tra i più giovani, significa voler viaggiare, andare via, cercare una vita migliore di quella che si stava facendo. Questo sentimento conosce numerose declinazioni nelle culture africane: Japa, ad esempio, è una parola dello slang nigeriano che indica in modo simile sentimenti di evasione e riscatto giovanile. I migranti “giovani” sono insomma tali non solo per l’età anagrafica, ma perché si ritengono in grado di sostenere l’esodo fisico e psicologico verso paesi africani confinanti, o verso l’Europa alla ricerca di condizioni di vita migliori. In altre parti del mondo, invece, una campagna di marketing negli anni ‘60 ha fatto sì che un’intera generazione si sentisse giovane perché beveva Pepsi, mentre per raccontarsi ribelli negli anni ‘70 era sufficiente indossare le scarpe della Dr. Martens. Oggi, infine, ci sentiamo attivisti per l’ambiente comprando merchandising Patagonia.

Ognuno di questi è un racconto, che serve a rendere leggibile la propria esperienza biografica, ma la realtà li ha declinati in modi opposti. Naturalmente, questa polarizzazione tra le testimonianze dei migranti e il consumo “socialmente significativo” serve ad avere due estremi da mettere a confronto, abdicando alla complessità del reale solo a titolo di analisi, da cui emerge che le identità che emergono dalle testimonianze sono una narrazione reale, dove ci sono una serie di eventi che vengono relazionati tra di loro in modo da produrre un senso; le seconde sono solo lifestyle, stili di vita costruiti appositamente per realizzarsi attraverso il consumo.

Le narrazioni dei migranti, ad esempio, raccontano degli impedimenti incontrati sulla via della loro realizzazione, della loro felicità: guardie costiere, trafficanti, scafisti, soldati, centri di detenzione. Sentirsi felici e realizzati, acquisire il senso della vita, è per loro un percorso a ostacoli. Al polo opposto dello spettro ci sono i protagonisti della società dei consumi, finiti a delegare le loro identità alle narrazioni che vengono propinate attraverso i brand e i loro prodotti.. Martin Kornberger, in Brand Society, scrive che “l’esistenza progettata dal consumo di brand si trasforma in lifestyle […] uno stile di vita che può essere definito come un insieme più o meno integrato di pratiche che un individuo abbraccia, non solo perché tali pratiche soddisfano bisogni utilitaristici, ma perché danno forma materiale a una particolare narrazione dell’identità del sé”. Si tratta dunque di identità preconfezionate, somma del totale peculiare dei prodotti consumati, in cui non c’è nulla che non possiamo essere, e soprattutto che non possiamo essere subito. Avatar di noi stessi, abbiamo abdicato alla narrazione per consumare degli stili di vita di cui le merci sono araldi, perfettamente aderenti alla realtà e per questo sterili, già completi, in viaggio su binari già tracciati. Il mondo, soprattutto ai margini della nostra bolla tardocapitalista, è invece ancora pieno di Sollen, di storie che incarnano idee, speranze, aspirazioni, paure, azioni-verso-qualcosa nel tentativo di realizzare un progetto, personale o politico. In questa polarizzazione diviene comprensibile la differenza che si può riscontrare tra il narrare e lo storytelling. 

Nel momento in cui abbiamo preso consapevolezza di questo nostro modus operandi narrativo, lo abbiamo strumentalizzato; considerando le narrazioni come qualcosa che può essere costruito, sono diventate oggetti di consumo. Il capitalismo, questo è il punto, ha trasformato il narrare in storytelling, dove quest’ultimo è precisamente la prassi narrativa che ha come scopo creare dei racconti che hanno la forma di oggetti di consumo. Storytelling is storyselling. Le narrazioni riportate da Desert Dumps o dall’Archivio Memorie Migranti sono perciò uno strumento fondamentale, liquido di contrasto per osservare la progressiva incapacità del capitalismo di far nascere narrazioni pregne di senso, riducendosi a costruire storie sempre uguali a loro stesse, rimescolate, consumabili, senza nessun orizzonte che vada oltre l’immediata fruizione. La società dei consumi è incapace di narrare e quindi di agire con in testa l’obiettivo di modificare concretamente la realtà.

Quale sia la differenza tra narrare e fare storytelling lo spiega bene Byung-Chul Han in La crisi della narrazione. Se, infatti, il primo è generatore di quella linea continua che permette al senso di dispiegarsi, non solo a livello individuale ma sociale, con lo storytelling viene meno il momento di verità interno della narrazione, che è proprio quel Sollen, quella volontà di incidere sulla realtà: le storie costruite con lo storytelling sono prive di quello che Han chiama “coraggio narrativo”: si trascinano verso l’assenza di alternative, in un gioco bulimico di riassemblamento degli stessi elementi, che poi sono i prodotti e le experiences a loro collegati. Tutte le narrazioni di cui potenzialmente possiamo appropriarci sono loro stesse “oggetti” di consumo, che possiamo indossare e togliere come se fossero abiti. Consumare è realizzarsi. Se bevi Pepsi sei giovane, se indossi Uniqlo o Patagonia sei un consumatore attento al pianeta e impegnato sul fronte dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, se indossi Nike sei uno sportivo. Una pubblicità della Goldbet, su Youtube, diceva così: “Non devi più raggiungere i risultati. Fa’ che i risultati raggiungano te”. È un’ottima sintesi della poltroneria consumistica a cui ci hanno addomesticati.

La nostra identità, la narrazione della nostra vita, non è altro che una costruzione fatta di mattoncini Lego. Il prodotto, a volte, è persino superfluo: se firmo una petizione mi sento politicamente attivo, se metto like a una foto di un personaggio famoso, sento in qualche modo di partecipare a quella vita. Allora, forse, l’analogia della discarica è più adatta alla nostra vita che a quella di chi sta ai margini: un’accozzaglia di prodotti, feticci delle storie che crediamo di incarnare; siamo come “la bottega di un rigattiere”, scrive Han.

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi: e quindi? Non è meglio, in fin dei conti, fare meno fatica per realizzarsi, per ottenere ciò che si desidera, per essere felici? Sì e no. Il problema è che gli stili di vita disponibili nella società dei consumi puntano a riprodurre il desiderio, non a soddisfarlo. Scrive Kornberger, sulla scorta di Slavoj Žižek: you can never arrive at your brand. I lifestyle mettono infatti in moto un circolo vizioso di soddisfazione immediata che, nel momento in cui svanisce, riaccende il desiderio. È una droga. Non si produce desiderio negandolo, ma soddisfacendolo in maniera intermittente. È sempre Kornberger a scriverlo in Brand Society: “il punto di partenza è che la società dei consumi dimostra il passaggio da una società che soddisfa il desiderio a una società che produce desiderio. Mentre la prima era dominata da un’etica protestante orientata al futuro, la società dei consumi si basa su un’etica infantilista in cui la soddisfazione e la gratificazione istantanea sono la cosa più importante”. Ogni bisogno che si intenda soddisfatto, nel capitalismo, deve creare un nuovo desiderio. Il consumatore soddisfatto è una minaccia.

Così, l’unico orizzonte possibile di realizzazione diventa quello aperto dal consumo, e questo tipo di realizzazione viaggia su codici binari: 1 e 0, acceso e spento, realizzato e irrealizzato. La sparizione dell’orizzonte di senso, di un sostrato narrativo reale capace di legare assieme le nostre azioni, i nostri pensieri, trasforma la nostra realizzazione in una serie discreta (nel senso matematico di “opposto di continuo”) di acquisti realizzanti, intervallati da un’altra serie discreta di momenti di non-realizzazione. Mi sento felice e realizzato solo quando consumo prodotti ed esperienze la cui narrazione sottostante mi suggerisce che è solo per loro tramite che posso realizzarmi. Così, se la realizzazione attraverso il consumo è autoreferenziale, immediata e immediatamente gratificante, il momento opposto sarà altrettanto autoreferenziale, immediato e immediatamente avvilente, frustrante. Vale per le merci ma anche per delle esperienze meno materiali. Le storie di Instagram, ad esempio, non raccontano nulla di noi, perché non hanno durata narrativa: sono stato a Ibiza, poi ho ascoltato una canzone, poi ho visto un tramonto; in mezzo, niente che li colleghi. Le storie accumulano soltanto informazioni su di noi, così come noi accumuliamo prodotti che crediamo possano raccontarci. Su Indiscreto è uscito un articolo, Lo chic radicale, nel quale l’autore, raccogliendo criticamente l’appropriazione commerciale di Gucci del FUORI (cioè del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, della cui vicenda si è scritto sul Tascabile), si chiede: “qual è il problema?”. Proprio qui, nell’annullamento della distanza che faceva di FUORI un progetto, una destinazione, un dover essere. Gucci l’ha trasformato in un traguardo già raggiunto. Basta spendere soldi, gli stessi che servono a persone come François per giungere in Italia, senza che però questi abbiano la certezza del successo dei propri sforzi.

Il rischio di questa adesione immediata con il consumo è trasformarci noi stessi delle merci, diventando contemporaneamente “promotori di merci e le merci che promuovono”, come scrive Bauman in Consumo dunque sono. Le persone, nel consumare, nel definirsi sulla base di storie che trovano il loro senso solo nel consumo, diventano consumabili a loro volta. E così le persone, alla stregua di qualsiasi prodotto, si riducono a due forme antitetiche di esistenza: utilizzati o inutilizzati, cioè soddisfatti o insoddisfatti.

Tuttavia, così come il ponte di mattoni non è tenuto in piedi dai mattoni stessi, ma dalla linea che essi formano, la nostra realizzazione non può essere puntiforme; è necessario un continuum. Pensiamo all’esperienza del dolore: sempre Byung-Chul Han scrive, ne La società senza dolore, che “una caratteristica cruciale dell’odierna esperienza del dolore consiste nel fatto che esso venga percepito come privo di senso”. Incapaci di inserire il dolore in un orizzonte di senso, lo temiamo, lo fuggiamo, perché ha abbandonato l’ordine simbolico. Il dolore non ha più significato, diventa un oggetto che si sottrae a qualsiasi narrazione, riducendo la coscienza a un breve, insensato presente. Allo stesso modo, si può aggiungere, anche la felicità diventa un oggetto, relegato in un presente immediato e irrelato. La vita di ognuno di noi è diventata un quadro puntinista, che da lontano appare grandiosa ma che a un esame più attento mostra la porosità della sua sostanza. “Gli attori di questa trama passano da un punto all’altro, senza sperimentare la sicurezza di una scenografia stabile che possa incorniciare le loro narrazioni in disfacimento”, scrive ancora Kornberger. Le narrazioni riportate dai migranti sono, al contrario, spesso ancorate alla volontà di mantenere e tramandare le proprie tradizioni, dentro e laddove possibile anche fuori dal proprio Paese, come ha detto I. nel citato Cerchio Narrativo; in alcuni casi si avverte persino l’esigenza di acquisire la propria cultura di riferimento, assente per ragioni geografiche e politiche, come racconta Hawani a proposito della cultura Oromo. Non è una forma di chiusura culturale. Un passaggio dal Cerchio Narrativo, che vale la pena riportare per intero, lo può chiarire:

“mio padre quando ero piccolo, mi ha raccontato che un ragazzo a cui moriva il padre, mentre stava morendo, il ragazzo gli ha detto ‘Papà lasciami delle parole in eredità, che voglio ricordarmi quando tu non ci sarai’. Il ragazzo ha ripetuto varie volte al padre queste parole. Il ragazzo pensava che il padre gli avrebbe detto tante parole, però il padre gli ha consigliato di avere esperienza, l’esperienza è una cosa molto importante. Anche quella può essere una chiave per aprire le porte, io ho questa idea che in eredità gli ha lasciato questa parola, esperienza, tutto, imparare una lingua, andare avanti con la vita rientra in quella chiave dell’esperienza. L’esperienza non viene stando seduti”.

Due riflessioni finali. Oggi, la nuova evoluzione dello storytelling è lo storydoing, cioè la capacità delle aziende che utilizzano lo storytelling del proprio brand di “coinvolgere” di più i consumatori, di farli sentire attivi e co-creatori dei prodotti o delle esperienze che il brand stesso propone al pubblico. Basterebbe questo per rendersi conto della debolezza intrinseca dello storytelling, tale da dover richiedere un intervento aggiuntivo, più invasivo nella relazione col consumatore, per essere efficace, dato che da solo non ha forza sufficiente per pungolare in qualche modo il suo destinatario e incentivarlo all’azione.

La seconda riflessione è che ormai, sia a livello teoretico con il concetto di identità narrative, sia nel mondo sociale attraverso il branding, lo storytelling si occupa della vita stessa, di come viene vissuta, di come viene rappresentata e di come le si dà un senso. Perfezionare le tecniche di storytelling vuol dire perciò perfezionare il controllo sulle nostre vite. Biopolitica, per usare una parola inflazionata. Di qui alla famigerata “personalized search” di Google, il cui obiettivo è quello di consentire agli utenti di Google di porsi domande come “cosa farò domani?” e “che lavoro dovrei accettare?”, il passo è breve. Con le (esatte) parole del CEO: Google vuole sapere abbastanza sui vostri modelli di vita per potervi consigliare in modo sicuro cosa fare dopo”. L’orizzonte di senso è potenzialmente appiattito su una predeterminazione totale e lineare basata sul proprio stile di vita imposto a monte dai lifestyle. Non c’è più traccia della negatività necessaria per realizzarsi, della nostra distanza dal reale da attraversare senza garanzia di successo, perché il branding riesce a strutturare il campo delle nostre possibili azioni. Così, per una strana ironia linguistica, le vite di scarto sono tra le poche a conservare quello scarto, quella distanza necessaria per costruire un ponte tra il mondo com’è e il mondo come vorremmo che fosse.

Come si faccia a recuperare delle narrazioni fruttuose delle nostre vite è domanda assai più difficile rispetto al come le abbiamo perse. L’esempio del dolore potrebbe indicare una strada. Provare dolore, infatti, ci fa percepire la realtà, la sua resistenza nei nostri confronti, scrive Han ne La società senza dolore. Ed è proprio quando avvertiamo, senza fuggire, la ritrosia del mondo a essere addomesticato, la sua indisponibilità, che torniamo in grado di costruire delle narrazioni che ci spingono ad agire in direzione di un mondo nuovo. Herbert Marcuse, ne L’uomo a una dimensione, sostiene qualcosa di simile quando scrive che, nel momento in cui l’essere umano vive in un mondo che sembra non chiedergli più di rinnegare i suoi bisogni, viene precondizionato ad accettare spontaneamente ciò che gli si offre, rimanendo al livello dei bisogni istintuali. La riflessione di Marcuse è forse più precisa, poiché quella di Han sembra, a tratti, un’apologia della sofferenza. Al cuore di entrambi c’è però la convinzione che rifiutare uno scarto tra noi e la realtà ci appiattisce.

François, Hawani, H., I., e centinaia di migliaia come loro testano tutti i giorni sulla pelle questa resistenza del mondo alla loro realizzazione, nel tentativo di sfuggire da fame, morte e guerra. Cindy Horst sostiene come in queste esperienze nascono alcune forme di immaginazione collettiva come il buufis, che rendono pensabile il miglioramento delle proprie condizioni. François racconta di essere arrivato in Tunisia nel settembre del 2023, lavorando come piastrellista per mettere i soldi da parte per la traversata, alla quale pensa però già dal 2014. Questo solo per dare un’idea dell’arco temporale all’interno del quale si muovono i sogni e le speranze di queste vite ai margini. A noi, per iniziare, basterebbe smettere di credere che una maglietta salvi il pianeta (perché l’unica cosa che salva sono i sensi di colpa), o che possa farlo addirittura comprare cibo per gatti: “quando nutri il tuo gatto nutri l’intera natura”, titola una pubblicità di Almo Nature. Bisognerebbe anche smettere di credere che firmare una petizione sia un atto politico e sufficiente (leggere la newsletter di Alessandro Sahebi a riguardo). È necessario alzare il velo di Maya del consumo cronico per rendersi conto di come la nostra società palliativa abbia derealizzato il mondo, in un tentativo di eternizzare questo benessere anestetizzante, questa confortevole sopravvivenza. Ma la vita è altrove, come titola il romanzo di Milan Kundera. È nei campi per rifugiati, nei CPR, e anche nel nostro desiderio di realizzazione personale e politico, incapace di saziarsi del consumo fine a se stesso. È ovunque il mondo si mostri ancora per ciò che è: un gigantesco cantiere a cielo aperto di una società ancora tutta da costruire.

“Scegliete i selfie, scegliete il filtro giusto, scegliete i saldi, il Black Friday su Zalando, scegliete l’hype, ogni moda del momento, scegliete Spotify, e una canzone d’amore di un altro cazzo di cantautore!”

  • Voina, Hype

Stefano Vernamonti (1994) è laureato in filosofia presso l’Università di Torino, e di filosofia scrive (occasionalmente, anche di altre cose belle). I suoi articoli e racconti sono usciti per Il Deposito, Gazzetta Filosofica, Il Nido, Rivista Stanca, Il Nemico.

6 comments on “Dobbiamo smetterla con lo storytelling, e ricominciare a narrare

  1. Riflessione interessante, un po’ troppo carica, perché da una citazione all’altra mi mancava il tempo di respirare, però ci continuerò a pensare. Una osservazione: sono arrivata qui seguendo un link consigliato da google, mai visto prima il sito, mai sentito nominare da nessuno. Sono interessata in storytelling per lavoro, e credo che le osservazioni e riflessioni che fai siano utili ma parziali. Se non era per google non ci arrivavo.

  2. Angela Suppo

    Ho letto con molto piacere.
    E condivido.
    Vedo il mondo con amarezza e amore

  3. Alberto Setzu

    Un articolo molto interessante ricco di spunti di riflessione, ma non solo. Se posso azzardare, l’ho trovato stimolante e sferzante, come una sberla improvvisa, la sberla che non ti aspetti da parte di un amico, capace di farti aprire gli occhi sulla realtà. Sempre che si abbia intenzione di guardarla la realtà…

  4. Francesco Redavid

    Grazie Stefano, siamo in molti a pensare quello che tu hai scritto, però sono 50 anni che esiste il cinema di denuncia e senza togliere nulla all’ importanza di esso e di altro simile rimane la domanda, e allora? Una volta individuata la malattia se non si attua una cura serve a poco, e la malattia fa comodo al potere politico-economico. La consapevolezza che molti hanno delle problematiche di questa società e dell’ umanità, non hanno però uno sbocco nel momento in cui le religioni si sono inaridire o hanno deragliato verso il peggio e le ideologie, che non potranno mai essere esaustive e soprattutto unanimemente convincenti, si sono arenate davanti all’ ideologia del piacere immediato se pur effimero del consumismo che coglie l’ essere umano nel piacere del possedere un oggetto che è anche simbolo, forse anche infantile o immaturo, che però rispecchia se stessi e sembra l’ unico modo di affermare, anch’io esisto. Less Is more è l’ unica salvezza, non per l’essere umano, ma per il pianeta stesso. Forse, come suggerisce Harari, una grande narrazione sul nostro futuro prossimo, esplicitando colpe e responsabilità ma sapendo individuare una via di salvezza, epica, in cui riconoscerci, è il solo modo di smuovere attraverso una narrazione cruda e veritiera la coscienza intontita che ci sta facendo annegare nel superfluo e nell’ idiozia collettiva. Non di certo la fantascienza mainstream che non fa che riproporre imperi e re e lotte di potere come fossero l unica essenza dell’ uomo, quindi da accettare passivamente comunque.

  5. Ignaziovitrani

    Grazie

  6. Emiliano Chirchiano

    Entrambe le pratiche implicano un certo grado di costruzione e manipolazione della realtà. A mio avviso, ‘storytelling’ e ‘narrazione’ sono concettualmente molto simili, se non identici. Forse la differenza risiede più nel contesto e nell’uso dei termini piuttosto che nella sostanza stessa del raccontare.

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